Addii. Sergio Porro: uomo dalle mille scene

 

Sergio Porro, uomo di cultura e di teatro, benemerito dalla Città di Cantù, è morto una sera di luglio

Ricordo una situazione: un palcoscenico spoglio, nudo direi, un cerchio d’attori e una lampadina fioca che illuminava (poco) la scena. Per il resto, niente. Non ricordo lo spettacolo, ma quella soluzione registica ridotta all’essenziale mi rimase in mente a lungo. Poi, dopo qualche anno, ne scrissi una cronaca o una critica o un ricordo… e Sergio Porro lesse quelle righe e mi chiamò.

Nacque così la nostra lunga e sincera e particolare amicizia, che durò quasi mezzo secolo; che si interrompe oggi con la morte di Sergio. Improvvisa e penosa.

Sergio Porro aveva 73 anni ed era un canturino convinto, fino al midollo. Nato e vissuto nella cosiddetta città del mobile, ne aveva assorbito l’humus, l’essenza, insomma la segatura che non era – per Sergio – elemento di scarto, bensì materia prima da rilavorare, ricreare. Così ha fatto per anni e anni coniugando la sua formazione “classica” con un progetto costante di elaborazione, invenzione e diffusione della cultura sia a Cantù che altrove.

Sergio Porro, della cultura canturina, è stato la miccia scatenante, sempre, ma soprattutto come responsabile della Biblioteca cittadina (intitolata a Ugo Bernasconi) e poi dell’Ufficio cultura del Comune. Scatenante perché, in qualsiasi momento anche politico, ha assunto (o s’è ritagliato) non il ruolo di protagonista, ma di “regista”. Lì era la sua dimensione naturale.

Anche per questo, alla metà degli anni Sessanta, con la complicità di amici poi attori e di artisti poi collaboratori avrebbe creato il Teatro Artigiano di Cantù. Un’esperienza durata mezzo secolo che lascia un segno originalissimo e duraturo nel brullo panorama del teatro di ricerca italiano. Esperienza di scrittura  e riscrittura sempre tesa a cercare nell’origine delle cose (le situazioni antiche della classicità teatrale e favolistica) l’aggancio con la contemporaneità.

Nella testa di Sergio e nel suo fare teatro il “laboratorio” inteso come bottega rimase per sempre il microcosmo dove tutto poteva avvenire e dove la narrazione sapeva coinvolgere (anche direttamente) lo spettatore. Un modello difficilmente ripetibile.

Sergio Porro ha lasciato la sua amata Cantù dopo una breve, ma fulminante, malattia. Un’uscita di scena straziante, imprevedibile. Tuttavia – non si può tacere – Sergio era “morto al mondo” da una decina d’anni, ovvero dopo la morte altrettanto dolorosissima per lui, per la moglie e Simone e Valerio, del terzo figlio Fulvio. Quel momento della sua vita era stato segnato profondissimamente e gli aveva imposto di lasciare anche gli amici più cari, le attività più pubbliche, i desideri più inespressi. Si era chiuso, allontanato. Solo il suo Teatro Artigiano, di tanto in tanto, gli ridava un attimo di serenità. Quel tanto che durava una messinscena ormai quasi sempre tragica e senza speranza.

Addio Sergio, i nostri lontani pranzi periodici che tanto mi arricchivano ora non ci saranno più, ma ti prometto che proverò quell’orribile pizza che a te tanto piaceva: una margherita ai frutti di mare e patatine fritte. Almeno una volta…