Padiglione Zero: Expottimisti ma non cucù

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Il Padiglione Zero di Expo è troppo bello per essere distrutto. Ha senso conservarlo?

 Metaforizzando si potrebbe dire: come un gruppo d’amici che trovatisi per una cena occasionale e verificatone il successo pensano – a metà cena – di impiantare un ristorante. Siamo così bravi – si dicono – che è un peccato buttar via tutto. Qualcuno osserva: una cena ben riuscita non è l’anticamera di un ristorante di successo. Qui abbiamo piatti e bicchieri di carta, il vino – va bene – ma senza scelta e così via…

Ovviamente i Cenottimisti considerano gli altri dei Disfattisti e – se la discussione non termina – la serata può anche finir male.

Fuor di metafora: superata la metà del tempo di Expo i gran capi (Sala, Martina, Franceschini, insomma il gotha) si pongono il problema di dare un futuro al Padiglione Zero (struttura di Michele De Lucchi, curatore Davide Rampello). Fanno un sopralluogo (un altro?) e pensano che la cosa sia fattibile ovviamente andranno valutati costi, ricavi, benefici e magari anche i problemi.

Considerazioni: il Padiglione Zero non è la decima meraviglia del mondo. Ci si passa, si guarda, si apprezza si capisce anche pochino. Insomma è una bella macchina ferma più vicina alla scenografia teatrale che ad un percorso museale.

Che cosa ci dice? Dell’importanza della memoria (una parete di cassetti – in facciata – alla maniera dei teorici rinascimentali); in controfacciata la storia dell’uomo naturale (video abbastanza emozionante che normalmente il visitatore osserva per un minuto, massimo); segue una stanza (neanche tanto grande) con la sfilata del genere animale (gradevoli figure a tutto tondo di bestie e affini) e poi il lavoro agricolo (mulini giranti e attrezzi appesi) e un plastico del territorio (dal rurale al metropolitano (abbastanza triste). Infine “la borsa mondiale del cibo e dello spreco” ovvero una parete di monitor che entusiasmano come la vetrina del MediaWorld; quasi infine una montagna di rifiuti (rappresentata da una montagna di rifiuti, ma di plastica) cui segue un circarama sghembo del mondo bello e qualche buon proposito messo in video.

Ne avevo già parlato tempo fa [leggi e foto] e dopo averlo rivisto una mezza dozzina di volte con altri visitatori, il giudizio non cambia.

È un padiglione, non un museo; è una struttura effimera che non reggerà alle prime corpose nevicate; è uno spazio senza riscaldamento (altamente dispersivo di calore essendo pensato per una sola estate).

Quanto durerà?
In eterno pensano gli Expottimisti; basta qualche piccolo intervento (non c’è un atrio, manca l’uscita, non ha servizi) e tutto si risolve.
Facciamo i seri: quanti soldi? Chi li mette? Chi gestisce? Padiglione Zero e poco altro in quel milione di metri quadrati?

Facciamone un simbolo, incalzano gli Expottimisti! Di cosa? Del solito tira e molla italiano che invece di puntare su progetti seri, duraturi, realizzabili sogna casette di cartone trasformate in “simbolo di Expo2015”.
Facciamo una previsione: a Natale quel Padiglione Zero era e Zero resterà. E al primo vero vento dell’inverno verrà giù come una mezza dozzina di Palazzetti dello sport alla nevicata dell’87. E pensare che erano di cemento e acciaio, forse.