Umberto Orsini. Il Giuoco delle parti - Orsini. Appunti di un Capocomico

Appunti di un capocomico

Da alcuni anni ho preso l’abitudine a leggere libri che avevo già letto in gioventù e, come immagino capiti a tutti quelli che come me abbiano questo piacere del rileggere, mi trovo di fronte a pagine che avevo totalmente dimenticato o che non mi avevano particolarmente colpito, addirittura leggo episodi che mi risultano totalmente nuovi tanto da chiedermi se li avevo saltati per pura distrazione.

Sono tante le sorprese che possono nascere da questa pratica. A volte ti capita di restare deluso dalla rilettura e dunque rimpiangere quelle emozioni che ti sembrava di aver provato un tempo e non puoi ritrovare più, ma spesso, grazie al cielo, la rilettura provoca scoperte inattese e sensazioni e stati d’animo non raggiunti in precedenza.

Decidendo di rifare “Il giuoco delle parti” a distanza di una quindicina d’anni da una messa in scena di Gabriele Lavia per il Teatro Eliseo, che all’epoca dirigevo con lui insieme a Rossella Falk, mi scopro nella stessa posizione di quando riprendo un libro in mano e sento che molti pericoli sono in agguato primo fra tutti quello di non trovare le stesse emozioni di quella prima volta.

Oggi che certamente sono più anziano, ma direi anche più maturo, mi chiedo con quale sguardo potrei riprendere quella storia e trovarci qualcosa di trascurato prima e perciò di inedito e in fin dei conti di nuovo. Così, col mio regista Roberto Valerio che proprio con me aveva debuttato come attore in quel “Giuoco delle parti” di tanti anni fa, e che in seguito dopo aver spesso lavorato accanto a me per una decina d’anni aveva deciso di proseguire il suo lavoro in totale autonomia, e con ottimi risultati, ci siamo posti una domanda, fra le tante possibili, che subito ci ha fatto scattare la corda matta che sta sempre in agguato nella mente di un teatrante.

La domanda è la seguente: ma questo protagonista della storia, questo Leone Gala, che dice di aver capito il gioco, questo famigerato “gioco della vita” lo aveva poi veramente capito? Spesso è necessario partire da un tentativo di rovesciamento di quello che appare evidente per poter arrivare a scoprire cosa c’è dall’altra parte della facciata.

La didascalia originale di Pirandello che accompagna il finale della commedia ci descrive un Leone quasi serafico che, dopo aver mandato il suo rivale al macello, si appresta a gustare il suo uovo alla coque quotidiano. Questa è l’immagine che chiude tutte le edizioni che ho visto di questa pièce, a partire da quella storica di De Lullo fino ad arrivare a quella mia e di Lavia di quindici anni fa. Ed è certamente l’immagine di un cinismo sublime ed insieme inquietante.

Proprio questo sinistro aspetto della personalità di Leone Gala ha fatto nascere in noi questa domanda:
ma davvero finisce tutto lì? Quest’uomo che in nome della ragione ha rifiutato il contatto con i suoi simili, quest’uomo che si è vuotato delle proprie emozioni e si è dedicato ad una vita di reclusione dividendosi tra i libri e la cucina, metafora del vuoto e del pieno e che parla quasi continuamente di istinto e di ragione... in fondo non è un uomo che... ragiona? E se così fosse, ci siamo chiesti, quale potrebbe essere la sorte riservata ad un uomo così sragionante una volta che il sipario si sia chiuso davanti a lui? Un tipo di domanda che può avere risposte solo arbitrarie naturalmente, ma sulle quali alcuni, anche grandissimi, hanno costruito risposte fondamentali per le loro teorie di estetica teatrale.

Ebbene noi abbiamo voluto essere un po’ ingenui, e senza prenderci troppo sul serio, abbiamo cominciato a ipotizzare possibili scenari di una post-vicenda, e abbiamo immaginato un Leone Gala che viva oltre il limite che la commedia gli ha assegnato, un Leone più invecchiato e ossessivamente alla ricerca del suo passato, e che lo rivive come farebbe uno scrittore che voglia mettere ordine alle sue bozze o cambi la sequenza delle scene, o addirittura le sopprima.

Difendo questa scelta per puro interesse di resa teatrale, senza cercare di ammantarla di facile ideologia. Prendetela come volete ma questa arbitrarietà so che ci permetterà di ripercorrere quella storia da un punto di vista che non è solo quello dell’autore, come sovente e giustamente avviene, ma dal punto di vista del personaggio che, diventato lui sì vero autore di se stesso, cerca sul palcoscenico una sua nuova identità. Mi rendo conto che tutto questo suona terribilmente pirandelliano ma ci sarebbe da sorprendersi se non fosse così.
Per dare un avvio al progetto, e per prenderci un po’ sul serio, siamo risaliti alla novella dello stesso Pirandello che aveva ispirato la commedia e che aveva come titolo “Quando si è capito il giuoco” e, come tra l’altro ci aspettavamo, l’abbiamo trovata più sanguigna della commedia stessa, più borghese, più vicina a quelle piccole storie di tradimenti e di corna che spesso finiscono con la morte di uno dei due rivali, soprattutto è una storia disperatamente ironica e un po’ pazza. Gli anni in cui aveva finito di scrivere la commedia erano quelli che avevano visto piombare nella vita domestica di Pirandello il dramma dei disturbi mentali della moglie Antonietta…
Storie di tutti i giorni insomma, novelle per un anno, di quelle che, quando avvengono sul serio e finiscono tragicamente come nel nostro caso, fanno dire alla gente: “Ma quel tale che si è comportato così io lo conoscevo”, “Era una brava persona, tanto tranquilla... ma chi l’avrebbe mai detto!” Già, chi l’avrebbe mai detto? Apparentemente Leone Gala è una gran brava persona ma è certamente un folle, un assassino col sorriso sulle labbra e la morte nel cuore. Nel nostro spettacolo lo ritroviamo in un luogo che non può essere una prigione perché la sua colpa, nonostante la tragica conclusione, è stata solo virtuale.
Lo ritroviamo in un luogo che potrebbe essere un palcoscenico così come su un palcoscenico veniva recitato dagli attori “Il giuoco delle parti” prima che dalla platea entrassero “I sei personaggi” in cerca del loro autore nella rivoluzionaria commedia di Pirandello, abbinamento curioso ma del quale in un certo modo dobbiamo tener conto, perché Pirandello comincia il suo capolavoro proprio con un tentativo, poi interrotto,  di provare questa commedia e non altre?
Il luogo dove collochiamo il nostro protagonista è certamente uno spazio dove la ragione convive con la pazzia, dove gli abiti mentali con cui si sono mascherate le apparenze sono stati dismessi, dove il passato ritorna perché del passato non si può vedere solo ciò che è passato ma anche ciò che è sempre presente; è il “luogo-prigione” di un Enrico IV che gira in costume là dove tutti sono vestiti normalmente e tutti fanno finta di non accorgersene...

È il palcoscenico di Hinkfuss, il regista di “Questa sera si recita a soggetto”, che in piena crisi creativa cambia le scenografie quasi a capriccio e commenta le azioni degli attori durante le prove… È soprattutto un luogo che scardina il salotto borghese ed allarga il campo verso qualcosa di più proiettato all’esterno, un esterno in cui l’uomo è più disarmato e perciò più vulnerabile e in qualche modo più simile e vicino ai nostri contemporanei.
Questa è la seconda produzione della compagnia alla quale ho dato il mio nome e mettendo accanto a talenti sicuri come Alvia Reale, Michele di Mauro e Flavio Bonacci altri attori rigorosamente scelti nel tentativo di scavalcare gli stereotipi che di solito infestano queste commedie apparentemente borghesi ho voluto dare a tutti un motivo per lavorare con creatività innovativa ma con intelligente rispetto della tradizione. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto fin qui e, qualunque possa essere il risultato finale, ho la consapevolezza di aver trasmesso alla compagnia tutti i valori di professionalità e di rigore che la storia dalla quale provengo mi hanno insegnato.
Non abbiamo ancora deciso se nel finale del nostro spettacolo io spezzerò un uovo alla coque come si è sempre fatto (sto scrivendo queste note durante le prove...), ma certamente quel finale appartiene al passato, Leone Gala lo ha già vissuto... e quello che lo attende è sicuramente o un riposo che lo allontani dalla meschinità degli uomini e lo avvicini alla serenità degli dei... o qualcosa che in questi giorni ci verrà in mente e dunque, al momento, una sorpresa.
Oggi, nel momento in cui state leggendo queste mie note, prima che si alzi il sipario, è chiaro che qualche soluzione saremo riusciti a trovarla e mi auguro che non sia solo una trovata teatrale ma una vera idea, di quelle che mettano in evidenza il senso del lavoro che stiamo inseguendo da mesi e che chiarifichino a noi quello che abbiamo tentato di fare e a voi quello che state per vedere.

Umberto Orsini

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.