Teatro: Luca Ligato porta il Divorzio in scena

 

Il Divorzio: Luca Ligato dirige l’adattamento teatrale con il Teatro in Mostra

Libro di Giovanni Arpino, film di Pietro Germi ovvero capolavori “narrativi” degli anni Sessanta che hanno saputo descrivere la trasformazione della società italiana e della famiglia, in particolare, nel passaggio dalla tradizione alla modernità. Teatro in Centro ne produce un adattamento teatrale che definisce “commedia brillante” e che vede impegnati Antonio Grazioli, Laura Negretti, Gustavo Lavolpe, Sacha Oliviero, Silvia Ripamonti. Drammaturgia di Magdalena Barile. La scena è di Armando Vairo. Regia di Luca Ligato.

Laura Negretti, che ha ideato il progetto, ci ha illustrato lo spirito e lo stile dell’adattamento. Affrontiamo l’aspetto registico della commedia Il Divorzio con Luca Ligato che ne ha curato la regia.

Monizza. Sarebbe interessante sapere quali sono stati i problemi che avete dovuto affrontare: la storia nasce come libro; poi Pietro Germi la trasforma in film. L’opera dà inizio alla cosiddetta “commedia all’italiana” e tra satira, divertimento e dramma, è un atto di denuncia contro la mentalità della famiglia bigotta e certo non lineare (il protagonista maschile non è collocabile tra i santi…) in un momento storico che vede convivere antichi e censurabili leggi e costumi (il “delitto d’onore”), ma che percepisce ancora lontano all’orizzonte un cambiamento epocale: la legge per il divorzio.

Ligato. La drammaturgia di Magdalena Barile, veramente ottima, ci ha aiutato a recuperare l’anima del film, a sintetizzare la storia dei personaggi, a riprendere il clima dell’epoca. Il film era già una denuncia seppur ironica, divertente, da commedia, di quella che era la situazione in Italia, estremamente controversa e oggi difficile da comprendere. Abbiamo mantenuto lo stesso spirito.

GM. La struttura ideologica e lo svolgimento narrativo si sono mantenuti?
LL. Il problema, i problemi maggiori si devono alla quantità di personaggi presenti e necessari allo svolgimento della storia. C’è l’intero paese con tutte le voci e le caratterizzazioni dei personaggi. In teatro non abbiamo mai così tanti attori e da questa constatazione, proprio dalla diversità tra film e commedia, s’è mosso il meccanismo della regia. Da qui è partita l’idea: animare la scena con cinque attori che interpretano tutto e tutti, in un turbinio senza fine, e che si muovono in diversi luoghi: case, strade, chiesa, tribunale… interni ed esterni; giorno e notte. Una notevole complessità di situazioni perché, i personaggi s’incastrano e si sovrappongono. Inoltre: tutti sanno tutto. È un mondo “chiuso alla vista” ma – sorprendentemente - privo di segreti o quasi e che – anche per questo motivo – spesso nasconde i veri sentimenti, altera le passioni, mente.

 GM. Si è resa necessaria una sorta di attualizzazione? anche se il tema, non del tutto - ma almeno politicamente, giuridicamente e socialmente - è stato superato con nuove e più moderne leggi?
LL. C’è un’attualizzazione nel linguaggio, certo. Ma non volevo creare uno spettacolo distante, lontano. Volevo che parlasse anche alla mia generazione [il regista ha 34 anni, Ndr] che – ovviamente – non vive più quell’esperienza. Il linguaggio è contemporaneo anche se la storia è rimasta d’epoca. Siamo negli anni Sessanta, in un clima particolare, in un paese del Sud d’Italia. Molte cose, dopo, sono cambiate eppure vogliamo rappresentare un “dramma” che ha fatto parte della nostra realtà e che è storia. Attualizzandolo troppo sarebbe caduto tutto il gioco della commedia.

GM. Nel soggetto originale ci sono tre personaggi molto forti, diciamo i protagonisti della storia; in questo turbinio teatrale si è potuta mantenere la stessa caratterizzazione delle figure principali?
LL. La qualità dei personaggi è stata mantenuta, ma si è provveduto a definirli meglio per la scena teatrale. Resta la grandezza del film originale che poi è stato lasciato sullo sfondo, ovviamente. Avevo in mente una specie di omaggio; non una ripetizione.

GM. Quali sono i cambiamenti?
LL. Per esempio il personaggio di Rosalia, la moglie, che fa da contrappunto isterico al personaggio di Fefè, il marito. È risultato più approfondito rispetto a quello del film e gli si è dato maggiore spazio; una forza autonoma; l’altra anima della commedia. Noi raccontiamo la storia di Fefè, infastidito dalla moglie e improvvisamente innamorato follemente di Angela. Per potersi sposare con questa giovane progetta di voler uccidere la moglie. 

GM. Sfruttando la lievità della pena consentita dalla legge sul “delitto d’onore”.
LL. Certo. Ma vogliamo raccontare anche l’altro punto di vista della storia ossia di Rosalia, una moglie, una donna che riscopre un antico e dimenticato amore per cui mette a repentaglio anzi porta alla distruzione il suo matrimonio.

GM. La condizione, del maschio e della femmina della storia, è ancora vera? È – pur nello sviluppo comico, grottesco, drammatico dello spettacolo - abbastanza vicina a noi? Alla nostra mentalità moderna?
LL. Sfortunatamente ancora molto vicina al nostro mondo moderno e ciò porta la commedia ad una riflessione sulla nostra mentalità.

GM. Avete usato il film come “riconosciuto prodotto di valore” o come documento di un’epoca? Quasi fosse una testimonianza reale della vita del tempo; anche se - in realtà - si tratta di una storia inventata?
LL. Il film è l’immagine di quel periodo. Ovviamente è un prodotto cinematografico e tale deve rimanere. Non è stato preso come documento, ma come ricostruzione delle atmosfere, dei soggetti, persino dei colori di quel periodo. Noi ne abbiamo fatto una sintesi inserendo e dando spessore – per esempio - al personaggio dell’avvocato che è un po’ il burattinaio, che muove gli altri personaggi e che aiuta a comprendere lo svolgimento. Mescola le situazioni e cerca di creare il gioco che serve ad aiutare – durante il processo - il suo assistito ovvero Fefè. 

GM. Significa che un avvocato, che dovrebbe aiutare a non aggirare la legge, invece manovra in tal modo la situazione è presenta - in positivo – azioni altrimenti condannabili? Del resto la legge sul “delitto d’onore” è dalla parte del suo assistito.
LL. Si diverte cavillando, ma anche sostenendo tesi che oggi appaiono non accettabili. Erano leggi dello Stato che – non dimentichiamolo – erano affiancate dalle norme della Chiesa. La società viveva ancora – per alcune situazioni come quella del rapporto in famiglia – accettando consuetudini che favorivano il sopruso, accettavano la violenza, tolleravano l’omicidio. Come quello “per onore”. Noi mettiamo in scena quel mondo raffigurato da una chiesa del paese che sovrasta tutto e tutti anche le strade e le case. Come un’ombra. Ovviamente in bianco e nero.