Lettere dal nord. Sognando il panettone

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Matpakke (sognando il panettone)

Iniziamo da qui…

I norvegesi fanno quattro pasti principali al giorno: colazione, pranzo, cena e spuntino serale.

Gli orari sono più nordici che non si può, se si conta che la colazione è verso le 6-6.30, il pranzo alle 11 (a Trondheim) o 12 (a Oslo, che essendo a sud tiene un po’ il ‘ritmo spagnolo’ – si fa per dire-), cena alle 16.30-17 e spuntino serale verso le 20.

Tra i pasti principali ci sono poi una serie di intermezzi che vanno dal frutto, alla verdura (carota, in genere), allo yogurt, al più sfizioso risgrøt.. che altro non è se non riso e latte stracotto che si mangia con un po’ di cannella e un panettino di burro o, se ci aggiungi un po’ di panna, lo chiami riskrem e te lo mangi con un po’ di frutti di bosco e marmellata o sciroppo di fruttini.

Insomma, il concetto è che si mangia spesso. E immancabilmente pane e vaschettina di burro salato da spalmarci sopra. Che ha un sapore super ma mentre le papille gustative sfrigolano di piacere le arterie vanno in apnea e il tuo corpo inizia a capire l’espressione ‘forma a pera’. Perché se lo mangiano i norvegesi, si bruciano tutto nel giro di qualche ora, tra freddo e attività all’aperto. Se lo mangi tu, ti bruci solo l’invidia anche se stai alle stesse temperature. Non si capisce perché.

Quindi non ci provi neanche ad integrarti culinariamente all’ora di pranzo (ore 11, come dicevamo), dove il matpakke, che altro non è se non un pacchetto (appunto) con delle fette di pane con spalmato sopra burro a go-go e un fantasma di banana-formaggio-peperone-patè di fegato-affettato e cosi via, regna sovrano. Naturalmente le precedenti opzioni elencate sono alternative tra loro, anche perché la banana con patè di fegato sarebbe probabilmente un po’ troppo per chiunque. Niente matpakke per te, quindi. Arrivi sempre con la tua bella pasta-lasagna-pesce o carne con contorno-insalatona dove ci finisce di tutto-riso e condimenti vari. E qui, potete anche portarvi tutto assieme, tanto non stona, con grande soddisfazione vostra e invidia loro.

Fino a qui, è facile. Ma quando siete fuori a cena per le tipiche feste natalizie, serve assolutamente una strategia. Innanzitutto, ‘maiale forever’. È l’unica cosa che siete sicuri riuscirete sicuramente a mangiare. Perché sul ‘tagliere natalizio’ ci sarà il ribbe (che praticamente è la pancetta in spessore da fiorentina, completa di cotenna che viene fatta seccare in forno), dei salsicciotti dove non è dato sapere cosa ci sia dentro e la torta di carne (che è peggio dei suoi soci salsicciotti perché è tutto frullato e chissà cosa vi state mangiando), il tutto condito da crauti rossi e salsa di frutti di bosco. Insomma, tra la cotenna e il grasso puro, chiudendo un occhio sulle salsicce aliene, qualcosa riuscirete a mettere in bocca. Del resto, pace all’anima sua, il maiale è pur sempre maiale. Mal che vada, se il cuoco era in un giorno particolarmente creativo e nel piatto lo strato di grasso sciolto forma una sorta di zuppa, potete sempre buttarvi sui crauti.

Ma mi raccomando: non fate quell’errore… Non buttatevi sul gettonatissimo piatto natalizio di pesce: il famigerato lutefisk. Perché se l’apparenza inganna, figuratevi se la massa che sembra merluzzo in lontananza inizia a traballare nel piatto in mano al cameriere come se foste in Giappone durante il peggio terremoto. Quello non è pesce. Lo era, un tempo, quando le sue membra non erano ancora state praticamente rese gelatina pura mantenendo l’apparenza di un filetto di pesce un po’ più gonfio, un po’ tanto instabile. Insomma. L’ho provato. La mia collega Eva si è offerta di farmelo provare, sembrava brutto rifiutare. Mi sarebbe sembrato di essere andata a trovare la zia che ha la macelleria e mentre mi allungava un salamino, averle confessato che ero vegetariana, tra le sue lacrime di ripudio. Così mi sono buttata. Non posso descrivere la sensazione. Posso solo dire che nella mia mente è apparsa l’immagine della ‘rana’ verde dei Ghostbusters, Slimer o come-si-chiama. E, sarà che non sono brava a mascherare le emozioni, sarà che mi sono bevuta di botto il resto della birra media che avevo appena toccato.. ma la mia collega deve aver intuito che non è proprio il mio piatto del cuore. Così mi ha spiegato.. che in realtà non è il pesce (diciamo la massa gelatinosa che ne resta) che deve piacere, ma le cose che si mangiano assieme. Perché questa prelibata pietanza si mangia con pezzi di formaggio al caramello (brunost), sciroppo di acero, senape e una sorta di piadine che, insieme al mix di ‘contorno’, praticamente vi fa benedire il fatto che non riusciate a sentire né sapore né consistenza della gelatina travestita che ormai se il cielo vuole avrà anche raggiunto il vostro apparato digestivo. Con quali conseguenze, non è dato saperlo, visto che per ‘demolire’ strutturalmente la carne del pesce usano la soda caustica. Poi, per essere sicuri che l’ulcera allo stomaco non si senta sola e abbia qualcuno con cui cantare, si annaffia il tutto con una sana akvavit. E si cerca di dimenticare l’esperienza, aggiungo io.

Dolcetto? L’immancabile riskrem. In dosi da cavallo, naturalmente. E non vi portano via il piatto finché non lo avete finito. Perché pensano che non siate sicuri se vi piace o no e non che stiate morendo mentre, prima di esalare l’ultimo respiro, sognate il panettone…

Che dire… Una cosa si potrebbe prendere in prestito dai norvegesi in materia culinaria: la lettera ø. Così a casa dei miei genitori, dove a Natale si riunisce la ‘famiglia internazionale’, finalmente tutti inizierebbero a mangiare il maiale e le verze chiamandoli nel modo corretto: ‘cassøla’.

 

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