Perez: un film troppo gelido

Perez di Edoardo De Angelis con Luca Zingaretti

[Liberarsi] – di Gerardo Monizza

Niente di buono sul fronte meridionale. È la sintesi di un racconto che illustra una Napoli irriconoscibile con un protagonista imbarazzato. Imbarazzante, anche.

Perez di nome Demetrio è un avvocato napoletano giunto al limite di una vita buttata: la moglie è "altrove" (morta? lo ha abbandonato?), la figlia lo evita (o così sembra), la professione non lo interessa (è avvocato d'ufficio). Gli amici lo abbandonano.

Perez è un disastro di uomo che sta per finire male, ma il caso lo assiste. Difendendo un camorrista (pentito più o meno) entra nel giro e comprende (finalmente?) le infinite sfumature del sistema mafioso e del controsistema giudiziario. Primo dubbio: ma fino ad allora che avvocato era stato? onesto? limpido? esemplare? Non si sa.

La sua bella ma disordinata casa lascia intendere che non se la passi proprio male.

Si comprende che Perez sia stato travolto dalla "assenza" della moglie e si presume dalla convivenza con la figlia la quale - ma che caso... - s'innamora di un criminale dal volto "simpatico" (cui dà corpo Marco D'Amore, bravo, che curiosamente sembra un Roberto Saviano al meglio dell'antipatia).

L'intreccio narrativo ovviamente si complica (Perez è difensore del camorrista accusatore del fidanzato della ragazza) fino a giungere a situazioni truculente e abbastanza schifose (e molto improbabili). Comunque la storia non regge (regia e sceneggiatura di Edoardo De Angelis) perché arricchita da particolari non congruenti (chi trasferisce il camorrista, chi lo protegge ecc?) e da situazioni a rischio di logica (il Gip che si ferma nel sopralluogo proprio in quel momento... Ma per favore!).

La scena è Napoli: una città vista in modo non convenzionale (via i soliti golfi, straducole, panni, chiasso, traffico) utilizzando il Centro Direzionale (architetto Kenzo Tange) fotografato nell'algido mattino o nella cupa notte, ma non emoziona perché ripetitiva (la zona delle riprese è sempre quella; fotografia di Ferran Paredes) con lenti movimenti di macchina sui grattacieli a specchio in cui si riflettono altri grattacieli.

Luca Zingaretti è Perez, silenzioso e cupo, ma sembra lì per caso anche se è produttore di una storia incapace di liberarsi dalla sua apatia. Colpa della regia? Può darsi ma Edoardo De Angelis, che è giovanissimo, aveva lasciato intendere buona capacità con l'opera prima "Mozzarella stories" e numerosi documentari. La colonna sonora è invadente, deprimente e ridondante (Riccardo Ceres) e la presa in diretta riduce la comprensibilità delle voci. Infine: perché dobbiamo sorbirci un film (non un documentario) in napoletano stretto come se fosse una lingua internazionale? Il cinema non è anche "finzione"?