Lettere dal Nord. Coronavirus: come si affronta in Norvegia

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Quando questa storia del Coronavirus è iniziata, specialmente con la delimitazione delle zone rosse al nord Italia, ho pensato principalmente a due cose.

Da un lato, all’assurdo comportamento di coloro che hanno pensato bene di prendere un areo, treno o nave prima che le restrizioni relative alle zone rosse diventassero effettive, rischiando di portare con loro il virus e diffonderlo ancora di più, in barba al senso civico e pensando al loro mero interesse. A coloro che continuavano a riempire ristoranti e piazze, in sfregio ai consigli emanati dal proprio stato e alle preghiere del personale sanitario che già si trovava ad affrontare uno sforzo sovraumano e chiedeva un risveglio del senso di responsabilità. A chi ha preso la chiusura di scuole e uffici come un periodo di vacanza, accalcandosi su piste da sci o spiagge.

C’è voluto un provvedimento drastico. Tutti a casa. Tutto chiuso. Chi esce deve portarsi la ‘giustificazione’, manco fossimo ragazzini delle medie che vanno educati alla responsabilità e al ‘fare la cosa giusta’. E forse siamo pure peggio, visto lo spettacolo poco decoroso che siamo riusciti a dare.

Ma l’Italia, quella delle istituzioni, del sistema sanitario pubblico, delle associazioni che si sono date da fare per fornire assistenza ai più deboli, ai miei occhi ne e’ uscita come un grande paese. Il mio paese, quello in cui mi riconosco. Che prende decisioni forti ma per il bene comune, che si sa sacrificare e che riuscirà, alla fine, a rialzarsi, ancora una volta, e più forte di prima.

Non proprio lo stesso comportamento di altre nazioni europee. E dell’Europa, che ancora, per l’ennesima volta, dopo aver toccato il baratro nella mia classifica personale avendo deciso di trattare la questione dei migranti in fuga dai confini turchi come una sorta di massa indistinta di clandestini, anziché fornire l’assistenza e il supporto all’Italia in questo momento particolare, gira di nuovo le spalle e cerca di approfittare della situazione a livello economico. Lasciandoci delusi, basiti e in preda a quel senso di abbandono che, se chiedessimo a chi crede ancora nell’Europa, dopo questi ultimi mesi, di accendere una luce nelle notti buie, finiremmo tutti per lasciare gli stinchi sugli spigoli dei mobili di casa.

E la Norvegia?

La Norvegia fino a pochi giorni fa non aveva preso provvedimenti ufficiali. Nel senso che gli studi privati avevano gia’ iniziato a consigliare i dipendenti di lavorare da casa, ad esempio, ma a livello governativo tutto taceva. All’inizio la cosa faceva quasi sorridere. Perche’, ogni volta che penso alla societa’ norvegese, alle abitudini delle persone, e a come queste sono diverse da quelle italiane, mi sembrano due mondi cosi’ diversi.

Dallo spazio tra le persone, quello fisico, che in Italia devi imporre per legge se lo vuoi, mentre in Norvegia e’ di oltre un metro in tempi senza virus. Dai saluti con baci e abbracci della calda Italia, che se lo fai qui ti guardano come se la ‘rana’ verde melmosa dei Ghostbusters li avesse appena leccati in faccia. Da come le persone si siedono sul bus la mattina, uno per fila, evitando il posto vicino ad un altro fino all’ultimo e anche li’ ci pensano, e magari alla fine  preferiscono comunque stare in piedi. Mentre in Italia se sul bus sei da solo e alla fermata sale un tizio che non conosci, stai sicuro che si siede vicino a te e nel viaggio fino all’ufficio fa in tempo a raccontarti la sua vita. Dalle ore passate al bar/ristorante, a fare chiacchiere con gli sconosciuti, come se fossero tutti una grande famiglia, mentre qui al nord si fa bene attenzione a non incrociare lo sguardo anche quandi cammini dal lato opposto della strada e incontri qualcuno. Per non parlare del numero di persone che in Italia ti devi fermare a salutare quando esci da casa per fare due passi, mentre qui puoi camminare per ore con quella impressione di essere in un film tipo ‘l’alba dei morti viventi’, con nessuna anima viva per strada, tanto che quando vedi il primo tizio a spasso con il cane quasi ti spaventi.

Insomma, le linee guida per la quarantena qui non servono, ho pensato. La si puo’ fare quotidianamente, senza sforzi particolari. E, forse per questo, il governo norvegese ci ha messo un po’ a prendere una decisione in merito alle procedure per contenere la diffusione del coronavirus.

Ma poi, come in tante altre occasioni, quando qui si muove qualcosa, si fa per bene. Da un giorno all’altro, senza preavviso, senza un accenno: tutto chiuso. Scuole, negozi, uffici, ristoranti, palestre, luoghi pubblici… Asili e scuole continuano a lavorare solo per i figli degli operatori sanitari. Unici negozi aperti: alimentari e farmacie. Tutti a casa. E tutti in quarantena. Cosi’, di botto. E a qualcuno e’ venuta un po’ paura, perché uno pensa che se questi cambiamenti ti piovono sulla testa dall’oggi al domani, forse ci si puo’ aspettare che decidano pure di razionare il cibo o quant’altro. E cosi’, in un giorno, hanno svaligiato i supermercati, con le stesse scene viste per qualche giorno in Italia. Ma a differenza dell’Italia, qui e’ partita la condanna sociale, con messaggi di rimprovero che accusavano chi aveva fatto scorte insensate di aver lasciato gli altri senza beni di prima necessita’. E tranquilli che, dopo che parte la macchina sociale etica norvegese, l’episodio non si ripeterà piu’. Perché se c’e’ qualcosa che qui funziona bene, e’ il senso civico, autoalimentato e controllato dalla popolazione stessa. Ed e’ una cosa fantastica, personalmente lo adoro.

All’alba del giorno dopo, la città si sveglia sotto una coltre di neve. Le strade sono quasi deserte, le persone in coda alla cassa del supermercato tengono la dovuta distanza, all’ospedale regolano le entrate per le visite ordinarie per non far aspettare nessuno.. in strada trovi qualche genitore che porta i bimbi in slitta o sugli sci, ovviamente in gruppi famigliari distinti. La vicina ti saluta e chiacchiera con te prima di entrare in casa, nessuno accenna a ridurre la distanza, ma tutti sorridono. E’ tutto ok. E lo penso anche io, adesso che ci sono delle regole chiare e che la popolazione e’ abituata a fare la cosa giusta.

E anche in questo periodo particolare, isolati rispetto alle nostre famiglie, nell’attesa di queste ultime settimane prima dell’arrivo della sorellina di Carlotta, non ci sentiamo comunque soli. Grazie alle tante chiamate e messaggi di amici che vivono qui e che non stiamo vedendo, ma che vogliono farci sapere che il loro telefono e’ acceso, anche di notte, aspettando la nostra chiamata per qualsiasi aiuto ci servisse. E sono voci italiane, norvegesi, spagnole, colombiane, portoghesi, bosniache… e scaldano il cuore.

E speriamo che questo virus passi lieve su questo mondo, perché pensando all’affetto di queste persone mi rendo conto che questa terra e’ ancora un posto meraviglioso sul quale vivere.

A presto
Arianna