Lettere dal Nord: Esercitazioni

 

 esercitazioni

Era un mercoledì del mese di gennaio, me lo ricordo perfettamente.

La sirena ha iniziato a suonare, come una nave da crociera all’ingresso di un porto. Un po’ preoccupata, ho chiesto al collega che mi sedeva di fronte ‘che cosa è?’. "La guerra", mi ha risposto, ridacchiando. Naturalmente ho pensato di aver capito male. "Quando senti questo suono, devi accendere la radio", ha aggiunto, serio. Tornata a casa dal lavoro, sono andata subito a controllare. Avevo capito bene. Era una sirena di guerra. Viene messa in azione due volte all’anno, a gennaio e a giugno, come esercitazione in caso di attacco aereo. Ce ne sono in tutto il paese: 1250 apparecchi sono distribuiti lungo tutta la Norvegia e suonano in contemporanea raggiungendo almeno la metà della popolazione. Non avevo mai sentito di una cosa simile, in Italia. Eppure, noi, di guerra, ne sappiamo qualcosa..

Del resto, i norvegesi, in fatto di esercitazioni, sono un po’ "tedeschi", diremmo noi. Nel senso che le esercitazioni, loro, le fanno davvero, perché le cose le prendono tutte sul serio. Quindi è normale che ci sia la prova di evacuazione in ufficio, in piscina, o in qualsiasi altro posto. Ma non è come la prova che facevamo al liceo, dove l’insegnante, per prima, restava in classe. Qui si fa sul serio. Tanto che, quando i ragazzi del centro di ricerca chimica del piano terra hanno scatenato un piccolo incendio, io nemmeno avevo capito che non era l’ennesima esercitazione. Del resto, sul viso dei miei colleghi, nulla faceva pensare a qualcosa di diverso. "È scoppiato un incendio al centro chimico del piano primo" (il piano primo norvegese corrisponde al nostro piano terra), mi ha detto la mia collega, nello stesso modo in cui, più tardi, mi avrebbe comunicato che quel giorno, per pranzo, in mensa, avevano finito la zuppa. Anzi, forse la seconda notizia ha scaturito in lei qualche emozione in più. Io, invece, avevo le parole "incendio" e "chimico" che già lampeggiavano nella mia testa come due luci al neon in mezzo al deserto.

Il self control dei norvegesi, del resto, è leggendario. Forse proprio perché loro si preparano a tutto. Così, se scoppia un incendio, sanno già cosa fare, lo hanno fatto tante volte e tutto risulta più semplice: niente panico e sangue freddo. Forse fanno esercitazioni anche per i voli in caso di maltempo, perché, ogni volta che mi capita il volo con tempesta annessa, io sono tutta presa a sciorinare il rosario mentre loro chiacchierano tranquillamente del fine settimana passato a Londra.

Devo dire che questa storia delle esercitazioni non è solo un modo di prepararsi ad eventi particolari e imprevisti, ma è un po’ una "forma mentis": si cerca sempre di essere pronti prima, di non improvvisare, di avere tutto sotto controllo. Ora, rileggendo questa descrizione e pensando a noi italiani devo ammettere che ci ritroviamo come un kiwi in un tiramisù. Perché noi siamo, in genere, esattamente l’opposto. Improvvisatori nati, sappiamo gestire alla grande l’emergenza, ma non affidateci l’ordinaria quotidianeità. Però è da qui che nasce anche il nostro estro e la nostra creatività. Ogni medaglia ha, insomma, due facce. Chissà che non si possa imparare, un giorno, a scegliere solo i due lati senza controindicazioni.

A presto

Arianna

 

 

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.