Allonsanfàn. Ritrovare i luoghi del film

  

 ALLONSANFÀN: racconto di una rivoluzione mancata

Davvero un tuffo nel passato: cinematografico e ideologico. Così è Allonsanfàn film del 1974, sesto dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani. Film non cosi difficile da digerire come i precedenti (Un uomo da bruciare, I sovversivi, Sotto il segno dello scorpione) o corale come San Michele aveva un gallo, ma pur sempre complicato se non complesso. Film a tema come si preferiva a quel tempo e sempre molto didattico secondo l'uso.
Insegnava dunque ai giovani rivoluzionari (teorici e praticanti) che ad un eccesso segue sempre una pausa; poi una cura; poi un cambiamento. Diremmo una “restaurazione” cosi come indica un sottotitolo all’inizio del film "ai tempi della restaurazione" ed è detto tutto. Poi, chi vuol capire capisca.

Taviani son fatti cosi ed hanno sempre cercato di usare il cinema come strumento di riflessione sui temi della loro epoca che è lunghissima (sono nati: Vittorio nel 1929; Paolo nel 1931) o anche cinema di riflessione che usa la figura della metafora per dire a noi, allo spettatore, perché il potere intenda.
Rivisto Allonsanfàn nei luoghi in cui fu girato (programma di Lake Como Film Festival) fa un curioso effetto. Zanzare a parte (poi sciolte con effluvi di Autan) l’esperienza s’è rivelata curiosa e non inutile. L’entusiasmo degli organizzatori (Alberto Cano, Andrea Giordano con Pietro Berra) ha contagiato il numeroso pubblico in un’esperienza di mitografia guidata ovvero di realtà figurata presentata come verosimile. Si sa che il cinema non è solo finzione, ma anche illusione e che attraverso il gioco delle immagini (fotografia e montaggio) costruisce una situazione credibile anche se non sempre vera. Allonsanfàn è un film che risponde alle esigenze della produzione, che si adegua alle richieste dei territori (ti concedo benefici o facilitazioni e tu parli di me, del paesaggio, di noi) e cosi è.
Tutto è dunque scenografia e non autenticità; rappresentazione e non documento. Il resto - appunto - è mito.

Allonsanfàn fu girato a Villa Amalia di Erba (al tempo proprietà della Provincia di Como), sul lago di Alserio e alla Cascina di Marzo di Merone oggi Oasi del Baggero, al limite del Corazziere. Posto stupendo, tra i campi e il Lambro.
La Cascina di Marzo era una delle tante possibili, quasi un rudere, ma Villa Amalia era affascinante, allora. I Taviani con Gianni Sbarra e Adriana Bellone, scenografi, e Giuseppe Ruzzolini direttore della fotografia, la scelsero perche rappresentativa degli edifici nobili lombardi abbastanza decaduti (e siccome di proprietà pubblica, facili da usare per le riprese).

Il film dei Taviani narra dei contorcimenti ideali di un nobile Imbriani (Marcello Mastroianni non al suo meglio) aderente alla rivoluzione d’inizio Ottocento e poi pentito anzi traditore.
Il film è del 1974; pensato nel 1972-73 intende porre la questione della rivoluzione (ma non della ribellione) come unico modello di azione coerente nei confronti del potere oppressivo e illiberale e racconta delle illusioni dei soggetti coinvolti di nobili, intellettuali, politicanti, popolani, spie, preti... ovvero industriali, intellettuali, brigatisti, giornalisti. È il tempo degli Anni di piombo, di Piazza Fontana (1969), dei Moti di Reggio (1970), di Feltrinelli (1972), di Calabresi (1972), di stragi e di attentati…

Allonsanfàn individuava, in contemporanea agli eventi che insanguinarono l’Italia, il punto di contatto tra passato e presente e segnò l’incapacità dei sedicenti rivoluzionari di saper condurre fino in fondo le azioni intraprese e denunciò la rete di connivenza che intrappolava buoni e cattivi, idealisti e qualunquisti, progetti folli e disastri.
L'idea dei Taviani era di mostrare i limiti di un processo politico basato sulla violenza e la debolezza di un sistema in trasformazione iniziato con la Resistenza, avanzato nel Sessantotto e finito male col Terrorismo dei primi anni Settanta.
I paralleli del film tra la storia e l’attualità di quegli anni sono numerosi: proclami incomprensibili, discorsi fumosi, azioni mal progettate, morti inutili. Allonsanfàn si realizza al tempo della Strage di Brescia e racconta tutta la perversione ignobile e cattiva di ideologi lontani dalla realtà e separati dal popolo che vorrebbero coinvolgere. Chiarificatrice è l’inutile danza tradizionale che il drappello di rivoluzionari immagina di organizzare con la popolazione insorta. Che non insorge e che anzi li rifiuta e infine li massacra.

Qui sta l'idea, il soggetto del film. Purtroppo la sceneggiatura non è sempre all'altezza e talvolta è pure confusa. La mancanza di rigore narrativo fa perdere le tracce di alcune figure: il figlio di Imbriani (che fine fa?); l’amante e rivoluzionaria Francesca dove va? e alcuni passaggi onirici sfiorano il ridicolo.
Comunque, la scena dell'Uva fogarina [Dirindindin] e la carrellata davanti a Villa Amalia (che introduce l’arrivo della splendida Lea Massari) valgono il film. Sostenuto da attori notevoli (Renato De Carmine, Laura Betti, Mimsy Farmer, Bruno Cirino) e dai costumi eccellenti di Lina Nerli Taviani è reso pure gradevole da qualche tetta e culo come non si lesinava al tempo. Non al meglio Ennio Morricone (un poco ripetitivo e senza quella capacità evocativa di molte sue colonne sonore). Le comparse son tutte comasche e si dividono equamente tra conservatori e rivoluzionari. Com'è giusto che sia dalle nostre parti.