Addii. Carla Pomoni: amica

 

Carla Pomoni. Improvvisa scomparsa di una amica cara

Carla. Eravamo nati vicini nel tempo e nello spazio. Lei un po' prima di me e questo le seccava. Non siamo coetanei - dicevo - hai tre quattro mesi più di me; e gongolavo nella mia giovinezza immaginaria. Vicini di spazio perché le nostre rispettive case distavano neanche cento metri. I nostri padri erano molto amici. Con Carla mi legava dunque un affetto antico, lontano e strano. Ci si vedeva in giro – anche spesso – e questo bastava: uno sguardo, un sorriso, qualche parola. Da sempre.

Così pensavo al suo funerale in piazza San Fedele a Como nostra chiesa dei tempi lontani. Luogo – la piazza - degli incontri e dei divertimenti dell'adolescenza; del ricordo e della memoria di un gruppo che non si è mai lasciato del tutto. 

Carla Pomoni (1949-2017) se n'è andata velocemente; in un tempo troppo breve. Si dice sempre così e, anche per lei, l'inizio della malattia ha rivelato quasi subito le difficoltà. Che sono puntualmente aumentate col passare di mesi.
Dalla sua pagina Facebook aveva lanciato l'avviso con coraggio, ma anche con molta speranza: vado via un momento - scriveva - pensatemi, non abbandonatemi. Così è stato, ma poi se n'è andata davvero. In fretta e furia, con quel suo modo un po' secco e un po' gentile che non ammetteva troppe repliche. O così o così.

Tuttavia lo stupore degli amici e delle amiche in piazza, al suo funerale, rivelava che nessuno aveva creduto – o voluto credere - alla gravità del male: è l'incoscienza dell'affetto cieco. Non può finire così - si dicevano tutti - mentre la bara scivolava dentro la chiesa. Invece sì. È capitato davvero.

Una chiesa piena di amiche e amici e di giornalisti del Corriere di Como (col quale ha collaborato a lungo), ma anche de La Provincia. Perché Carla, che s'è occupata professionalmente e lungamente di analisi di laboratorio, aveva tuttavia la passione dei giornali e dei libri facendone – infine – un mestiere. Il suo mondo era quello. Come quell'altro della musica che ha voluto salutarla con un ultimo brano da lei scelto, e suonato in una chiesa gremita e sospesa, incredula. Si dice sempre così, ma questa volta è un po' più vero del solito.