Lago. Diga e monumento di Libeskind

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Como: camminare tra la storia e il bello


Tizio e Caio sono a Como; passeggiano sul Lungolago camminando dall’ex biglietteria della Navigazione fino alla rotonda di Libeskind. Passano dal giardino Zambrotta, ricordano il battello ruggine, vedono il Monumento alla Resistenza e s’infilano per la Diga foranea. Un giro tondo a fianco e in mezzo all’acqua.


Appoggiati alla ringhiera, Tizio e Caio guardano verso il Lario. È una bella giornata di primavera e finalmente il freddo è diminuito. Il lago è calmo e i gabbiani si contendono lo spazio sui ponteggi delle paratie.

Caio– Sembrano lasciati lì apposta.

Tizio– Per i gabbiani?

Caio si sposta per lasciar spazio ad una famigliola con tre bambini: vedono gli uccelli e battono le mani. C’è una agitar d’ali e qualche stridìo, ma nessuno dei gabbiani lascia il posto.

Tizio guarda l’orologio e fa segno a Caio: – Aspetta. Uno, due, tre…

Un colpo secco di cannone riempie il primo bacino del Lario. I gabbiani scappano seccati; i bambini ridono divertiti.

C– Il solito rito quotidiano del cannone di mezzogiorno.

T– Non è sgradevole e neanche fastidioso. Meglio delle campane quasi sempre dissonanti…

C– … se non stonate!

Arrivano altri turisti e lo spazio aperto dell’ex biglietteria della navigazione a poco a poco si riempie.

T– Ecco la sua naturale destinazione d’uso: un balcone sul lago.

C– Non mi sembra una gran soluzione.

T– Non è costata molto e, per chi ignora tutte le vicende passate e le polemiche sul trasferimento della biglietteria, sembra una buona idea.

C– Che ci porta a un paio di metri sull’acqua. Un trampolino visivo di modesta portata.

T– Lo volevi più alto? Ma questo era e tale è rimasto.

C– Oggi mi sembra troppo remissivo. Che succede? Rassegnato?

Tizio gira la testa qua e là: – Per circa dieci anni, dopo l’inizio dei lavori che riguardavano il rifacimento del Lungolario, questo spazio è rimasto un rudere. Abbandonato alla furia degli elementi e lasciato alla vista dei turisti.

C– Del più bel lago del mondo! – esclama ironico.

T– Esatto. Poi è stato demolito, finalmente. Ma non si sapeva che farne. Hanno chiesto ai comaschi che non si sono espressi con grandi idee. Lo spazio è quel che è…

C– Un balcone sul Lario.

T– Quel che basta per farne uno spazio di partenza, un punto d’osservazione. Per vedere…

C– Il volo dei gabbiani…

T– Tu, oggi, sei molto spiritoso, ma questa è una faccenda seria.

C– Non dubitavo.

T– Qui ci giochiamo l’immagine.

C– Su questo avanzo di balcone?

T– Non ti accorgi, guardati in giro, che i turisti s’accapigliano per salire e guardare?

Una comitiva di giapponesi si sparpaglia per tutto il perimetro della terrazza scattando centinaia di foto.

T– Vedi? Non ci vogliono neanche cartelli o inviti. Bastava togliere la biglietteria e lasciare liberi i turisti di occupare lo spazio. Il lungolago, come dice la parola, è un tragitto lungo, longitudinale, parallelo all’acqua. Percorrendolo si devono scansare gli altri e ci si distrae. Spesso neanche si guarda lateralmente.

C– Salendo questi pochi gradini è diverso?

T– La terrazza diventa un punto di vista privilegiato; un’indicazione specifica; un suggerimento affinché lo sguardo spazi oltre e si lanci verso la bellezza delle acque.

C– Fino al monumento che sta sulla diga difronte.

Tizio, seccato, si gira di scatto: – Scendiamo!

Caio capisce d’aver toccato un tasto delicato e lo segue in silenzio; uno dietro l’altro s’avviano in direzione della piazza Cavour. Si devono far largo tra la folla che, camminando nelle due direzioni, occupa interamente il tratto di marciapiede che collega, a lago, i Lungolario Trieste e Trento. I barcaioli offrono brevi gite sull’acqua e qualche comitiva sale sulle grandi barche. Tizio e Caio arrivano all’angolo dell’Hotel Suisse.

T– Qui c’è un reperto di rara bellezza…

Caio ride: – Vedo, vedo. La provvisoria biglietteria dei battelli è davvero una esperienza nell’orrido.

T– Provvisoria come molte costruzioni di questa città, ma hanno promesso di sistemarla… da tempo. E pensa che qui passano migliaia di turisti ogni anno.

C– Certo che i lavori di questa zona di Como stanno andando per le lunghe.

T– E non finiranno presto. Soprattutto, alla fine, se ci sarà mai una fine, si sarà perduto quel senso di unità stilistica che dalla fine dell’Ottocento si era a poco a poco stabilizzata. Una riva ricurva, i filari di piante, il bel viale, le scalinate per scendere a sfiorare l’acqua, le ringhiere in ghisa…

C – I tre o quattro pontili…

T– Cinque. E dimenticavo le originalissime panchine a ribalta che tu, di certo, neanche hai mai visto. Erano perfette e funzionali: lo schienale, fissato alla base, ruotava e si poteva appoggiare comodamente la schiena ora guardando il lago oppure la strada e gente passeggiare.

C– Oggi vedrebbero solo traffico.

T– Non le hanno tolte per quello, ma perché incapaci di tenerle al meglio; ci voleva un poco di manutenzione, come per tutte le cose. Vieni, lasciamo questi containers ovvero biglietterie e infiliamoci in questo giardino pensile. Il più moderno del mondo!

C– Noto del sarcasmo.

T– No, no. Alla fin fine è un’opera utile e lodevole. Merito di chi l’ha promossa e l’ha finanziata. Altrimenti, questa terrazza sul lago sarebbe stato un cantiere perenne. Un vero disastro per il turismo. Così è allegro e piace ai bambini. La balaustra in cristallo è originale ed è meglio di quelle gabbie tipo ferro che s’usano nelle barriere d’emergenza. Però, è una soluzione tappabuchi che rischia di diventare perenne.

C– Anche questa.

T– È una costante di questa città: iniziare e non finire, soprattutto nelle zone chiave del turismo dove la bellezza non è un valore aggiunto, ma il punto centrale dell’offerta. Oppure tirare in lungo anche le soluzioni più semplici e anche quelle davvero necessarie.

Tizio prende Caio per un braccio e lo spinge verso l’uscita del giardino: – Vedi? Qui c’era un battello.

C– Sì, lo ricordo. È stato ormeggiato a lungo. Era abbastanza scassato.

T– Scassato? Distrutto, direi. Un elemento imbarazzante in questo paesaggio di terra e lago.

C– Era un bar, mi pare.

T– Bar gelateria galleggiante. Un’idea funzionale al passeggio dei turisti che riempivano e riempiono questa passeggiata. Magari non decorato in modo consono all’ambiente… tuttavia non sgradevole. Finché ha funzionato.

C– Poi tutto si è fermato.

T– Secondo i proprietari tutto è affondato, sarebbe il caso di dire, dall’inizio dei lavori per le paratie: una dozzina d’anni fa. Il passeggio è stato deviato ed era quasi impossibile convogliare i turisti. Da quel momento il disastro…

C– Dunque, la proprietà del battello aveva ragione di lamentarsi.

T– C’è stata pure una lunga causa con il Comune e intanto il battello, definitivamente chiuso, con i vetri rotti, le attrezzature fatiscenti, maltenuto e malmesso, diventava ruggine. Una bruttissima immagine per tutti.

C– Però, ora, è sparito.

T– Finalmente! È andato in un cantiere dove morirà dimenticato…

C– E questa zona del lungolago è tornata ad essere decente, persino bella.

T– Gradevole. Non ancora un lungolago all’altezza della fama che il Lario ha nel mondo, ma…

C– Bisogna accontentarsi.

T– È sempre la stessa mancanza di un progetto unitario che abbia saputo dare un’immagine forte, indimenticabile.

C– C’è sempre il lago, mi pare.

T– Certo, ma non siamo in montagna. Qui, il paesaggio non è naturale e l’intervento dell’uomo deve essere consono all’ambiente circostante. Ogni cosa è diversa, mille stili si sovrappongono, i monumenti s’impongono alla vista. È una violenza estetica…

C– Anche gradevole, direi…

T– … che talvolta sposta l’attenzione dal “bello naturale” al “qualsiasi architettonico”.

C– Non le piacciono le cose che stanno qui intorno?

T– Non ho detto questo e neanche lo penso. Del resto, l’opera dell’uomo non solo non è sempre unitaria, ma spesso è anche il frutto di elementi che si realizzano in tempi molto molto distanti. O, anche, sono il frutto di contrapposizioni tra architetti, artisti, amministratori, finanziatori.

C– Allora sarà sempre impossibile avere tutto bello?

T– Voglio solo dire che dove il senso estetico è forte c’è meno rischio di realizzare cose brutte. S’opporrebbe persino il cittadino più distratto, meno sensibile. Quello che stiamo vedendo da qui, da dove siamo ora, è un panorama scultoreo–architettonico che manca di un collegamento estetico.

C– Non è forse considerata una zona d’eccellenza della città di Como?

T– Non lo nego, certamente. Qui abbiamo davanti il Tempio Voltiano, si intravvede il Monumento ai Caduti, qui davanti il Monumento alla Resistenza europea, la diga e, infine, il contrastato Monumento di Libeskind. Cento anni o quasi di realizzazioni, tutte differenti, ovviamente…

C– Belle? brutte? così così…

T– Direi: armoniche? Forse. Però se le osservi, con attenzione, ti accorgi che ciascuna va per suo conto.

C– Non dialogano – dice facendo il verso al tono consueto di Tizio. Caio ride divertito anche se teme che il ragionamento potrebbe condurli lontano: – Scherzo, scherzo.

T– Ma hai ragione. Realizzate in tempi differenti non possono che essere in contrapposizione, ma sta a chi viene dopo, nel tempo, tener conto delle presenze precedenti.

Caio guarda bene i monumenti che decorano il lungolago e i giardini, fino in fondo alla diga: – Ma ogni architetto o artista appartiene alla propria epoca. Riferirsi continuamente al passato potrebbe essere condizionante; una forma di censura artistica.

T– È un rischio, ma qui certamente nessuno lo ha corso… Pensa che, in prima battuta, il Monumento alla resistenza europea era stato disegnato per la diga foranea.

C– Messo sulla diga?

T– Che ancora non era una strada in mezzo all’acqua, ma solo un baluardo, per riparare porto e piazza dai venti e dalle onde, non percorribile e staccato dalla riva. Ora c’è un ponte di collegamento. Il primo progetto di Gianni Colombo non venne accolto, ma gli fu chiesta un’altra soluzione. Eccola qui: tre scale, tre lastre, molte scritte, pietre di ricordo. Un monumento ricco di memoria e di richiami alla storia; molto originale. Forse penalizzato dal contorno dei Giardini pubblici.

C– Che sembra idealmente collegarsi alla diga. È sullo stesso asse…

T– … prospettico. Esatto. Questo è un segno positivo che inserisce meglio il monumento nel contesto. Ora, da una delle scale del Monumento alla Resistenza europea si può procedere, camminando quasi sulle acque fino all’altro Monumento di Libeskind. Tra i due, comunque, non sembra esserci alcun rapporto come dire… estetico.

C– Anche il materiale è molto differente: povero, color ruggine, pietra, marmo, ferro contro il luccichio dell’acciaio super levigato. Questo si nota bene.

T– Due differenti concezioni sia dello spazio che della materia. E anche di significato diverso.

C– Uno è un richiamo alla memoria dei popoli ribelli, alla resistenza contro il potere illegittimo, la guerra, la deportazione… Basta leggere le scritte riportate sulle lastre.

T– L’altro è figlio del suo secolo, del nostro secolo.

C– Ma tra l’uno e l’altro sono passati solo trent’anni. Mi ricordo quando è stato costruito, nel 2015 mi pare.

T– Culturalmente, un secolo.

C– Sembra che sia gradito alla gente.

T– Qualcuno lo ha chiamato “pelapatate” con un pizzico di disprezzo per quella forma di lama ricurva e per le punte.

C– Solo un pizzico? Però è luccicante, brillante, luminoso. Fa effetto…

T– È fotogenico, non si può negare. Ispira i fotografi, richiama i turisti, splende al sole del mattino e si scalda a quello del tramonto.

C– Dunque va bene.

T– Non si può dire che sia sgradevole, ma si può azzardare che sia inutile.

C– Non dà fastidio.

T– Non si sentiva la mancanza di un segno metallico in mezzo al primo bacino.

C– Un omaggio a Volta e all’elettricità, si dice.

T– Si son dette tante cose e, visto a distanza di qualche anno, alcune erano davvero malevole. Il solito modo di accogliere le novità. Andiamo.

Tizio e Caio lasciano il Monumento alla Resistenza e s’avviano.

Tizio– Passeggiamo sulla diga foranea.

Caio– Foranea. Che significa?

T– Che è fuori, esterna, ai confini, in questo caso, del porto che andava difeso. Ora solo dagli agenti naturali, atmosferici. È una bella passeggiata, molto calmante. Nei giorni festivi quasi impossibile da frequentare tante sono le persone che vanno e vengono.

C– Attratte dal monumento di Libeskind?

T– No. Attratte dal fascino del lago. Ci venivano anche prima perché si tratta di una strada molto originale, unica, che porta in una posizione privilegiata e permette di vedere il lago dal mezzo. Un’illusione davvero piacevole.

C– Anche la città, vista da qui, non è male.

T– È bellissima. La mattina è in controluce e non si gode la vista migliore, ma dal tramonto in poi tutto il lungolago diventa magico. Talvolta con colori straordinari. Anche la sera, la notte, è affascinante.

C– Di notte?

T– Ci vengo spesso e te lo consiglio. Non c’è mai nessuno tranne, magari, qualche padrone con cane. Andata e ritorno sono una bella passeggiata facile, rigenerante.

Tizio e Caio arrivano alla rotonda del Monumento. Tizio si siede sulla panchina circolare e caio s’appoggia alla ringhiera.

T– Godiamoci questa vista straordinaria.

C– In fondo anche il Monumento non è male.

T– Riflette le meraviglie che stanno intorno. È forse questa la sua condanna: vivere di riflesso.

C– Comunque, non è un giudizio negativo, mi pare.

T– Vorrei poterlo definire “parassita estetico”, ma sembra una volgarità.

C– Non è certo una definizione elegante. Forse neanche corretta. Io lo trovo gradevole.

T– Gradevole? È un po’ come dire “carina” di una persona. A volte perché non si sa cosa dire, ma più spesso è quasi un insulto.

Tizio alza lo sguardo verso la lama lucente del Monumento e viene attratto da un lampo di luce. Estrae il telefono e scatta una foto lasciando Caio senza parole.

Tizio, senza curarsi della reazione di Caio, riprende: – Vedi. Abbiamo completato il giro. Siamo partiti dalla terrazza che ora ci sta difronte e da questa rotonda possiamo vedere la città in una prospettiva diversa. Questa distanza dalla riva restituisce tutta la bellezza dell’insieme.

C– Allontanandoci dai problemi “estetici” – dice ridendo di gusto e voltando le spalle a Tizio che, quasi di nascosto dal giovane amico, scatta veloce un’altra foto.