Ora legale. Manovrare il tempo

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ORA LEGALE. Un’Idea per guadagnare tempo manovrando l’orologio

Era il maggio del 1966; un sabato sera tiepido che si annunciava come una vigilia di grande festa. La giornata era – o appariva – normale ma i giornali e la televisione strombazzavano da giorni una notizia che aveva – o sembrava avere – poco senso: sarebbe scattata l’ora legale! Si diceva appunto “scattata” con termine più sportivo che fotografico e il senso era di una sorta di corsa che sarebbe partita contro le regole della natura; contro il Tempo, addirittura.

Contro il tempo e contro il senso. Si pensava  di conquistare maggiore libertà; in realtà si perdeva un’ora.

Quel giorno, quel sabato, quel 22 maggio del 1966 facemmo avanzare (pensavamo per la prima volta, ma non era vero) le lancette. Un’ora avanti e subito ci mangiavamo sessanta minuti e ci sarebbero voluti almeno quattro mesi (24 settembre) per recuperare quel tempo avanzato. Molti non capirono subito la questione dell’avanzamento per ragioni “di risparmio energetico” e non furono pochi quelli (molte anche “quelle”) che continuarono a mantenere l’ora al tempo solare.

Solo Dio può fermare il sole (Giosuè: “Fermati, o sole…”) e urlavano scandalizzati! non può farlo un semplice orologiaio, non un governo democristiano (IV Legislatura, governo Moro III: Amintore Fanfani ministro degli Esteri, Paolo Emilio Taviani agli Interni, Bosco al lavoro, Andreotti a Industria, commercio, artigianato, Preti alle Finanze, Colombo al Tesoro…); neanche il papa: tutti i campanili obbedirono.

Invece i giovani e i vecchi scoprirono un altro mondo: più sereno, più solare, più luminoso.

I pomeriggi diventarono diversi, ovviamente più lunghi e le vacanze ancora più gradevoli. I vecchi erano scontenti: abitudinari (e conservatori) per disposizione naturale non impararono né subito né mai a ricollocarsi in uno spazio “legale”. Per coloro esisteva solo il tempo solare; come per i contadini, le mucche, i galli e gli uccelli. Questi appartenenti al settore diciamo agricolo continuarono a lavorare al tempo debito (i contadini ancora al buio, la mattina presto), le mucche a pretendere di essere munte all’ora stabilita (ma era tardo pomeriggio) e gli uccelletti svolazzavano canticchiando all’aurora che era ancora notte.

Furono alcuni dei contrattempi fastidiosi che rovinarono un poco l’entusiasmo generale per l’ora legale.

Il turismo fu il settore che trasse il maggior giovamento dalla più lunga luminosità del giorno. Lo spostamento in avanti dell’ora offriva una beata illusione di tranquillità costante e di allegria.

L’ora legale, storicamente parlando, non è un’invenzione della crisi energetica galoppante o della razionalità progettuale di qualche ecolo-socio-econo-fanta-sista, tutt’altro. Nacque dalla fervida mente dello scienziato e inventore Benjamin Franklin ed era il 1784, ma non fu apprezzata. Era già allora necessario risparmiare energia, ma si dovette arrivare alla Prima guerra mondiale per comprendere la portata sociale ed economica di una decisione politica che era – anche – un potente gesto creativo.

Non tutti gli Stati del mondo accettarono la soluzione che dal semplice avanzamento di una lancetta si poteva risparmiare e ottenere migliore regolazione dei tempi di produzione.

Nei primi cinque decenni del Novecento l’ora legale scattò a singhiozzo per giungere alla decisione quasi generale – almeno per America del Nord e per i paesi dell’Unione Europea (dal 1996). La Svizzera, fino al 1981, non accolse la convenzione. Per quindici anni il coordinamento tra le attività del tempo libero (spettacolo e televisione) tra quel paese e l’Italia fu un vero divertimento. Si andava a corrente culturale alternata soprattutto per coloro che – a quel tempo – frequentavano con assiduità le manifestazioni Ticinesi. I lavoratori frontalieri – invece – non trovavano affatto piacevole la differenza oraria.

Comunque: l’ora legale riuscì a concretizzare il principio di autodeterminazione e fu importante proprio perché suggerì come possibile un disegno razionale e preciso del mondo. Disegnare il tempo secondo le necessità umane era un principio che andava oltre il “semplice” e magari banale (e anche contestatissimo) risparmio energetico. Decidere “che ora è” appartiene alla sfera delle possibilità e delle libertà creative. Fu subito inteso come un gesto di potenza e di arroganza.

La Chiesa cattolica non se ne preoccupò; i teologi tacquero; l’allegria dei giovani fece il resto. Si andava a spasso alla luce, ma era dopocena. Il Duomo di Como splendeva al tramonto delle ventidue. Si pedalava sui pedalò in giro per il primo bacino del lago e le madri non protestavano: era “giorno”. Per non parlare delle scappatelle alla gelateria di Argegno, in bicicletta. Rientro col buio, finalmente. Non cambiarono i consumi, ma un poco la mentalità.

L’ora legale (di soli quattro mesi poi allungata fin quasi a sette) è un piccolo gesto di sfida alla macchina luminosa dell’Universo ed è – nel contempo – un piccolo atto di consapevolezza sociale.

Tradizionalmente la si fa scattare alle 24 del sabato anche se ognun sa che è attiva dalle due del mattino successivo (quando treni e bus e navi e aerei viaggiano in numero limitato con minori necessità di adeguamento dei complicati orari) ed è entrata nelle abitudini, oramai senza polemiche. In certi orologi atomici scatta automaticamente e ciò toglie il piacere di un gesto semplice e piccolino come spostare avanti una lancetta che segna le ore. Un gesto di sfida e di indipendenza e di autonomia dallo scorrere del tempo; che passa inesorabile, ma puoi anche ignorarlo.