Lettere dal Nord. Noè

196

Trondheim, 4 Novembre 2020

Sto invecchiando.

Me ne accorgo perché le notti nelle quali Carlotta e Matilde non hanno i risvegli sincronizzati, al mattino mi alzo sentendomi come se mi fosse passato sopra un rullo compressore… Me ne rendo conto perché non ho più pazienza nei confronti di quelli che devono sempre fare i furbi, che devono approfittare del sistema, rovinando realtà virtuose anche dove funzionano… E me ne accorgo dal fatto che i nomi delle persone famose che muoiono non sono più un sentito dire ma sono le persone che hanno accompagnato le mie serate da ragazza, che hanno scritto i libri che ho letto e le favole che mi venivano raccontate da bambina.

Ci sono momenti nei quali ho quella sensazione da fine dell’estate . Come quando senti che qualcosa se ne sta andando e non sai se tornerà di nuovo.. E anche se dovesse ripresentarsi, sai che tu non sarai più lo stesso.. e sai che è un po’ come perdere per sempre una parte della tua vita.

Sarà soltanto una questione del tempo che passa.. oppure no, è qualcosa di più. “E mentre il mondo cade a pezzi”, come dice la canzone, questo virus non è più soltanto qualcosa di letto sui social media, ma inizi a contare chi, tra gli amici e parenti, lo ha fatto e, se sei fortunato, ne è sopravvissuto. Ed è cosi´ strano, visto da qui.. perché il lusso di chi vive lontano è di poter ricordare un mondo immutato, dove ogni volta che ritorni puoi andare a trovare le solite persone, tra abbracci e sorrisi di chi ti conosce da sempre.. dove le domeniche mattina si va tutti insieme a prendere il caffè a Canzo.. e «noi iniziamo ad andare in bici».. e «questa sera potremmo andare a Caglio a mangiare la pizza, chiedi agli zii se vengono con noi»… E nella mia mente, dove non c´ è spazio per quel nuovo edificio al posto di quel prato dove andavo a giocare da bambina, men che meno c´è spazio per distanze sociali e funerali.

E in questo autunno che inizia tingere di giallo e arancione anche i boschi in Norvegia, nell’attesa di un ritorno che si intravede sempre più da lontano, cerchiamo nelle piccole cose quell’ancora che ci tiene saldi a terra.

A 40 minuti da casa abita una coppia di amici che hanno una fattoria. Hanno delle splendide caprette bianche e, con il loro latte, hanno iniziato una piccola produzione di formaggi. Siamo andati a trovarli qualche settimana fa.

Lei è norvegese, una bionda vichinga che suona il violino nella filarmonica. Lui è francese ed è arrivato in Norvegia una decina di anni fa. Hanno tre bambini piccoli e fanno la vita dura di chi lavora con gli animali.

Louis sa fare tutto. Ha costruito da solo con le sue mani l’edificio della stalla delle capre. Lo ha costruito durante l’inverno, dovendo sgelare materiali e attrezzi prima di ogni uso, ci ha spiegato, perché durante l´ estate non c’è il tempo di fare questi lavori: bisogna pensare a tagliare il bosco, per avere la legna da vendere in inverno, e a fare il formaggio. Non esiste vacanza, non esiste domenica.. anzi la domenica esiste perché è l’unico giorno nel quale si permette una pausa per andare a messa. Non esiste il brutto tempo, perché gli animali devono mangiare sempre e il trattore deve avere la strada pulita dalla neve per poter passare. Qualunque siano le condizioni atmosferiche.

Siamo andati per comprare del formaggio ci hanno invitato a pranzo. La casa è adiacente la fattoria ed è stata dipinta di bianco, al contrario dell’edificio della fattoria che, come da tradizione, è di un vivace colore rosso. La casa è lontana dallo standard al quale siamo abituati, se siamo fortunati, in Italia. Ci sono mille lavori incompleti, tra le piastrelle che mancano in bagno e le pareti da terminare. Quello che invece è completato ha urgente bisogno di cospicui interventi di ripristino, tra lo strato bituminoso di isolamento della terrazza che si solleva come corteccia secca, le pareti che si scrostano o la scala che cigola come in un film. Eppure quella casa è cosi´ perfetta, piena della loro gioia di vivere nel sacrificio quotidiano. Quanto abbiamo da imparare noi altri, cosi´ presi dal vuoto aspetto superficiale nostro e delle cose che possediamo.

E, mentre i bambini giocavano fuori con i cani, l´ho vista. Nello spazio dove prima tenevano i cani da slitta, si erge una barca con l´ enorme scafo in legno. Come una arca, abbandonata in mezzo alla Norvegia quasi in attesa di una lontana profezia. Ho scoperto che Louis, con quella barca, è arrivato fino a qui dal nord della Francia. E non se ne è più andato.

E, per un momento, di fronte a quella visione di un Noè dei giorni nostri, ho dimenticato il resto del mondo, e ho pensato che forse, finché c´ è un Louis in qualche sperduto angolo della terra, c´ è speranza di un nuovo inizio.

A presto

Arianna