Milano. “Casa di Bambola” al Parenti

178

 

Milano. Casa di bambola al Parenti. Filippo Timi si accaparra le parti maschili e tutti gli applausi

Tre in uno. Un’offerta stuzzicante eppure rischiosa che potrebbe non essere all’altezza delle promesse. Infatti. La “Casa di bambola” interpretata da Filippo Timi e diretta da Andrée Ruth Shammah può sembrare un’offerta allettante, un po’ da supermercato dello spettacolo. Certamente originale. Perché – tuttavia – affidare ad un solo attore tre parti importanti del dramma: Torvald Helmer il marito avvocato, il dottor Rank l’amico di famiglia, medico, e Krogstad, procuratore e fastidioso ricattatore?

In Casa di Bambola (scritta da Henrik Ibsen nel 1879) la protagonista è donna, femmina; è Nora. Moglie di Torvald: oppressa non troppo da un marito servizievole tanto quanto esigente, ossessivo, limitante. Eppure Nora gode di ampi margini d’azione e di libertà ed è capace di realizzare un’operazione non illegale, ma un po’ sciocca per fine di bene: si fa prestare denaro per poter condurre il marito in un viaggio salutare in giro per il mondo e soprattutto in Italia. Da quell’esperienza la coppia ritorna felice e il marito – ignaro – sanato.
Il prestito richiesto alla banca e ottenuto attraverso Krogstad è restituito a rate, pur con qualche fatica. Giunti quasi al riscatto, Krogstad minaccia di rivelare l’operazione al marito; egli ricatta Nora ritenuta incapace di convincere Torvald (divenuto nel frattempo direttore della banca) a non licenziarlo. Ma l’ignaro marito rivela a Nora – insistente – che su Krogstad pesa il dubbio di illeciti…
Nella vicenda si inseriscono l’amica Linde e il ricordo del padre di Nora, scomparso di recente.
Ibsen non fa del dramma una tragedia perché non scorre sangue, ma solo lacerazione di sentimenti. Offre tuttavia un’analisi approfondita della situazione di coppia alla fine dell’Ottocento. Ovviamente di coppia borghese che dimostra possibilità economiche, culturali e sociali notevoli anche quando appare in difficoltà.

Dramma celeberrimo e cavallo di battaglia di tante grandi attrici (qui è Marina Rocco che parte superficiale quasi sempliciotta e si ravvede ovvero riscatta verso la fine quando si libera dal marito, persino dai figli, anche dal ruolo giocondo cui sembrava averla destinata la regia).
Incredibilmente Nora non è la protagonista della scena che – invece – è tutta di Filippo Timi, nelle tre parti maschili.
Il teatro è scrittura e poi invenzione. Il testo è lo spazio definito delle azioni dei personaggi nella vicenda. La regia è libertà. Ma il teatro, quando diventa costruzione di un’idea, inventa, stravolge. Fa esplodere quel che le parole scritte magari tacevano per incapacità espressiva, debolezza, pudore. Non si dicon (mai) tutte le cose che si pensano e ancor meno si scrivono (questo per gli autori) e si lascia ai registi e agli attori riportare quel che si era immaginato in una proiezione della realtà.
Dunque: che cosa sarebbe avvenuto nella Casa di bambola secondo l’autore non necessariamente deve essere riportato in scena. Questo è accettabile. Tuttavia sono auspicabili qualche regola, una certa chiarezza, magari un briciolo di logica.
Chissà perché Andrée Ruth Shammah – regista non sempre temeraria – ha deciso di affidare a Filippo Timi le tre parti maschili. Stando alle dichiarazioni preliminari di regista e interprete sembra che i tre maschi del dramma siano riconducibili ad un unico carattere. Può essere: anche se l’idea è odiosa (per i maschi) e inoltre, lasciando il mattatore Timi sempre in scena (pur nella diversità di costumi, tipi e interpretazione) non si offre allo spettatore una visione chiara della vicenda. Anzi si sfiora il grottesco e qualche volta la farsa (incroci e scambi non funzionano sempre, cappelli che cadono, scialli che sivolano…).
La scelta interpretativa porta inoltre qualche altro segno: come aver affidato ad un maschio la parte di Bambinaia governante tuttofare, facendole/gli assumere un ruolo grottesco (leggi: Legnanesi). Perché mancano attrici femmine capaci di assumere il ruolo?
Ovviamente nel teatro non si cerca coerenza assoluta e tuttavia ci si aspetta chiarezza espressiva. Perché – inoltre – aggiungere il personaggio della figlia di Nora che suona (ma inutilmente) l’arpa, poi abbandonata in un angolo per tutto lo spettacolo? Sono forse invenzioni per strappare l’applauso ad un pubblico già abbastanza felice di vedere le prodezze di un attore solitamente molto bravo e anche molto televisivo?

Ammiccare. Nel testo non sono poche le occasioni in cui l’attore o l’attrice si rivolgono al pubblico; qui si esagera strizzando l’occhiolino. Oramai siamo abituati (ma non rassegnati) al modello televisivo diluito e superficiale. Il teatro dal vivo è – o dovrebbe essere – altra cosa, diversa emozione; altrimenti perché muoversi, impegnarsi, pagare.
La compagnia al Teatro Franco Parenti si dà molto da fare entrando e uscendo da porte semitrasparenti anche se – talvolta – proprio il ritmo segnato dalle aperture e dalle chiusure si perde nella distrazione degli attori (le porte esistono oppure no?).
Insomma, lo spettacolo diverte il pubblico, ma non convince (che senso ha far ballare la tarantella al marito invece che alla moglie? Marina Rocco non sa ballare?) e anche il passaggio di Nora dall’iniziale sottomissione amorevole alla consapevolezza di “donna moderna” non trova giustificazione.
La sua tirata finale, che è il segno di una libertà intravista nell’indipendenza dal marito (siamo alla fine dell’Ottocento!) sembra l’esatto contrario del finale scespiriano in La bisbetica domata (1590). Là Caterina si sottomette alla tradizione di cui il neo marito Petruccio è portatore sgraziato. Caterina parla alla sorella Bianca e a tutti affinché le donne capiscano e accettino la loro condizione.
Qui Nora parla innanzitutto a sé stessa e magari al sorpreso marito, all’amica, alla serva. La sua non è l’affermazione di una donna veramente consapevole, ma rivela l’attenzione che finalmente una donna pone a se stessa. Con un prezzo altissimo: l’abbandono delle sicurezze matrimoniali, dei figli, del marito. Non è un capriccio, ma è la chiave della modernità. È lei, Nora, la vera protagonista. Non il marito uno e trino.
Al coraggio di Nora / Rocco sicuramente vanno gli applausi del folto pubblico che, dominato dal divo Timi, tuttavia stenta a capire i personaggi e il senso della storia. Comunque un successo.

Teatro Franco Parenti. Milano
Casa di Bambola di Henrik Ibsen

Traduzione, adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah
con Filippo Timi,
Marina Rocco, nel ruolo di Nora,
e con la partecipazione di Mariella Valentini
e Andrea Soffiantini, Marco De Bella, Angelica Gavinelli, Elena Orsini, Paola Senatore.

Spazio scenico Gian Maurizio Fercioni
Costumi Fabio Zambernardi in collaborazione con Lawrence Steele
Luci Gigi Saccomandi
Musiche Michele Tadini
Produzione Teatro Franco Parenti/Fondazione Teatro della Toscana