Incendio. La “Santarella” va in fumo

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    Como perde un’altra occasione e dovrà demolire invece che sognare

    Un incendio ha distrutto a mezzogiorno [venerdì 29 aprile 2016] la cosiddetta Santarella. Nome di fantasia dato impropriamente alla Centrale termica dell’ex Tintoria Ticosa; nome diventato simbolo del fare che non si fa mai e sul quale (sul nome e sull’edificio) si sono sbizzarriti in tanti dal 1980 ad oggi.

    Bene pubblico, come tutti sanno, ed ultimo reperto architettonico di un complesso industriale che ha dato lavoro a migliaia di comaschi e per decenni. Poi l’incertezza, la crisi, la chiusura, la vendita. Con l’acquisto da parte del Comune di Como che – da allora in poi e con una dozzina di amministrazioni (dal Centro alla Destra alla quasi Sinistra) – non è riuscito a ridare vita né alla vasta area Ticosa e neppure alla centrale termica rimasta in piedi.

    Come tutti sapevano (e bastava passare al tramonto o all’alba) la superficie interna dell’edificio (grande volume senza piani intermedi) era ed è il rifugio di emarginati, di stranieri in via di collocamento, di poveri esseri umani che avevano tramezzato lo spazio per ricavarne indecenti abitazioni di fortuna, si fa per dire.

    Ci vivevano, mangiavano, dormivano, talvolta litigavano in condizioni poco umane; sen’acqua né calore. Solo con qualche fuoco per cucinare; non era difficile prevederne i possibili danni.
    Attendiamo le relazioni degli esperti.

    Quel che conta – ora adesso – è che il sogno di portarci l’Aula magna di qualche locale Università o un Centro culturale o il Museo della seta e chissà cosa… è definitivamente diventato un incubo. Perché?
    Ci vorranno anni per decidere (e trovare i soldi) per demolire l’edificio; ci vorranno secoli perché la Centrale sia spazzata via (ricordiamoci dell’amianto), ma ci vuole un attimo per capire che Como è una città fatta così: incapace di prendere decisioni veloci e solo indirizzata all’attesa.
    Facciamo l’elenco delle cose immaginate e mai realizzate? Magari un’altra volta…

    Inoltre – ma non in fine – dove andranno a “vivere” i poveri disgraziati che sotto il soffitto della Centrale s’illudevano di aver trovato non una casa, ma almeno un tetto?

    Per un’informazione Architettonica corretta. Leggi qui

    La nota che segue è stata scritta e pubblicata nel 2006. Tanto per dire “la continuità”…

    Ti cosa? Occasione perduta

    Una premessa: venticinque anni fa, quando fu “acquisita” al patrimonio comunale la Ticosa era già una schifezza, quasi un rudere. Solamente era ancora abitata da operai e impiegati sull’orlo del licenziamento. Il Comune intervenne per salvare l’area e le famiglie. Una buona azione (prologo) che si sarebbe trasformata – in terra comasca – in un calvario progettuale e politico. Cioè una tragedia.

    Oggi, dopo venticinque anni, la vicenda si appresta a chiudere il primo atto con promesse e rinvii con finali e finalini e con trionfi di carta(pesta). Nella regia del Primo cittadino pro tempore [il riferimento è al sindaco Bruni, NdA] si prevede un secondo atto esplosivo (nel senso del termine). Poi le elezioni. Fine. Il seguito ad altri.

    Per quanto possa sembrare incredibile i comaschi son rimasti a guardare, praticamente silenziosi, un quarto di secolo aspettando il vero colpo di scena in una recitazione piatta, troppo burocratica, per niente coinvolgente. Quel che doveva succedere – infatti – non è successo e cioè: la partecipazione di tutti alla complessità dell’idea. Non del progetto, che spetta ai politici ed agli specialisti, ma all’idea di partenza che avrebbe dovuto essere più condivisa dall’intera città.

    Ti cosa? Case, negozi, uffici, parcheggi e un pizzico di divertimento questo è il canovaccio. Abbandonata l’idea del bowling (nemmeno i proponitori la ricordano più) resta il contentino (ma a chi?) della cosiddetta Centrale del Santarella ovvero un brutto edificio somigliante ad una chiesa a tre navate (in cemento, sai che allegria) per farne una “Centrale di cultura” e la “sistemazione a verde” (che è una bella frase che piace persino ai cani). Per il resto è un progetto come un altro, come seri professionisti avrebbero realizzato altrettanto professionalmente vicino ad un fiume, ad un bosco, ad una superstrada o al Circo massimo.

    Ti cosa, per cosa? Questo doveva essere il significato del grande intervento e non solo brigare per vendere. Quando la politica veste i panni dell’immobiliarista ragiona a metri quadri e cubi e dimentica le persone. Proprio le “persone umane” cui tanto sembrano tenere molti amministratori, “persone cittadini” che avrebbero contribuito a creare finalmente un pezzo della Città nuova che Como – un secolo o l’altro – dovrà pur diventare.
    Ma chi la vivrà? [GM]

    VIDEO INCENDIO