Letture. Tempo di Libri a Milano

 

 Milano, Fiera: Seconda edizione di Tempo di Libri. Forse un successo

Forse è la volta buona: Tempo di libri, la fiera, manifestazione, evento, fortissimissimamente voluta da AIE con il supporto dei maggiori editori d'area milanese (Mondadori, Mauri in testa) è decollata.

Anticipata la data (da un assurdo fine aprile, edizione 2017, nel bel tempo del quasi unico ponte vacanziero dello scorso anno) al mezzo di marzo 2018 frescolino, ma bello; spostata la sede dalla "lontana", costosa e faraonica Fiera di Rho... alla più tradizionale vecchia FieraMilanoCity, insomma, con parametri differenti, i conti sembrano migliori.

I “conti” son soldi ovvero gli investimenti che le imprese del settore editoriale (con qualche importante sostegno di Enti pubblici) hanno condiviso per realizzare un doppione. Le polemiche scoppiate lo scorso anno (e pure le liti furibonde) tra Tempo di Libri e Salone del Libro a Torino, son ben note. Il trentennale successo “torinese” stava per essere offuscato dalla supponenza “milanese” che non ha trovato accordi per definire meglio le due iniziative. Ma dopo il vero disastro del 2017 (scarsissime presenze a Tempo di Libri, circa 50mila si dice…), mentre il Salone ha tenuto benissimo (con 165mila visitatori) l’evento di questo anno ha avuto molto pubblico (superati i 100mila ingressi) e centinaia di presentazioni nonché una buona attenzione da parte dei media.

Promuovere il libro è sempre utile, si direbbe necessario. Sembra ormai – il libro – rimasto l’unico veicolo culturale, libero o quasi da condizionamenti. Musica, cinema, arte, teatro e anche televisione sono esclusivamente prodotti industriali, realizzati con una concatenazione di processi complessi e coinvolgimento di decine di addetti che ne fanno – ovviamente – il prodotto di tanti compromessi. Il libro si scrive – spesso – in solitudine con un lavoro magari sofferto, con pensieri ed elaborazioni personali, con tempi lunghi, verifiche continue… non sempre, purtroppo, ma in genere è così.

Quel che esce dal lavoro dell’Autore (elaborato anche da una redazione e prodotto da un editore, venduto dalle librerie) è un mistero che si rivelerà ai lettori in tanti modi e – spesso – in tempi lunghissimi. Purtroppo – uscendo dal mito – si sa che il viaggio del libro è difficile perché le librerie chiudono a decine ogni anno, perché si pubblica troppo, perché gli editori sono in sovrannumero, perché gli autori (di solito) pensano alla loro “opera” come l’unico viatico per la salvezza delle anime ignoranti (e non si preoccupano del senso comune). Perché l’offerta supera la richiesta.

Nel mondo si legge poco; in Italia niente! I dati Istat (riferiti al 2017) sembrano le lapidi con gli elenchi dei caduti di guerra. Basti questo: il quasi 60percento degli italiani non ha mai letto un libro. Il resto, dei numeri e dei commenti, rappresenta bene la situazione di un Paese presuntuoso i cui abitanti non hanno alcun interesse per la conoscenza, non dimostrano curiosità, non sanno confrontarsi con idee differenti dalle proprie, non accettano la diversità (di pensiero, s’intende) e non riescono neanche a leggere un SMS fino in fondo…

Quei pochi che leggono (sui mezzi pubblici, a casa, nel tempo libero) sono pochissimi. Gli altri – semmai – sfogliano, guardano, pizzichettano le notizie dei quotidiani e un libro facile di 150pagine (Maigret, per esempio) impiegano un anno a leggerlo. Un disastro.

Per questo (anche per questo) la filiera editoriale s’è inventata le fiere di settore che vedono arrivare le armate zainate dei ragazzi (portate da insegnanti eroi) al cospetto di libri e autori; che accolgono scrittori parolai, narcisisti e vanitosi (un celebre critico ha detto, ieri in Fiera, all’intervistatrice: “Mi fermi sennò io vado avanti…”. Dopo un’ora abbondante era ancora lì); che danno spazio alle Grandi Case Editrici e che lo usano per confermare la loro forza produttiva (e il loro monopolio); che accolgono persino le medie e micro case editrici, timidamente messe a contorno del circo cultural–mediatico.Indispensabile.

Ma le vendite di libri sono scarse e neanche coprono le spese e Tempo di Libri (come anche il Salone di Torino) restano la “fiera delle vanità” rifiutando di riflettere sul futuro della distribuzione editoriale, sulla morte dei punti vendita, sul digitale che s’impone e sull’e–book che avanza, lento ma inesorabile. Il libro di carta è dunque morto? Forse no, ma la sua salute è davvero cagionevole…