Nove giorni alla Notte. Tradizioni natalizie e verbi irregolari – [07_Cucinare]

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Gerardo Monizza, Nove giorni alla Notte. Tradizioni natalizie e verbi irregolari

[07_Cucinare]

“Si fa in fretta a dire “spirito”, ma il Natale è soprattutto
carne.
Tutto è già stato scritto (“E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi” Vangelo di
Giovanni 1,14) e preso assolutamente alla lettera
senza pudori né limitazioni. Non si tratta di una
lettura religiosa o antropologica bensì realistica
delle abitudini natalizie e che tiene conto delle
usanze e dei costumi delle popolazioni ricche.
Che hanno carne.
Polli, capponi, galletti, faraone, arrosti, ripieni,
lardi, salsicce e trippe in un trionfo di profumi
e in un eccesso di volumi; poi puliti, tagliati,
bolliti, messi ai ferri, alle griglie, infilati, spezzati,
rosolati, salati, tritati, cuciti e serviti con amorevole
cura e gentili decorazioni. Un massacro dei
fegati (umani) e degli indici glicemici. Un piacere
degli occhi, delle gole, delle pance e dei macellai
(nel senso del commercio).
Però il Natale è anche questo: un bel regalo
alla tradizione violenta dell’uomo cacciatore e
della donna manipolatrice, gastronoma e cuciniera
che sa catturare gli affetti con gli effetti di
tavola di menu sapienti e saporiti.
Il Natale non ha lo stesso risultato – diciamo?
– con una carota bollita o una zucchina – esageriamo?
– fritta.
L’elenco delle cose da comprare è solitamente
lungo come un rotolo di carta igienica e
viene tuttavia diviso in zone: antipasto, primi,
varianti dei primi per i soliti due o tre che non
gradiscono i “primi primi”, secondi, secondi dei
secondi, piccoli bocconi di “terzi” tanto per assaggiare
(e per mostrare la bravura delle cuoche
che immaginano in anticipo i gridolini “ma che
meravigliaaaa! come hai fattoooo!” persino dalla []”

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Nove giorni alla Notte. Tradizioni natalizie e verbi irregolari