Film. 2001: Odissea nello spazio.


 

2001: Odissea nello spazio. 1968: l’anno della svolta al cinema

Cronaca personale. Nel dicembre 1968 a Milano si proiettava 2001: Odissea nello spazio. Non avevo ancora la patente e convinsi mio padre (con mia madre) a portarmi all’Alcione, mitico cinema (zona Parco delle Basiliche, ora distrutto), che solitamente proiettava su grande schermo in “cinerama” (ovvero in formato base 25 metri per 10 con tre proiettori in sincrono) e suono stereofonico. Non ricordo la reazione dei miei genitori (non era esattamente il loro tipo di film), ma ho bene in mente la mia.

Di Stanley Kubrick (1928–1999) avevo già visto in terza visione Rapina a mano armata (1956) e Spartacus (1960, polpettone di ottima cucina); non Lolita (1962, perché vietato ai minori), ma insieme vidi Orizzonti di gloria (1957) e il Dottor Stranamore (1966), entrambi film contro il militarismo cattivo e stupido e la guerra inutile, ciclo concluso poi con Full Metal Jacket  (ma nel 1987).

Di 2001: Odissea nello spazio si sapeva poco, come nella tradizione del regista, e la lavorazione durava da anni (solo per il montaggio Kubrick ne avrebbe impiegati due). L’attesa era eccitante e lo spettacolo all’Alcione indimenticato.

2001 era – è – un grande affresco che rivoluzionava il modo di narrare, di fare cinema; sarebbe stato un modello non solo per la “fantascienza”, cui sembrava appartenere, ma soprattutto per le atmosfere, i contenuti, le ricostruzioni, le invenzioni, il ritmo (lentissimo, affatto noioso).

All’Alcione lo spettacolo fu davvero totale, coinvolgente, esaltante. Lo schermo larghissimo e semicurvo (con pellicola a 70 mm e unico proiettore) consentiva allo spettatore di entrare nel viaggio dell’uomo nel tempo, nella storia, nello spazio. Era una spinta verso la Conoscenza.

Il Film. 2001: Odissea nello spazio non è un film di fantascienza. Non ci sono mostri, alieni, marziani, trifidi, né dottori cattivi che vogliono la distruzione del mondo. Non ci sono nemici (solitamente i russi) e neanche lanci di missili o roba del genere. Tutto corre nella normalità del “2001” che, nel 1968, sembrava un tempo sufficientemente lontano, ma non troppo.

La vita sulla terra e l’altrove (Giove e l’Infinito) scorre davvero lenta, quasi in apnea. La narrazione parte da molto lontano, al tempo degli uomini scimmia e della scoperta della fisicità dei corpi e della forza umana. Anche della violenza.

2001 è un racconto misterioso così voluto per non concedersi a interpretazioni troppo precise o – peggio – a elucubrazioni filosofiche. Kubrick e il co-sceneggiatore Arthur C. Clarke (scrittore e scienziato) non affermano nulla, ma portano lo spettatore dentro il cammino lento e sempre in evoluzione dell’uomo: dall’alba dell’umanità fino alla sparizione (o alla rinascita) nel tempo infinito, segnato tanto da scoperte sensazionali (il monolito, l’elaboratore elettronico impazzito, la conquista dello spazio…), quanto dalla paura e dall’ansia.

Secondo gli Autori, 2001 sarebbe dovuto rimanere “opera aperta” e disponibile a interpretazioni varie: che cosa significa il monolito color ardesia che compare ai primi ominidi e che ricompare sulla Luna agli astronauti e poi riappare in una stanza rococò quasi verso l’Infinito? Kubrick suggerisce di abbandonarsi alla visione, di lasciarsi coinvolgere, di non concentrarsi troppo sulla storia.

“Rilasciarsi”, come suggerisce l’effetto (davvero speciale) dell’assenza di gravità nel “nulla”. Ascoltare il silenzio del cosmo; godere della danza, suggerita delle stupende musiche (non originali, ma centratissime, famosissime), che regola e muove le astronavi.

2001 è un lungo film quasi senza dialoghi e poca azione drammatica, ma è profetico e non solo per la tecnologia inventata (che si rivelerà protagonista negli anni successivi di una vera rivoluzione), ma capace di portare il pensiero dello spettatore verso un’altra dimensione che è tanto lontana, cosmica, spaziale tanto quanto, alla fine, si rivela vicina, nascosta, intima.

2001 è dunque una metafora? Forse, anche se Kubrick rifiuta di essere qualcuno (un Autore) che insegna, che ha cose da dire, tesi da sostenere. Mostra e basta, ma l’emozione è tale che ciascuno può ricavare dal film un’esperienza nuova e forte. Davvero un’Odissea nello spazio interiore.

Le Immagini. Come un grande affresco, 2001: Odissea nello spazio vive di immagini. La cura, la precisione, la creatività di Kubrick (e dei suoi eccellenti collaboratori) aveva creato un mondo spaziale mai visto. Certo: l’uomo stava già volando oltre l’atmosfera e le astronavi erano oggetti reali, ma il cinema fantasticava con molta approssimazione perché il genere fantascientifico era considerato di serie B, di semplice intrattenimento. Kubrick usa il mondo fantastico adattandolo alle proprie idee cinematografiche e ricreando per 2001 la perfezione degli oggetti (navi, astronavi, capsule…) e definendone una credibilità mai raggiunta all’epoca.

I modellini, perfetti, erano di misure enormi (fino a qualche metro di lunghezza), consentendo riprese dal vero (il digitale non era stato inventato) di rara efficacia. Le atmosfere spaziali, create nei teatri di posa e riprese con sistemi ottici e di proiezione inventati dallo stesso regista, portavano lo spettatore in una dimensione ultraterrena, dando finalmente corpo, visibilità, consistenza ai sogni di conquista dello spazio che le potenze (USA e URSS) stavano lentamente attuando. 2001 è del 1968; il primo piede umano sulla Luna è del luglio 1969, dunque l’immaginazione di Kubrick porta alla realtà quel che la storia raggiungerà dopo mesi.

L’immagine che 2001 dà della conquista dello spazio è tuttavia poetica; non rincorre la tecnologia (comunque imitandola) bensì l’idea di conquista e di conoscenza dell’ignoto che – allora più che oggi – era nelle mani degli scienziati e delle nuove macchine: i cosiddetti elaboratori elettronici.

2001 mette ansia: è il suo scopo; insinua il concetto che la curiosità porta alla scoperta, alla creazione, allo sviluppo, alla conquista, ma passando sempre o quasi dalla violenza. Gli ominidi che scoprono le armi per combattere, difendersi, vincere… gli scienziati che si staccano dalla realtà pur di raggiungere i loro obiettivi… gli elaboratori che impazziscono (quanto profetico!) e persino uccidono.

E tutto parte dalla prima scoperta: l’osso nelle mani dell’uomo primitivo che l’uomo evoluto trasforma in astronave di conquista. L’immagine più nota e più potente del film e – forse – del cinema di tutti i tempi.