Lettere dal nord. Io voglio andare a casa

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Lettere dal nord: il blog di Arianna Minoretti

Un nuovo racconto tratto dal blog “Lettere dal nord” di Arianna Minoretti, in cui viene raccontata la vita di un’italiana emigrata in Norvegia per motivi di lavoro.

IO VOGLIO ANDARE A CASA

‘Io voglio andare a casa.. La casa dov’è?’

Quando Jovanotti cantava questa canzone era l’anno dei miei 18 anni, e di tutte le cose che potevo avere in testa, il dubbio su dove fosse la mia casa non era certo tra queste.

Certo, quando si è così giovani si hanno mille sogni su quello che può essere il futuro e io ho avuto la fortuna di viaggiare molto grazie ai miei genitori, quindi avevo visto posti diversi e conosciuto alternative che avrei potuto percorrere.. ma tutto a quell’età è un vento forte e passeggero, un profumo che inebria i sensi e poi svanisce prima che possa scuotere le nostre radici.

La casa era Longone, allora, un paesino di poco più di mille abitanti (quasi raddoppiati, da allora), con gli autunni scanditi dalla festa di S.Fedele e le lunghe processioni che terminavano alla vecchia chiesa, il pan meino alla raccolta dei fiori di sambuco e le sagre dei paesi vicini.

La casa era Longone anche negli anni di studio al Politecnico di Milano, e lo sentivi ogni venerdi’ sera, rientrando per il fine settimana, non appena dalla strada potevi vedere il profilo della Grigna stagliarsi all’orizzonte.

Mi avevano detto che, spostandosi all’estero per lavoro, ogni nuovo luogo avrebbe occupato un posto dentro di me, ed è proprio così. Ogni posto dove viviamo ci lascia una parte di se, qualcosa che ricorderemo quando non saremo lì. Certo, il luogo dove sei nato ha sempre un posto speciale, perché è legato non solo all’esperienza di vita, ma anche un po’ alla nostra identità. Sarà per questo motivo che molte volte chiamiamo ‘casa’ il posto dove siamo nati, dove siamo stati bambini, non pensando che il posto dove viviamo attualmente sarà quello che i nostri figli chiameranno casa.

La scorsa settimana un collega, di circa sessant’anni, ha visto mancare la madre. Così, venendo da un’altra parte della Norvegia, come la maggior parte delle persone con le quali lavoro, ha preso un permesso, un volo della durata equivalente a quello che prendo io per andare in Italia (non essendoci molti voli diretti, bisogna prima andare a Oslo e poi da lì a destinazione..) e costo improponibile, e mi ha detto ‘ devo andare a casa’. Mi ha fatto tenerezza. Primo perché molte volte pensiamo di essere soltanto noi gli ‘stranieri’, mentre la maggior parte

di queste persone, per vedere i parenti, deve fare un viaggio equivalente al nostro. Secondo perché sentire un uomo adulto parlare della sua casa d’infanzia mi ha fatto pensare a quanto questo luogo ha un potere immenso sulla nostra identità.

La verità è che siamo tutti lontani da qualcosa, siamo tutti un po’ soli nelle nostre passeggiate e tutti abbiamo i nostri fantasmi che ci fanno visita nelle giornate piovose.

Una soluzione non c’è. C’è solo la consapevolezza di aver scelto di scendere dalla nave. Di aver voluto vedere il mondo. E allora, come dice Novecento nel film di Tornatore, ‘come fate voialtri laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna… una casa… una terra che sia la vostra… un paesaggio da guardare… un modo di morire…’

Ciascuno ha le sue ragioni, ciascuno ha le sue storie da raccontare.

Io so solo che le storie ‘di mondo’ hanno un sapore diverso dal mio paese, hanno colori nuovi, sapori che non avevo mai sentito.

E so anche che la mia nave la ritrovo ad ogni mio ritorno. Con il lago tra le colline verdi, le cannette che cantano con il vento, i castagni rossi e gialli sulla salita per il cimitero dove ci sono i nonni, la pesca per i bambini alla festa del paese..

A presto

Arianna

 

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