Chernobyl. Racconto del coraggio femminile

Scena dal film

Al Politecnico di Como una serata di grande commozione e intensità umana

Politecnico di Como. A trent’anni dall’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl la città di Como si riunisce per ricordare e riflettere. Non è l’occasione per discutere “nucleare sì” oppure “nucleare no”; come ricorda nell’introduzione Elisabetta Patelli, dell’Ufficio Scolastico Provinciale e presidente dell’associazione “Como verso Est”, Como vuole riflettere sul disastro umano, sulle conseguenze di scelte sbagliate, sui tempi necessari (millenni!) per sanare parte delle contaminazioni provocate dalle radiazioni.

Soprattutto, Como vuole vedere e capire ed emozionarsi per la scelta fatta da alcune coraggiose donne, nonne ovvero “Babushkas”, che hanno deciso di ritornare a vivere (non a morire) nella terra dalla quale – ovviamente – furono scacciate al tempo dell’esplosione. Sono donne che hanno superato da tempo gli ottant’anni e vivono del frutto della loro terra (contaminata) ed hanno ricreato una sorta di comunità mezzo clandestina (le autorità tollerano anche perché le donne ora sono disponibili ad affrontare esami e controlli).

Vivono, accolgono con amicizia i visitatori, offrono a tutti cibo (contaminato, ma sembra buonissimo) e una bevanda alcolica che sembra vodka (ma è qualcosa di peggio!) con la quale brindano ad ogni occasione. Cantano e pregano e ringraziano Dio per averle lasciate vivere così a lungo e soprattutto ancora sulla loro terra (terra in senso figurato e pure fisico). Terra, zolla, campo, tomba (la tomba dei propri familiari, degli amici, dei nipoti)… tutti sinonimi di “patria”.

Questo (e molto altro) racconta il documentario (che è quasi un film) realizzato da Holly Morris, regista americana presente alla serata.

Il film è l’intenso racconto della vita (abbastanza strana) di una dozzina di Babushkas che accolgono i visitatori con grande disponibilità. Raccontano dei tempi prima dell’esplosione e della tragedia dei momenti successivi. Della paura, del dolore, dell’angoscia e persino della serenità ritrovata. “Siamo amiche” dicono e si abbracciano e baciano con grande trasporto. Incredibile.

Il pubblico, che affolla l’aula del Politecnico di Como ha seguito la narrazione con grande tensione emotiva anche se Holly Morris è riuscita a mantenere il distacco necessario in ogni storia, in tutte le sequenze e nell’intera vicenda.

Al termine della proiezione numerosissime le richieste di precisazione e le domande. La prima, ovviamente, riguarda l’inizio dell’interesse di Holly Morris per la vicenda di Chernobyl. La regista risponde che è tornata per fare delle ricerche per un pezzo “che ho scritto per la carta stampata”; ma l’ispirazione” “sono state queste donne straordinarie. Fino dall’inizio ho voluto scrivere  la loro storia”.

Numerosi i complimenti dal pubblico e molti si sono chiesti “perché compaiono solo donne? La regista risponde che “la maggior parte dei residenti in quella zona, circa il 95percento, sono donne” e che ha incontrato solo un paio di dedushkas, di nonni come vengono chiamati in Ucraina. Quanti rientrarono nelle terre proibite? “Al momento della catastrofe circa 1200 persone ritornarono nella zona e, come è vero nella maggior parte del mondo che le donne hanno una vita più longeva…” gli uomini sono in numero minore “se aggiungiamo a questo problemi come alcol, fumo e le radiazioni … i dati parlano da soli”. Ma anche le donne, abbiamo visto nel film, non disdegnano la vodka! “Certo. Anche le donne contribuiscono all’alcolismo; fanno la loro parte, per quanto riguarda il bere”.

Film difficile da girare, con tempi limitati per le riprese e in un ambiente contaminato. Quanti i problemi? “Non è stato facile girare il film; abbiamo dovuto chiedere permessi e avevamo delle restrizioni notevoli.” Per esempio? Dovevamo entrare  entro le 9 uscire alle 17 perché c’era – ovviamente - il coprifuoco; molte le limitazioni temporali. Abbiamo lavorato in team cosi che ognuno potesse stare nella zona solo un tempo limitato.” Per le radiazioni? “Certo. Per non essere esageratamente esposti alle radiazioni; per questo il film è stato girato in momenti diversi”.

Il film racconta la vita quotidiana di donne che si sono opposte alla deportazione, necessaria eppure crudele – e che involontariamente stanno dimostrando enorme (e longeva) capacità di sopravvivenza. Tuttavia, la storia si arricchisce con la presenza di altri personaggi: gli “stalker”. Sono giovani che s’addentrano nella zona proibita e bevono l’acqua; si nutrono dei frutti selvatici e, per quanto sembri incredibile si lasciano (o vogliono) farsi contaminare. È un gesto di sfida al potere, al sistema internazionale dell’energia (sporca) e una vendetta che compiono in nome e per conto dei nonni e dei padri vittime di Chernobyl.

Il pubblico chiede a Holly Morris di spiegare le ragione degli stalker: “C’è un bellissimo contrasto fra questi due tipi di persone: gli stalker che cercano il proibito e le nonne che curano il consueto il domestico”. Perché riprenderli? “Lo ritenevamo importante come aspetto della storia; perche gli stalker fanno decisamente cose illegali e pericolose. Chiedono l’anonimato ed è servito conoscerli prima per poi riprenderli. Non potevamo escluderli dalla storia. In un certo senso saranno la generazione futura; quella che seguirà le Babushkas e, se da una parte sembra che siano alla ricerca dell’eccesso e del pericolo, gli stalker saranno la memoria di Chernobyl, dopo queste donne”.

Ma gli stalker sono giovani; non sono testimoni diretti dell’esplosione, come lo sono le nonne? “Vero. Non hanno visto il reattore o forse son stati in questa zona proibita quando erano molto piccoli, per campeggiare o giocare; raccontare la loro storia - in un certo senso - è stato anche per permettere loro di ritornare a casa”.

Molti, tra il pubblico, sono rimasti colpiti da Holly Morris e dalla sua capacità di comunicare con la platea e di fornire – se richiesti – anche dati specifici. È un’esperta del nucleare, dell’ambiente? “No. In questo progetto sono entrata inizialmente con le stesse conoscenze che molti di voi avete; quindi conoscenze vaghe e drammatiche della storia, nel tempo l’esperienza mi ha aperto altri messaggi”. Merito della lavorazione del film? “Più tempo passavo con queste donne straordinarie più capivo che il progetto stava facendo nascere nuovi messaggi. Le nonne dicevano – lo vediamo nel film - mi spaventa più la fame delle radiazioni. E poi un altro messaggio forte: quello della terra: la terra d’origine. La patria. Un legame profondo con la terra, col terreno, la terra di casa. Per me, che sono americana, è un messaggio emozionante: io – come molti - ho un rapporto più stretto col mio computer che con un pezzo di terra”. Non è solo un film sul disastro nucleare? “Alla fine del lavoro ho capito che questo è un film sull’essere a casa piuttosto che un film sulle radiazioni, un film sul legame con la terra di origine”.

Film e non documentario; racconto e non solo testimonianza; storie e (pochi) dati. C’è chi osserva che il film poteva essere meno narrativo e più documentario. Risponde Holly Morris: “Non vorrei che ve ne andaste pensando che questo film neghi il problema delle radiazioni e le conseguenze che queste portano. Vorrei – invece - che portaste con voi questo messaggio: il trauma di essere portati via e dislocati in luoghi diversi dal luogo di origine. Le persone trasferite forzatamente dalla zona contaminata hanno subito traumi, mentali e fisici, e la rottura dei legami sociali che un trasferimento forzato comporta. Tornando nelle loro case le Babushkas hanno evitato questo trauma e godono dei benefici del loro legame con la terra. E si sentono felici”.

Quante sono le persone viventi nella zona proibita? “Quando sono andata nel 2010 a Chernobyl  c’erano circa 230 persone che vivevano nella zona; ora c’è ne sono 100 o 120 “. Le Babushkas hanno visto il film? “Le protagoniste del film stanno tutte bene e siamo riusciti a proiettare il film anche a Kiev durante un festival e a casa loro anche se con mezzi di fortuna”.

È da notare il rapporto delle donne con la religione cristiano ortodossa. Nonostante quello che hanno passato la preghiera è sempre un momento in cui si sentono comunità! “Sicuramente hanno una forte fede, un forte legame con la religione come si è visto in vari momenti del film  e la messa pasquale è l’evento più importante dell’anno. Non solo da un punto di vista religioso, ma perche si ritrovano tutte insieme da tutti i villaggi per festeggiare la Resurrezione. Serve a rafforzare il legame sociale”.

Da quel che il film narra si ricava desolazione e grigiore per tutto il territorio. Una domanda costante: cosa sarà Chernobyl tra cento o 500 anni? “Credo che l’area dovrebbe e dovrà rimanere disabitata e lasciata alla natura. Ci sono aree della Bielorussia dove continuano a far arrivare persona, ma quest’area di Chernobyl andrebbe lasciata a parte. La natura selvaggia sembra aver ripopolato con flora e fauna selvagge a causa del vuoto lasciato dall’uomo”.

Nonostante i rischi delle radiazioni avevate paura mentre giravate il film? “Sì. Abbiamo avuto paura perché non ci sono indicazioni chiare sui tempi di permanenza; su quanto tempo dovrebbe passare – ogni volta - per poter tornare nell’area. Ci siamo orientati cercando di restare il meno possibile nella zona proibita. Altre indicazioni  che abbiamo seguito: non bere e non mangiare nessuno dei prodotti tra cui la vodka, il distillato delle nonne: la peggior bevanda che stordisce subito”.


The Babushkas of Chernobyl

Regia di Holly Morris Anne Bogart
Produzione USA

Serata organizzata da:

Como Verso Est. Associazione comasca per l'accoglienza dei bambini di Chernobyl
In collaborazione con Fondazione Volta, Como
Ufficio Scolastico per la Lombardia Como
Lake Como Film Festival
Sottotitoli in italiano realizzati dalla classe IV LC
Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como