Lettere dal Nord: quello che non ti aspetti

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Faccio una premessa, doverosa nel rispetto del resto del Mondo. Non e’ che le notizie sulle guerre, sulle miserie dei migranti, sull’ imbruttimento della popolazione che si manifesta in episodi indicibili dei quali ne fanno le spese i bambini, o qualche persona diversamente abile o qualche straniero.. insomma non e’ che la schifezza alla quale questo mondo sembra volerci abituare, qui non arrivi, o non ci tocchi. Non ricordo chi aveva detto che essere felici in questo mondo e’ un lusso che solo gli imbecilli si possono concedere. Beh, concordo appieno. Non si puo’ essere veramente felici, in questo Mondo. Si puo’ continuare a camminare portando sulla schiena dell’anima tutti questi sassi, avendo, ogni tanto, una pausa di consapevole contentezza. Consapevole di essere una lucina nel buio e consapevole che, di quella lucina, ne abbiamo pur bisogno per trovare il coraggio e la forza di continuare a camminare. Detto cio’, una delle lucine nel mio cammino, e probabilmente la piu’ importante, e’ stato l’arrivo di Carlotta.

Solo che i figli non arrivano con il manuale d’istruzioni. E sarebbe impossibile scriverlo, vista la diversita’ di questi esserini, che, quando entrano nella tua vita, sono gia’ dei piccoli uomini. E forse un manuale sulle cose pratiche lo si potrebbe anche scrivere.. pannolini, allattamento, svezzamento, il rituale della nanna, i dentini.. Novelle nonne, zie e amiche si prodigano sempre, al nuovo arrivo, per fornirtene la loro versione-bigino, fatta di assiomi decisamente inapplicabili a qualunque altra esperienza a parte la loro.

Ma il manuale che nessuno potrebbe scrivere e’ quello su ‘tutto il resto’, su quelle piccole e grandi implicazioni che non ti aspetti e che ti prendono alla sprovvista o che ti inghiottono come un boa, senza che tu te ne accorga neppure.

Ad esempio lo spazio. Lo spazio fisico, dei tuoi ambienti, della tua casa. Quella fila di vestitini appesi nel tuo armadio che compare all’inizio come una nota di colore che ti strappa il sorriso ogni mattina e che poi diventa l’incubo di ogni volta che disfi la valigia e ti chiedi come faceva tutta quella roba a starci prima. Lo spazio del salotto, che mentre passi l’aspirapolvere facendo slalom tra il cesto dei lego, l’angolo della musica, la cucina e le macchine, dopo che oltrepassi la sua libreria, il cestone dei peluches e finalmente arrivi al tappeto davanti al divano, neanche fosse un tesoro in mezzo alla selva che hai appena oltrepassato, ti chiedi, ammirando il suo piccolo tavolino con le sedie colorate, quando e’ stato che hai perso il controllo del salotto e hai rinunciato a comperare il tavolino per il the. Ricordo che, prima che arrivasse Carlotta, Gabriele sosteneva che avremmo dovuto limitare l’occupazione della sala con giochi da bimbi al massimo ad ¼. Ora porta i suoi libri nel suo ufficio in universita’ perche’ anche la libreria di Carlotta sta prendendo il sopravvento.

E poi ci sono tutte le implicazioni alle quali non pensi.. la lingua, per esempio. Con un bambino che di giorno, all’asilo, parla norvegese e a casa italiano, ascolta canzoni in inglese e ci sente parlarlo con alcuni amici… non potevamo pensare che fosse una passeggiata. In genere e’ tutto sotto controllo perche’ a seconda di con chi parla, Carlotta cambia lingua. Ma quando sta imparando una parola nuova, ad esempio, arriva a casa dall’asilo e la dice in norvegese, con una pronuncia di un bambino di 2 anni (ovviamente). Tu, in teoria, dovresti: A, capire che cosa sta dicendo; B, dire la stessa parola in italiano in modo che lei la associ a quella lingua. Facile? Per nulla. Nei giorni scorsi, poi, e’ successa una cosa curiosa: Carlotta aveva la febbre a causa degli ultimi simpaticissimi molari che non ci fanno dormire la notte. E il suo sistema linguistico, quando la febbre saliva, andava in tilt. All’asilo diceva cose in inglese (cosi’ mi hanno riferito – probabilmente diceva delle parole a caso dalle canzoni che conosce), la sera a casa ogni tanto compariva qualche parola in norvegese nel bel mezzo del discorso, completato sempre da un po’ del suo ‘potototitipoti’ simil-giapponese che conosce solo lei. E si arrabbiava se non era capita. Io provavo a ripetere la sua misteriosa parola, ma lei, per tutta risposta, la diceva nuovamente, storpiandola come avevo fatto io, e guardandomi con quell’aria di chi pensa che sua madre e’ un po’ imbecille (cosa che ho messo in conto, ma speravo tra qualche anno).

Sensazione alla quale, del resto, ti abitui velocemente, quando ti rivedi con i suoi occhi, mentre ti scimmiotta quando sei al telefono, e gira per il gate dell’aereoporto gesticolando e borbottando cose incomprensibili, tra le risate generali, o al computer, mentre si infila pure gli occhiali da sole (perche’ sono gli unici che ha) e appiccica il naso allo schermo, ricordandoti che magari e’ il caso che fai una visita dall’oculista.

Insomma, le cose che non ti aspetti nel diventare genitore sono un po’ quelle che ti mettono a nudo, ti obbligano a metterti sempre in gioco e non ti fanno sedere mai. Forse il manuale dovrebbero scriverlo loro, i figli: come far crescere un genitore, guida per la terapia radicale per il miglioramento di un adulto. Io lo comprerei.

A presto
Arianna