Nove giorni alla Notte. Tradizioni natalizie e verbi irregolari – [04_Attendere]

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Gerardo Monizza, Nove giorni alla Notte. Tradizioni natalizie e verbi irregolari

[04_Attendere]

“Aspettare chi e cosa? Il copione è noto come
lo sono le portate del cenone che arrivano micidiali
a sollazzare pance non più capienti e per
aumentare il colesterolo, quello cattivo.
Aspettare è uno stato d’illusione personale
che, quando entra nel collettivo, si carica a dismisura
nel piacere dell’ignoto. Tutti sanno chi e
cosa arriverà, ma aspettano eccitati. Per ingenuità?
Forse, ma anche per innato e incancellabile
senso dell’ottimismo. Siccome il “cosa” non può
essere peggio di com’è, si ha qualche speranza per
il “chi”.
Si aspetta una persona; si aspetta un regalo;
si aspetta una soluzione ai mille problemi accumulati
nel corso dell’anno. Si aspetta di vedere
cambiare il mondo. Scusate se è poco.
In quanto all’impegno personale: zero.
Per questo si aspetta. Con pazienza e senza far
nulla per correggere l’incontro casuale degli astri
ed in questo atteggiamento c’è molto fatalismo e
poca progettualità. Infatti il fatalismo è immaginare
il mondo governato (?) dal caso (dunque
si può anche fare a meno di impegnarsi) mentre
la progettualità richiede tempo e discernimento
nonché una capacità di analisi della situazione
che impone studio ed elaborazione. Insomma
una noia.
Aspettare così, vagamente, è il miglior atteggiamento
che si possa avere per ottenere qualcosa
che capiti a caso. Non si sa cosa, ma sempre
meglio di niente. Si aspetta che siano gli altri a
fare mentre noi si sta impegnati a riflettere (se va
bene) o anche solo a parlare, parlare, parlare []”

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Nove giorni alla Notte. Tradizioni natalizie e verbi irregolari