Lettere dal Nord: Questione di humour

 

 questione di humour

Il livello di apprendimento di una lingua straniera si potrebbe classificare secondo un semplice schema. 
Prima viene la capacità di esprimersi, semplicemente facendosi capire. Poi, la padronanza del linguaggio in contesti sempre più articolati, l’ampliamento del vocabolario.. fino a quel livello che si può definire "fluente". Ma resta ancora un gradino, nell’apprendimento. Quello stadio finale che fa la differenza e che ci permette un inserimento culturale totale. Come si fa a sapere quando anche questo livello è stato raggiunto?

Vi faccio un esempio.
Prendete una pausa pranzo. I vostri colleghi stanno chiacchierando del più e del meno. Ad un certo punto tutti scoppiano a ridere. Se voi fate parte del gruppo in modo genuino.. insomma, se vi viene davvero da ridere, allora ci siete. Avete una completa padronanza della lingua. Se invece, come me, vi state ancora chiedendo cosa c’era di così ilare perché tutti scoppiassero a ridere in quel modo, allora non ci siete per niente.
Ho provato anche il contrario: faccio io una battuta. Visto il risultato, riassunto dalle facce basite dei colleghi, ho pensato, all’inizio, che era perché parlavo in inglese. "Certo, una battuta in una linga straniera non rende l’idea", pensavo. È come raccontare una barzelletta dove l’elemento divertente è un doppio senso in qualche dialetto, in un’altra lingua. Non rende. Tutto qui.

Poi ho pensato che forse era il mio livello di norvegese che non era all’altezza della mia fine ironia.
Ora, ho seriamente il dubbio che sia una questione culturale. Non perché il mio norvegese viaggi a livelli stellari, ma perché le facce basite restano, anzi penso che inizino a considerarmi "quella che ogni tanto fa battute strane" e ride da sola. Insomma, devo decidermi a smettere.

Del resto, non è solo una questione di humour. La questione culturale è un argomento non di poco conto.
Sarà per quello che ogni tanto facciamo qualche gaffes, con la barzelletta sulla regina d’Inghilterra raccontata ad un inglese, o non capiamo le istruzioni dell’insegnante di ballo brasiliano, credendo di avere problemi di coordinazione...
In Norvegia la questione fortunatamente si risolve se non pretendete di fare "i simpatici" durante la pausa caffè e se accettate che ci siano cose che per gli altri sono normali mentre a voi sembrano proprio strane.

Un esempio?
Una pubblicità inizia così: una ragazza è seduta su una panchina, in una giornata serena. Sullo sfondo si vede il mare. La ragazzina ha un viso triste. Due amichette le si avvicinano e le chiedono come sta. Si sente triste e depressa, dice lei. Così le due giovani amiche norvegesi le allungano un merluzzo lungo mezzo metro, rigorosamente morto, ma integro in ogni sua parte. "Prendi", le dicono, "ti farà sentire meglio". E lei prede il pescione dalle loro mani e se lo abbraccia, sorridendo felice.

Il pesce fa bene. Così recita la pubblicità.
Se la proiettate in un qualsiasi altro paese, le vendite di pesce crolleranno inesorabilmente verso minimi mai toccati a causa del pensiero dell’abbraccio tra la bimba e il pesce puzzoso che affollerà la mente di chiunque abbia la malsana idea di farsi una fetta di salmone per cena.

Ma non qui.
I Norvegesi sono fieri del loro pesce. Tanto che, altra cosa incomprensibile, mentre il resto del mondo si prende le capsule per evitare che il saporaccio dell’olio di pesce infesti le bocche, in Norvegia il più gettonato "omega 3" è in boccetta, da assumere comodamente con il cucchiaio, tanto per gradire un po’ di tanfo di pesce al mattino appena svegli.

Volete un altro esempio? Le ferie "vere" per un norvegese sono nella "hytta", ovvero una baita in mezzo ai boschi. Ma non una casetta qualsiasi: se è una hytta che si rispetti, non ha elettricità, niente riscaldamento o acqua corrente, i bagni sono un gabbiotto di mezzo metro quadro nel bosco e vi ci vogliono svariate ore di cammino per raggiungerla. Il mio collega Simen dice che “non c’è nulla di meglio che svegliarsi al mattino d’inverno, accendere un fuoco per scaldarsi” (e ti credo.. nell’entroterra norvegese si arriva anche a -50 gradi centigradi..) “e andare al fiume a prendere l’acqua per fare il caffè”. E qui ci starebbe la faccetta basita delle emoticon, di certo meno espressiva della mia mentre me lo raccontava.

Un altro faro della cultua norvegese? Il postale del nord: dei vecchi barconi (almeno, vecchio era quello dove sono salita io) che ripercorrono tutta la costa ovest, si fermano nelle località portuali (dove, per la maggior parte, non c’è assolutamente nulla) qualche decina di minuti e ripartono con un cupo suono che si sente a distanza notevole e ricorda quel grido di ferraglia delle navi abbandonate nei depositi, in attesa del loro smaltimento. Una particolarità: una volta oltrepassato il circolo polare, sul ponte viene offerto un bicchierino di olio di pesce e un secondo bicchierino di alcool puro per dimenticare il sapore del primo.

E con questo esempio il cerchio si chiude..
A pensarci bene, penso di poter fingere una risata, di tanto in tanto, ringraziare per gli inviti nelle hytta ma "questo fine settimana vado a Londra da mia sorella, sarà per la prossima" e prendere gli omega 3 in comode capsule, così da avere qualche speranza di non mandare in crisi il mio matrimonio ogni mattino al risveglio. Continuo ostinatamente a fare qualche battuta, ma ho smesso di aspettarmi come risposta una risata. Direi che va bene così: questione di humour.

A presto

Arianna

 

 

 

Una ricognizione nelle vite della gente comune del Regno Lombardo-Veneto tra 1818 e 1862, basata sui verbali dei processi inquisitori, custoditi presso l’Archivio di Stato di Como. Storie tanto lontane nel tempo, ma che appaiono ancor oggi molto vicine.

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.