La rigenerazione urbana sotto la Napoleona: una mostra di Gin Angri

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    La rigenerazione urbana è quell’insieme di azioni volte al recupero di una porzione di città con una particolare (e fondativa) attenzione alla sostenibilità ambientale. Dovrebbe essere un “dovere” per le città moderne, che hanno uno spasmodico bisogno di rinnovarsi senza perdere di vista la necessità di salvaguardare (anzi: di ripristinare, dove possibile) l’ambiente. Per quanto importante, a Como è poco praticata… E quindi conviene andare a verificare di persona uno dei primi esempi concreti di rigenerazione urbana locale.

    Il luogo è centrale e al tempo stesso appartato: ai più – si teme – quasi sconosciuto. Si tratta della Val Mulini, stretto avvallamento che corre, a ridosso della Napoleona, da Camerlata verso il Cosia. Oggi la zona è poco frequentata (semmai ci si passa in auto, lungo la via dei Mulini, come alternativa alla Napoleona, appunto, o per raggiungere l’autosilo cilindrico a suo tempo realizzato a servizio dell’ospedale Sant’Anna e oggi decisamente sottoutilizzato). Ma la Val Mulini, come si capisce facilmente dal nome, era un tempo uno dei centri pulsanti dell’economia “manifatturiera” comasca: in epoca di “antico regime” vi erano insediati parecchi mulini e anche qualche altra attività (come una cartiera), tutti attenti a sfruttare l’energia idraulica che la valletta metteva a disposizione. Poi vi si insediarono alcune attività industriali in senso stretto (il Pastificio Castelli e la Tintostamperia Valmulini).

    Proprio gli edifici di queste due attività sono interessati dal progetto di rigenerazione urbana: il primo – quello del Pastificio Castelli – a vocazione residenziale-sociale-culturale è già concluso, il secondo – quello della tintostamperia – è all’inizio e, quindi, ancora alla ricerca di un suo ruolo; di certo, comunque, una parte della volumetria sarà riconvertita a residenze e un’altra a spazi “di comunità”.

    I vari passaggi di questo progetto si possono vedere nella mostra allestita al primo piano della tintostamperia, dove sono esposte le fotografie di Gin Angri che raccontano “il prima e il dopo” del recupero del Pastificio Castelli e “il prima” della tintostamperia (“il dopo”, come si capisce facilmente, è ancora in fase di costruzione). Sono immagini che riescono a proporre le molte facce di questo pezzo di città. Dal punto di vista del percorso autoriale di Gin Angri, poi, sottolineano – se mai ve ne fosse bisogno – il suo profondo interesse per “i margini” della città, siano essi architettonici (e infatti molti dei suoi servizi sono dedicati alle fabbriche dismesse) o sociale (e molti dei suoi reportages dedicati alle persone migranti o emarginate sono stati delle autentiche scoperte). Al secondo piano c’è anche un allestimento creativo di un gruppo di studenti dell’Accademia di Brera che da qualche mese fanno base proprio all’ex tintostamperia.

    Le esposizioni sono anche l’occasione di mettere in mostra gli oggetti stessi dell’intervento. Da una parte l’edificio ex industriale, realizzato alla fine degli anni Quaranta, con un’immagine assai spartana (quasi rude) e una struttura tutta rivolta alla disponibilità di ampi spazi senza intralci; dall’altra il complesso del mulino/pastificio, frutto evidente di una serie infinita di interventi di modifica e ricucitura, che ha lasciato sul terreno colonne cinque-seicentesche, archi, un breve tratto di roggia dismessa, scale a salire e a scendere, finestre chiuse e riaperte: un mondo che interpreta una varietà di storie infinite (non a caso, al piano terra, si è insediata la cooperativa AttivaMente che fa “anche” teatro).

    Intorno un pezzettino di territorio ancora non del tutto tradito: strade, ferrovie, edifici – certo –, ma anche alberi e, alla base, una morfologia naturale che in troppa parte della città è ormai quasi completamente irriconoscibile…

    Insomma, la scoperta vale la breve deviazione. E non dimenticate di chiacchierare con chi vi accoglie: le storie che hanno voglia di raccontare sono un pezzo importante della rigenerazione.

    Gin Angri e Carlo Pozzoni mettono in scena, scherzando, la realizzazione di una delle fotografie esposte in mostra