LarioFiere. RistorExpo edizione anarchica

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LarioFiere a Erba. Una edizione di RistorExpo tutta spinta verso la celebrazione del piacere

Davvero una bella trovata il titolo di RistorExpo edizione 2016: “Anarchia Enogastronomica” ovvero tutto quel che in una cucina non si dovrebbe fare per arrivare ad un risultato decente.
Ai fornelli si richiede magari creatività, talvolta fantasia oppure anche una buona dose di tradizione. I palati si staccano difficilmente dal gusto riconosciuto. In ciò l’anarchia del titolo sembra indicare una strada “altra” dal solito e sottolinea l’esigenza di sperimentare, sempre.
Anarchia a parte, il clima a RistorExpo è benedetto dalla presenza di una schiera angelica di chef tra i migliori, stellati, seguiti, inseguiti e tra più prestigiosi della Nuova Chiesa Gastronomica Italiana.
Questi chef ormai sono celebranti di liturgie complesse anche se sfugge agli agnostici – quelli che senza vergogna aprono ancora scatolette o buste… – di quale religione si tratti. Le cucine oramai sono gli altari su cui cuociono a fuoco giusto i popolari peccati di desiderio e di gola, consumando nel vapore mistico le ansie, le voglie e le passioni dei nuovi eletti.

RistorExpo non è più solo macchine per far la pasta o qualcosa meglio e più celermente (c’è il salone dedicato alle attrezzature con tante belle e utili novità del settore alimentare) e neppure è un’esposizione di vini, formaggi, carni, olio e via andar di prodotti esclusivi (altro salone ricchissimo). RistorExpo è religione postmoderna corroborante, sostenuta da una fede sicuramente incrollabile nel gusto che gli chef stanno portando ai quattro lati del mondo. Con successo.
Non è una bellezza? Altro che anarchia: questa è escatologia ovvero interrogazione filosofica sul destino delle cose “ultime” e più importanti della vita: mangiare, bere e…
Insomma: RistorExpo non è una fiera, ma uno spettacolo liturgico che cerca di migliorare la bestiale inclinazione umana (approssimazione, tetraggine, scotture, ripetizioni, copia e incolla… che ammorbano le cucine della parte ricca e grassa del mondo) verso l’estetica, la novità, il profumo, la sapienza, la gioia. Con fatica e applicazione di moderni principi (si pensi alla cucina molecolare che non è – come sembra – parente della mucca pazza né della pecora clonata). È il riuso della tradizione nutrita di prodotti di primissima qualità. Senza far mancare la lentezza e la sperimentazione continua. Due difetti: tal paradiso costa e non poco; l’altro: che quel che è arte o sapienza del fare enogastronomico ci sta portando nelle sfere dell’esperienza pura, dell’estasi.
Attendiamo (con vera paura) che un artista neobarocco elevi alla gloria dei fornelli una qualche santa o beata ricetta trafitta da un carciofo. Chissà.