JSC Social. Quel ramo. Un’altra storia

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Quel ramo

Camminiamo da un’oretta. Tutto in piano e senza fatica. Abbandonata l’auto a Colonno saliamo per via Cappelletta (unica vera salitella della giornata), per poi proseguire in orizzontale a mezza quota per la Greenway del Lario, ovvero una piccola invenzione turistica che ripercorre la cosiddetta Strada Regina (nello specifico la longobarda Teodolinda), di cui restano tratti, o meglio mulattiere, qua e là, a segnar l’antica strada che portava da Como a Sorico, più o meno.

L’ambizione è di arrivare a Griante. Dodici chilometri sotto il sole caldo di maggio e con un venticello che passa tra le strette vie dei borghi (Colonno, Sala, Ossuccio, Lenno, Mezzegra, Tremezzo, Griante…) e tra i terrazzamenti di ulivo, tipico della zona. È la Zoca de l’oli, che produce un olio ancora oggi ricercato, anzi più di prima. Centro del panorama è l’Isola Comacina. Verde cocuzzolo emergente dalle acque smeraldine e cangianti del lago e ricco di vegetazione che copre i pochi resti visibili. La chiesina di Santa Eufemia, il ristorante del Cutelèta e le case per artisti realizzate nel 1939 su progetto del Lingeri (ricovero all’ispirazione di pittori e scultori).

Cammina cammina si arriva a Lenno e per forza si scende verso Campo (splendida la Villa Balbiano) per riprendere una straducola tra le case e i muri delle ville che si affacciano sul lago.

Tra chiari di luce tagliente e scuri di ombre subito gelide (è una caratteristica dei paesi di lago) si arriva all’ingresso del Balbianello. Un cartello avverte che il parco è in restauro. Si capisce dalle varie essenze ancora ingombranti e dal senso di non finito che un tal parco non dovrebbe avere. Ma certi lavori richiedono tempo e soldi. La buona volontà farà il resto.

La mulattiera è comoda e tutta in salita. Si giunge infine a una sorta di balcone naturale che si affaccia sul golfo di Sala Comacina. Campo è a destra e l’isola proprio sotto.
Uno spettacolo mozzafiato – come dicono le guide ai turisti – e come sostengono gli amministratori locali, provinciali, regionali, la stampa e la tivù.

Scendiamo per ritornare sulla Greenway (per finire poi in un ristorante del luogo). I missoltini con polenta ci attendono stesi, pazienti.
La strada, superato l’ingresso di Villa del Balbianello, curva e procede in discesa. Lo sguardo è attratto dallo spazio immenso delle acque e delle sponde: la Baia di Venere (nome altisonante, pomposissimo) e Lenno sulla sinistra, la Valle del Perlana, l’abbazia dell’Acquafredda e – di fronte – paesi e paesi fino alla fine del Lario con il Legnone sullo sfondo, ancora innevato (ma siamo a maggio, accidenti!), e le barche a vela che sfidano il forte vento. Il cielo è azzurrissimo (come il cielo di Lombardia, “così bello quando è bello”, tanto per restare in tema).

Fuori dal Balbianello c’è movimento: turisti occasionali, viaggiatori esperti, curiosi e amanti del paesaggio e dell’arte. Tutti fotografano e tutti si fanno fotografare. Lo spazio di visione richiede attenzione. La strada è larga e ghiaiata. S’inizia a scendere.
Uno sguardo a un fiore, un’occhiata alla siepe di bosso regolata al millimetro, alle piante ben tenute. Inciampo. Maledizione!

Tra la ghiaia e qualche foglia caduta compare un ramo, invero un rametto: 32 centimetri di lunghezza e 15 di larghezza. Non è propriamente un rametto, bensì quel “ramo” che rappresenta il Lario: una ipsilon. Lo mostro agli amici e anche qualche turista s’incuriosisce, soprattutto per la mia eccitazione. Spiego il senso della forma, ma non credo capiscano. Sorridono.

Scendiamo e ritroviamo alla base della collinetta di Lavedo uno dei punti più brutti di Lenno e anche della sponda occidentale. Moderni capannoni industriali, o forse artigianali, che mostrano, sul retro, masserizie e disordini vari. Voglio fotografarli.
Infilo il “ramo” nel taschino della camicia e fisso in immagine l’obbrobrio ambientale. Completo tuttavia il reportage con foto dell’Abbazia dell’Acquafredda e del Santuario del Soccorso, entrambi fermi a metà della montagna e separati dal torrente Perlana.

Arriviamo al ristorante. Depongo macchina fotografica e zainetto e prendo il ramo dalla tasca della camicia. Orrore!
Il ramo si è spezzato. Ho perduto il “tratto” che va da Menaggio a Como. Non è possibile. Devo trovarlo.

Gli altri amici si siedono al tavolo e tutti mi guardano perplessi mentre esco – ordinate anche per me, dico – alla ricerca del rametto. Sento dire per scherno: il rametto nel pagliaio… Infatti hanno ragione, ma non si può buttare definitivamente un segno, un’icona – come si dice – senza tentarne il recupero.

Ricordo perfettamente il luogo di fermata e di ripresa: una specie di tombino o piastra. Riconoscibilissimo a lato del sentiero. Mi avvio sicuro e incosciente. Il tratto è breve e intanto non faccio passo senza scrutare il terreno cosparso di pigne cadute, foglie secche, ghiaia disordinata, rami e rametti. L’insieme è, d’ogni cosa naturale, un vero campionario.

Ricordo anche un tavolo da picnic sul quale stava un sasso bianco che mi aveva incuriosito. Arrivo al luogo e rivedo la situazione; ricostruisco i miei movimenti; fisso la presenza dei miei amici. È la “scena del crimine”. Mi dispongo sulla piastra e poi scruto l’intorno. Sono concentratissimo e scannerizzo con lo sguardo l’ambiente circostante. Col mio rametto monco in mano. Scelgo da terra un pezzetto che potrebbe essere quello mancante, ma non combacia. Poi un altro e un altro ancora. Niente. La spaccatura è perfetta e proprio corrispondente a un nodo.

Continuo per qualche minuto e – lo ammetto – comincio a scoraggiarmi. Non mi accorgo che l’affaccendarmi tra legnetti e aghi di pino secchi e foglie morte sta incuriosendo una famigliola seduta al tavolo del picnic. Sorridono al pazzo (immagino) e tuttavia cercano di capire il senso del tutto. Sorrido in risposta.
Dico: – Sto cercando un… rametto – tanto per aggravare la situazione. Annuiscono.
I due figli guardano i genitori che si trattengono dai commenti. La bimba di circa dieci anni mi si avvicina: – Non disturbare il signore – che è “già disturbato” non lo dicono, ma si capisce. La bimba si ferma col suo panino a mezzo morso. Il bimbo avrà cinque anni.

– Cosa stai cercando? –
– Un rametto – spiego. Ormai non ho più nulla da nascondere.
– Perché –
– L’ho perduto qui, qualche minuto fa –
– Un rametto come? –
– Ecco. Come questo – e mostro il monco ramo che tengo tra le dita.

Il bambino capisce. Capisce veramente. I genitori no. Neanche la bimba, che gira le spalle e torna al suo posto. Così si conferma il principio che agli sconosciuti non solo non si deve parlare, ma neanche dar ascolto.
– Ti aiuto! – e guarda i genitori per approvazione.
– Grazie, sei molto gentile –
– Come è fatto il legnetto? –

Spiego e mostro la tipologia del ramo e la continuità che deve avere per forma, sostanza, colore, essenza… Non proprio con queste parole, ma il bimbo capisce.
Si mette alla ricerca.

Il campo di indagine non lo immagino vasto e spiego all’aiutante i movimenti che ho fatto e dove e come potrei aver rotto il ramo durante le riprese fotografiche.
La sorella non sta zitta: – Non lo troverete mai… – subito fatta tacere dalla madre, certamente di cultura montessoriana e che vede l’esperienza utile sopra ogni possibile smacco.
– Ma questo è un bosco – precisa la bimba – e ci sono milioni di rametti –. Come darle torto.

Io e il bimbo intanto continuiamo la ricerca e le prove: rametto dopo rametto e confronto tra le due estremità spaccate e slabbrate. Non si può barare e non vedo soluzione; sarei già disponibile a chiudere l’esperienza senza completare l’innesto desiderato.
Guardo i genitori che rispondono con un’occhiata significativa. “L’hai voluto tu”, significa quello sguardo sbieco mentre cercano di terminare il pasto.

Devo ammettere che a un certo punto ho pensato di lasciare seccamente la ricerca e salutare tutti, ma che dire al bimbo che tanto si sta impegnando? Nell’operazione si nota del metodo, in quanto ogni legnetto scartato viene raccolto ai piedi di un albero poco distante e, in breve, si forma una catasta.
– Sembriamo due castori che ammucchiano per costruire la diga… – dico tanto per stemperare la tensione, ma il bimbo mi guarda senza capire. I miei riferimenti non sono i suoi cartoni.

Prendo fiato e mi alzo. Stare piegato in due incomincia a stancarmi. Tiro un bel sospiro. Il bimbo prende dalle mie mani il rimasuglio di icona lacustre e continua da solo come sanno fare quelli della sua età, per i quali la ricerca di un rametto è importante quanto la terza guerra mondiale per l’umanità. L’importante è vincere.
– Trovato! – urla infine.
– Trovato cosa? – domanda ironicamente la sorella.
– Il rametto rotto – e lo solleva in una mano, col restante ramo nell’altra.
– Fammi vedere – impone l’incredula.
– Mi raccomando – intervengo a difesa dei due (forse) rami del lago.
– Ecco, guarda – il bimbo mi consegna il tesoro. Confronto e riconfronto e i legnetti combaciano perfettamente.
– Sei stato bravissimo – dico al bimbo.
– È stato bravissimo – ripeto a genitori e sorella che, un po’ seccata, lascia intendere che in fondo in fondo legnetto era e rametto è.
– E adesso cosa ne fai? – mi chiede.
Cercando di essere serio e convincente cerco di rispondere: – Lo metto sul web, così lo possono vedere tutti –.
Mi guarda perplesso per un paio di secondi poi, facendo quello che ha capito, mi dice: – Su internet! –.
Sì, più o meno, penso.
– Ce l’abbiamo anche a casa, vero pa’? –.
– Allora ti lascio l’indirizzo… – lo ringrazio di nuovo e giro i tacchi, saluto e torno dai miei amici che già saranno al secondo, missoltini compresi. Poi penso: “Lascio l’indirizzo a un bimbo di cinque anni…” – se lo dico in giro chissà per chi mi prendono.

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Storie. Cullato dall’acqua