Lettere dal Nord. Tristi? Andate in aeroporto.

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 AEROPORTI

Se un giorno vi sentite un po’ tristi, fatevi un giro in aeroporto.
Agli arrivi.

Le famiglie che aspettano i papà o le mamme che tornano dai viaggi di lavoro, con i bambini che continuano a chiedere ‘quando arriva?’ e quel suono ‘papà’ carico di quell’amore che solo un bimbo in attesa può dare. I nonni che riabbracciano i nipoti e le nonne che si commuovono sempre, i cani che impazziscono di felicità, gli sguardi di chi aspetta, e saltella sui piedi mentre cerca nella folla di quelli che escono trascinando valige e borsoni il ‘suo’ arrivo. Il bacio di una coppia che si rivede, gli abbracci degli amici.. E l’emozione dei visi che attraversano la porta scorrevole e sanno che sono arrivati, che li stanno aspettando, e che tra poco saranno finalmente a casa.

Gli aeroporti sono un luogo fantastico, un toccasana per i cuori tristi. Per questo, quando accadono cose come l’attentato a Bruxelles dello scorso mese di Marzo, si resta ancora più sconvolti.
Quella mattina partivo dall’aereoporto di Trondheim per rientrare in Italia per Pasqua. Scalo ad Amsterdam. Sono arrivata verso le 4 in aereoporto e lì ho incontrato Jonathan e Leonie. Lui avrebbe preso il mio stesso volo per Amsterdam, poi da lì si sarebbe diretto in Ghana, dove si trova ancora per i suoi studi su alcune lingue che vengono tramandate solo oralmente da certi villaggi del nord del paese. Lei rientrava a Valenciennes per tornare al lavoro. Sarebbe arrivata dopo poche ore a Bruxelles. 

Atterrati ad Amsterdam, io e Jonathan decidiamo di fare colazione insieme prima di separarci e raggiungere ciascuno il suo gate. Mi allontano per prendere un caffè e qualcosa da ‘sgranocchiare’ e quando torno vedo che Jonathan è davanti ad uno schermo tv appeso su una parete e ha una faccia strana. Appena mi avvicino capisco perché: c’è stata una bomba in aereoporto a Bruxelles. Forse un attentato. Leonie potrebbe trovarsi lì a quest’ora. ‘Chiamala’, gli dico. 

E’ pieno di gente, l’aereoporto di Amsterdam. Tutti corrono in una frenesia generale, diretti ai gate, ai ristoranti, ai negozi. Eppure sembra tutto fermo.. e noi non siamo lì, siamo sospesi nel tempo dell’attesa, tra gli squilli di un telefono che suona.

 ‘Allo?’ Leonie è a Oslo. Il suo volo è stato annullato per un guasto tecnico, così l’hanno mandata con un volo a Oslo e da lì la avrebbero messa su di un altro volo per Bruxelles, ma poi c’è stata la bomba e ora è bloccata a Oslo in attesa di sapere quando riuscirà a partire.

Abbraccio Jonathan, ci salutiamo e ciascuno si dirige verso il suo gate. E mentre vedo i bracci meccanici di collegamento che collegano i gate con gli aerei con le scritte ‘Grandma, here I come’, ‘Family reunion, here I come’, ‘World, here I come’.. provo una gran tristezza. Perché questa è la più meschina delle guerre. Questa non è la guerra di nessuno. Non di chi torna da un viaggio di lavoro, di chi torna a casa dalla sua famiglia, dei nonni che aspettano, dei padri che lavorano, dei bambini che chiedono ‘quando arriva’, delle mogli che riabbracciano i mariti, dei ragazzi che vogliono vedere il mondo, di chi vive le emozioni delle partenze e degli arrivi, di chi aspetta di partire o tornare. Ma non è nemmeno la guerra di chi non trova ideali nei quali credere, di chi non si sente appartenere alla terra dove vive, di chi si sente escluso e confuso. Siamo pedine, più o meno consapevoli del grande disegno che c’è sopra di noi, immolate per gli interessi di pochi giocatori comodamente seduti in poltrona, che sul tavolo da gioco mandano altri a sporcarsi le mani.

All’arrivo a Milano c’è la mia mamma, con la nostra cagnolina. Le abbraccio. E mentre la sua voce risuona nelle mie orecchie ‘hai viaggiato bene?’ ‘papà ci aspetta a casa’ ‘cosa ti va di fare stasera?’ mi guardo attorno e mi riempio il cuore di quegli abbracci, di quegli sguardi in cerca della persona cara, dello scodinzolio dei cani e dei sorrisi di chi sa che anche oggi è stato fortunato.

‘Andiamo a casa, mamma’