Parolario. A Como: Serena Bertolucci, per un giorno

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Serena Bertolucci, dopo l’esperienza di Villa Carlotta, è a Genova a dirigere i Musei della Liguria

Serena Bertolucci, genovese, dal 2016 è Dirigente del Museo di Palazzo Reale – Polo Museale della Liguria. Per una dozzina d’anni è stata sul Lago di Como: prima a Villa Vigoni di Menaggio e, dal 2004, conservatore di Villa Carlotta, Museo e Giardino Botanico; dal 2006 vicedirettore, dal 2010 direttore. Solida preparazione storico – artistica e anche esperienza di direzione amministrativa e di comunicazione.
È a Parolario 2017 per discutere con Mauro Felicori (direttore della Reggia di Caserta)  di Beni culturali: Come possono contribuire allo sviluppo economico del territorio.

Come ha rivoluzionato, il “Decreto musei” [2014], l’organizzazione museale? Lascia davvero autonomia e offre possibilità alla gestione museale?
Ha rivoluzionato in maniera congiunta, completa. Nel senso che il museo ha ora un’autonomia concreta e reale. Ci sono delle difficoltà, cioè tutte le difficoltà che implicano una gravidanza e un parto, per esempio la questione del personale che è rimasta esclusa per difficoltà di gestione.

Dunque una legge buona.
Le possibilità sono veramente notevoli e soprattutto possono essere applicate adesso, da subito. La conduzione del museo diventa molto più personalizzata: il museo non è più uno tra tanti, ma è una realtà specifica dove si valorizzano le caratteristiche di ciascuna struttura.

I Musei, dunque, ottengono finanziamenti specifici calcolati secondo caratteristiche e tipologia?
Abbiamo un bilancio autonomo. Come tutti i bilanci di qualsiasi ditta privata, presentiamo un bilancio preventivo che viene giudicato. Naturalmente nei musei più piccoli consegniamo un parte di fondi che riceviamo da Roma, questo grazie ai musei più grandi. Seguendo le indicazioni della riforma destiniamo il 20% a un fondo di sostegno (riservato ai musei), dal quale ognuno prende ciò che ha bisogno.

Il direttore dei musei statali è davvero un dirigente autonomo con portafoglio?
Adesso sì. Con ancora delle difficoltà essendo una legge nuova.

Di quali e quanti musei si tratta?
Siamo, in Italia, ventinove di musei statali autonomi. Certamente abbiamo un portafoglio, abbiamo un bilancio; c’è più possibilità di spesa, cosa che prima non era possibile. Esisteva un giro infernale che riguardava anche Roma.

Invece?
Adesso ognuno gestisce i propri incassi.

Non per i dirigenti dei musei civici, che dipendono direttamente da Comuni o Regioni.
Infatti. Oltre al Museo di Palazzo reale che dirigo ho la responsabilità di altre realtà museali in Liguria, distribuite su tutto il territorio ligure, in cui vige ancora il sistema tradizionale.

Cambierà in futuro o non è preso in considerazione?
Penso che – per il momento – non sia preso in considerazione di estendere il modello a tutto il sistema; siamo in una fase sperimentale, bisogna anche essere in grado di sostenere un certo grado di autonomia. Questa è la fatica maggiore.

Per i piccoli musei restano le difficoltà di gestione.
Certo. Per i musei più piccoli è più difficile sostenere la gestione quotidiana e straordinaria.

Rischiando di perdere il collegamento con il territorio e di non sapersi rinnovare?
Avranno senso in un concetto nuovo di museo diffuso sul territorio; con un sistema territoriale che aggancia statali, privati e civici in modo da poter offrire un servizio culturale più ampio. Potendosi supportare a vicenda.

La domanda è sempre più frequente: davvero la cultura in Italia ha un ruolo di primo piano nell’economia?
Assolutamente. Tuttavia non bisogna contare la produzione del singolo luogo, ma l’economia di scala che sviluppa le risorse collegate in uno spazio ampio.

Anche in rapporto al turismo?
Il sistema turistico assume il ruolo di attrazione; di volano naturale attraverso le bellezze, il paesaggio, l’accoglienza.

Ma il turismo rende; la cultura – invece – richiede investimenti.
Comunque la cultura è fattore di innovazione per il territorio. Il sistema turistico attrae, ma sono i musei, le ville, le attività culturali in genere ad attirare vere risorse e sviluppare economia, commercio, attività collaterali… La cultura deve essere riconosciuta come fattore di valorizzazione del patrimonio, fattore di cittadinanza, di riconoscimento, di educazione. I musei moderni – oggi – hanno bisogno di essere collocati  in una nuova dimensione; così come la cultura ha bisogno di essere inserita in un contesto molto più ampio.

Qualche anno fa Lei ha cominciato a collaborare a Villa Carlotta, poi assumendone la direzione.
Un’esperienza molto intensa e gratificante.

Villa Carlotta era già un mito; una meta. Nonostante i problemi era già conosciuta nel mondo. L’ha lasciata a un ottimo livello, in una posizione di grande prestigio e di autonomia economica molto invidiabile da altri musei italiani. Come è avvenuto tutto questo?
È avvenuto applicando una visione di largo respiro (che mi è stata insegnata). Non è detto che essere storica dell’arte voglia dire essere anche un ottimo manager culturale. Io ho avuto la fortuna di avere maestri, persone che hanno messo a disposizione le loro conoscenze sempre coltivando una visione territoriale.

Musei sempre più dentro la realtà.
Un museo fine a se stesso non fa onore allo stesso concetto di museo. Ho pensato a Villa Carlotta come un nodo all’interno di un sistema: la cultura trova il suo massimo sviluppo solo se vissuta in rete e in comunicazione con altri.

In che modo?
Siamo entrati nella rete degli orti botanici, per esempio. Valorizzare il museo e il contesto; si produce uno scambio di energie e conoscenze, che ora sto cercando di riportare a Genova.

Dunque è tornata a casa, in una situazione che ben conosceva. Si tratta di recuperare una rete complessa distribuita su tutto il territorio con vantaggi e problemi enormi, immagino.
A Genova, il Palazzo Reale è un museo autonomo ed ha un grande privilegio e un’enorme criticità: s’inserisce in un intero quartiere del centro storico di Genova, che è molto romantico ed estremamente complesso da gestire.
Possediamo un quarto di quella zona centrale. La scelta dell’autonomia di Palazzo Reale è stata voluta nell’ottica di contribuire allo sviluppo particolare del centro storico. Si affronta una sfida di ri-appartenenza della popolazione.

Non c’è solo la parte museale?
Veramente siamo un luogo della cultura e stiamo lottando il prima linea, ma abbiamo oltre 50 appartamenti da gestire, 30 negozi, due aree del Palazzo completamente da restaurare.

Una sfida impegnativa.
La prima tappa è restituire il Palazzo alla città; riallacciare il legame con la città. Davvero la cultura in questo caso può contribuire alla nascita di una parte importante. È faticoso, ma dà molta soddisfazione. Abbiamo diversi milioni di euro impegnati in restauri; stiamo aprendo cantieri uno dopo l’altro, riaprendo appartamenti e negozi.

Rimpiange Villa Carlotta?
In confronto Villa Carlotta è stata una bella passeggiata.