Tesori. Non tutto oro...

 

 Como. un tesoro di monete da non dissipare

La scoperta di un “tesoro” di monete auree durante gli scavi per la ricostruzione del volume dell’ex Teatro Cressoni (o Cinema Odeon, o Cinema Centrale) si presta a numerose considerazioni.

In primo luogo l’eccezionalità della scoperta. L’interesse del ritrovamento è evidente, ma da qui a considerare la scoperta “epocale” ce ne corre. È difficile immaginare come un certo numero, per quanto consistente, di monete possa cambiare la percezione non si dice dell’epoca tardoantica (visto che il tesoretto, per quanto se ne sa, potrebbe risalire al V-VI secolo) ma nemmeno della storia cittadina. Non siamo certo di fronte a un ritrovamento capace di riscrivere un pezzo di storia (come la stele di Rosetta) o di storia dell’arte (come il Satiro di Mozia o i Bronzi di Riace). In ogni caso definire il tesoro di Como epocale è quanto meno prematuro, prima che sia concluso lo studio (ma invece i tempi della comunicazione odierna esigono l’immediatezza e l’iperbole). Su 300 o 400 monete ce ne potrebbero essere di tuttora ignote (e allora il ritrovamento sarebbe effettivamente importante) oppure no (e allora sarebbe solo prezioso). È presto per dirlo.

È interessante notare anche il rapido cambiamento dell’opinione pubblica (e di chi la costruisce) sulle indagini archeologiche preliminari. Per fortuna chi ha la responsabilità del cantiere ha attivato fin da subito le competenti autorità di controllo, da altri e fino a ieri vissute con fastidio come un inutile impiccio sulla strada dell’ammodernamento della città e del territorio ("per quattro vecchi muri..."). Basta ricordare cosa è avvenuto, sempre qui a Como, solo due anni fa, con gli scavi in piazza Grimoldi, che pure avevano messo in evidenza un pezzo significativo della città antica e che invece sono stati col favore generale ricoperti e occultati. (Ricordo anche che chi – come il sottoscritto – aveva cercato di spiegare il loro interesse, era stato fortemente redarguito perché negli scavi archeologici la “riservatezza” viene ritenuta essenziale. Si faccia il confronto con il modo come sono stati diffusi questi ritrovamenti, ben più sensibili, dato anche il loro valore materiale, e come la loro interpretazione è stata approssimata e sparata in prima pagina senza nessuna cautela. Si è parlato, per esempio, di una banca... nella tarda antichità? e poi di un quartiere di nobili, quando della stratificazione sociale della Como antica non si sa praticamente nulla.)

Ma i punti non son questi.

Il punto è quello di quanto questo tesoro sia spendibile (la parola, trattandosi di monete, non è fuori luogo) sul piano promozionale. La notizia – si dice – ha “bucato” lo schermo in tutto il mondo.

Comunque, la discussione sul futuro promozionale di questa scoperta non credo possa essere fatta solo a partire dalla sensazionalità e dal suo valore intrinseco. Certo, è questo il motore dell’interesse immediato: 400 monete d’oro! Fossero state di bronzo (magari più rare) sarebbe stato meno interessante. Ma senza un progetto più ampio l’interesse per il tesoro di Como svanirebbe rapidamente, surclassato prima o poi da altre e più sensazionali scoperte. In realtà i tesoretti antichi non sono poi così rari: il caso più simile a quello comasco, anche perché quasi coevo, è quello di Sovana (persino più ricco di quello di via Diaz: quasi 500 monete). Non mi pare che abbia cambiato la storia (e nemmeno il turismo) di una località pur di interesse straordinario (qualcuno ricorda Ildebrando di Sovana, pontefice riformatore con il nome di Gregorio VII?). Serve un manager!, è stato detto, per investire al meglio il tesoro, e gli archeologi si facciano da parte; studino pure, ma non interferiscano con la comunicazione, la promozione, gli affari.

Questo invito si presta a più di una riflessione. Un recente pamphlet intitolato Contro le mostre, scritto da Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, affronta il tema dello “sfruttamento” dei beni culturali. La diagnosi che ne esce è tutt’altro che incoraggiante. Lo sfruttamento coincide spesso con un impoverimento generale, se non calcolato semplicemente sulla base degli incassi. La “monetizzazione” dei beni culturali non è propriamente il modo più efficace di promuoverli. La materia è delicata, e gli esiti non sempre felici. “The Guardian”, quotidiano britannico tra i più autorevoli e seguiti a livello mondiale, ha recentemente dedicato un editoriale a questi problemi, sottolineando alcuni gravi inconvenienti, che ormai non possono essere più occultati. Per esempio, l’Ufficio turistico della Cornovaglia ha lanciato un invito ai turisti a non visitare la regione, perché ormai devastata dalle orde degli appassionati di una serie televisiva che lì aveva trovato delle location particolarmente suggestive, che ora rischiano di scomparire per sempre. Del resto basta andare a Barcellona per vivere la violenta contraddizione del turismo; i forestieri vengono mal sopportati, a volte addirittura puniti, ma comunque spennati. Non è detto che questi esempi diano l’unica chiave interpretativa, ma certo non possono essere elusi.

Anche a Como le criticità del turismo di massa stanno per venire a galla e sarebbe bene non farsi cogliere impreparati. Credo che l’elemento caratterizzante di queste problematiche non stia propriamente nel turismo ma nel consumismo (parola ormai passata di moda). Una volta “consumato” un bene culturale non esiste più, sicuramente a livello simbolico (viene degradato nel suo valore, nel suo interesse, e poi rapidamente dimenticato), a volte anche a livello materiale (provocando danni più o meno evidenti, ma anche – paradossalmente – richiedendo esorbitanti misure di sicurezza: i reperti nei musei sono a volte più inarrivabili delle sante reliquie).

Sono, tutti questi, discorsi che oscillano pericolosamente tra la teoria e la pratica, e che vanno presi seriamente in considerazione: la gestione del patrimonio culturale attiene non solo alla redditività economica ma anche e soprattutto all’orizzonte ideale e valoriale di una intera popolazione (meglio: di tutte le persone – se c’è un elemento positivo nell’apposizione dei marchi “di patrimonio dell’umanità” dell’Unesco su vari monumenti sta proprio in quella parola “umanità”, che significa in maniera molto forte che quell’elemento, indipendentemente da dove si trova, non è patrimonio di un luogo singolo, ma di tutti).

Se abbiamo trovato un tesoro, sarebbe bene non dissiparlo.

 

La passione civile ha sempre animato Luigi Fagetti, indirizzandone la vita professionale e l'impegno sociale. Como: città sempre amata anche nei momenti di crisi.