I capitali di Como: 02_1.4 Scuola e lavoro

 

Lavorare in Svizzera, fra tradizione e nuove opportunità

Introduzione

Lavorare in Svizzera: un'evenienza sperimentata da molti comaschi dei comuni a ridosso della frontiera, delle valli del Lario e del Ceresio, della Val d'Intelvi o dell'Olgiatese sin dai primi decenni del dopoguerra; una speranza che negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo ha portato sin qui tanti immigrati dalle regioni dell'Italia meridionale, in cerca di uno sbocco lavorativo oltre confine. Vite che iniziavano presto il mattino, le colonne per attraversare il confine, le fabbriche del mendrisiotto e i cantieri edili, il rientro di nuovo in colonna la sera, d'inverno quando ormai è di nuovo buio. I fine settimana trascorsi a far su la casa proprio oltre la "ramina". Storie conosciute, ma marginali nell'immaginario sociale ed economico dell'Insubria italiana.

Da un decennio molte cose stanno cambiando, e il confine che ancora resiste – permeabile, ma fatto di regole e condizioni di lavoro assai diverse da un versante all'altro – crea nuove opportunità, coinvolge nuovi attori, attrae un crescente numero di persone che risiedono a distanze notevoli dai luoghi di lavoro, produce più lunghe colonne di autovetture, il mattino presto, il pomeriggio, la sera. Passaggi che avvengono – se consideriamo l'Italia – lontano dai riflettori della ricerca, oggetto di tanto in tanto di interesse giornalistico, per riferire delle gag trasmesse dalle radio locali, che ironizzano sul quotidiano rapporto tra frontalieri e Guardie di Confine o le immagini razziste di certe campagne di opinione che hanno recentemente accolto i frontalieri al loro arrivo in terra elvetica.

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