TSC. Arlecchino rivelato

Dietro le quinte l'Arlecchino è un'esperienza emozionante

“Chi è di scena!” secco. Detto dal direttore di palcoscenico è il vero inizio dell’Arlecchino servitore di due padroni. Ma il pubblico ovviamente non sente l’invito. È il segnale per gli attori che con misurata calma lasciano i camerini e si dispongono per l’inizio della commedia. Dietro le quinte, i tecnici hanno già collocato ogni cosa; gli attrezzisti gli oggetti – e sono moltissimi: padelle, zuppiere, bastoni, cappelli… - che serviranno durante le avventure di Arlecchino, Brighella, Beatrice, Smeraldina, Pantalone, il Dottore, Clarice, Silvio, Florindo. In più: suonatori, camerieri e il Suggeritore (personaggio davvero non secondario) che accende e spegne le candele di ribalta.

Insomma l’Arlecchino – per quanto allo spettatore possa sembrare una messinscena “semplice” - richiede un notevole sforzo organizzativo e produttivo.

Per non parlare della scena (di Ezio Frigerio, bellissima anche vista dal retro) e dei costumi (di Franca Squarciapino che, osservati da vicino, rivelano tutta la fantasia e la meticolosa precisione con cui sono stati realizzati).

Teatro Sociale di Como in festa. Pienone delle grandi occasioni (nota: ma perché il pubblico si fa richiamare dalla campanella e non entra al primo suono?).

Inizio così un'esperienza insolita. Molto differente dal consueto: assistere ad uno spettacolo da dietro le quinte è sempre appassionante; vedere l'Arlecchino è un’esperienza unica perché il meccanismo narrativo è mosso da una notevole perfezione (che poi, il teatro è sempre così…) e che qui è rinnovata dall’esperienza di Ferruccio Soleri e dal regista Stefano De Luca che – insieme – hanno ripreso la “storica” regia di Giorgio Strehler.

La prima volta che vidi Arlecchino ero un ragazzo e in seguito l’avrò visto circa quaranta volte. Una specie di record. Ma dalle quinte mai! È da quella postazione l’incantesimo è rivelato, ma non cancellato.

La magia del teatro non è solo la rappresentazione rivolta al pubblico, ma anche l'insieme delle parti - molte delle quali nascoste - che sostengono la complessa struttura spettacolare. Dalle quinte, la macchina appare in tutte le sue componenti perché l'effetto è proprio la combinazione dell'elemento visivo con quello umano: degli attori e dei tecnici.

Forse, nel 1947, non era stato concepito da Giorgio Strehler per dargli così lunga vita. Ma già con Marcello Moretti (1910-1961) – primo e celebre interprete - dal Piccolo Teatro di Milano la commedia era partita per il mondo e poi non s’è più fermata (oggi sfiora le tremila rappresentazioni).

L'Arlecchino - dopo 70anni di repliche e vari rifacimenti - è uno spettacolo singolare  che coinvolge il pubblico perché semplice e colorato e vivo e impone agli attori di modellare sera dopo sera la recitazione; altrimenti sarebbe routine, noia.

Nei ruoli si son succeduti decine di attori che han fatto grande il teatro italiano e numerosi son diventati celebrità.  Girando l'Italia e il mondo Arlecchino non è invecchiato. Merito anche di un paradosso artistico e umano: la continuità del primo attore che dal 1962 interpreta la stessa parte perché Arlecchino è Soleri e Soleri è Arlecchino.  Inseparabili, inscindibili.

Dietro le quinte la simbiosi è evidente. Per quei tre atti Soleri è il suo personaggio e i movimenti e le attese e i suoni e i silenzi sono parte essenziale dello spettacolo; anche quando l’Attore riposa Arlecchino è fermo, ma attento. Pronto a cogliere il momento giusto per riprendere la scena.

Più che spettacolo del resto è racconto, capacità di attrarre l'attenzione ogni volta come se fosse la prima; gli spettatori sono come i bimbi che riscoprono dalla stessa fiaba emozioni e sensazioni differenti anche se è sempre uguale.

Il ritmo in scena è frenetico e le disgrazie ad Arlecchino, affamato e continuamente alla ricerca di cibo, gli capitano addosso perché incapace di essere sincero; nasce infatti Truffaldino. La pancia pretende più della testa.

Il pubblico, oltre le pesanti cortine del sipario, oltre le quinte, si diverte e ride volentieri ma il riverbero giunge soffocato. Gli attori sanno ciò che succederà e danno il ritmo alla complicata azione che si dipana senza intoppi anche nella famosa scena del doppio pranzo servito da Arlecchino: acrobatica sulla pedana e perfetta dietro le quinte in un piroettare di lanci e prese da parte di tutti.

La commedia, vista da dietro, è teatro/nel teatro/nel teatro quando gli attori attendono d’entrare o quando ripassano la loro parte (ormai memorizzata abbastanza…) o quando fanno eco alla canzone in scena (con le struggenti musiche di Fiorenzo Carpi) o fanno il verso ai colleghi provocando il sorriso di chi aspetta l’entrata in scena.

Non si percepisce tensione o indifferenza (come talvolta dietro le quinte) semmai sicurezza e compiacimento; divertimento, anche. Complicità. Una bella squadra che ruota attorno a Ferruccio Soleri non tanto perché protagonista, ma in quanto monumento di dedizione e di attenzione al personaggio Arlecchino che salta, balla, canta, giravolta in scena e poi – nella pausa, dietro – si ferma e immobile attende il suo nuovo momento.

Soleri è un attore davvero straordinario che a ottantacinque anni compiuti mostra ancora un’agilità sorprendente ed è il perno centrale attorno al quale ruota la vicenda e la messinscena.

Il tutto è come un orologio ma, standoci dentro, non si ha la vera percezione del tempo che trascorre; si sentono i movimenti, si vedono i passaggi, si ascoltano i sussurri da una posizione privilegiata.

I tre atti scorrono veloci, il pubblico si diverte e alla fine gli applausi scosciano. Arlecchino saluta il pubblico rivelandosi magari ingenuo, forse birbante, ma non sciocco e certamente innamorato. E saluta il suo pubblico dicendo che “… con l’amor l’inzegno no val gnente” e che i più furbi “diventa i più… mincioni” ed è per “amor de Cupido impertinente” che Arlecchino non sarà “più servidor de do padroni” ma servitore del suo pubblico.

Infine, gli attori si tolgono la maschera rivelando il loro volto. Basta con la finzione e pure Arlecchino – con una piroetta finale - torna Soleri.
Sipario. Luce in sala. Applausi.

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.