Teatro. Laura Negretti sfida il cinema

 

Dal libro al film al teatro: Laura Negretti riprende Divorzio all'italiana

Divorzio all’italiana è un modo di dire (speriamo desueto nella pratica), ma soprattutto è un film che, attraverso la satira (ma era una commedia “all’italiana”), denuncia la condizione della coppia, della donna in particolare, e della mentalità corrente dell’epoca. Non il Medioevo bensì la fine degli anni Cinquanta (il romanzo da cui deriva è “Delitto d’onore” di Giovanni Arpino del 1960; il film di Pietro Germi è del 1961) e la Sicilia è il teatro della tragedia sociale, culturale e infine morale in cui agiscono personaggi negativi. Tuttavia la denuncia è chiara e, attraverso la quasi farsa, s’intravvede la società di quegli anni (Nord e Sud indifferentemente) che accettava soluzioni drastiche, violente e drammatiche ai cambiamenti in atto nella famiglia italiana. Dieci anni dopo sarebbe arrivato il divorzio, ma libro e film non raccontano drammi familiari (un nuovo amore, vecchi rancori, altri desideri, impossibilità di coabitare, pregiudizi culturali, sessualità negata…); Divorzio all’italiana racconta dei capricci (maschili) e delle xxx femminili. Insomma: un’altra storia.

Laura Negretti ha così intrapreso una delle sua produzioni “quasi impossibili” ovvero – in questo caso – portare sulla scena pochi personaggi (nel film, principali e comprimari, sono una quindicina) e l’ambiente siciliano così caldo, ventoso, luminoso, ricco di scorci stupendi…

Come nasce questa traduzione dal libro al film al teatro?
Dopo l’esperimento - molto ben riuscito, ormai a otto anni dal suo debutto -, di adattamento della “Spartizione” di Piero Chiara inVenga a prendere il caffè da noi, ci siamo accorti che piace molto – a noi - quel tipo di comicità molto elegante, come non se ne trova più nelle storie attuali, che rimanda un po’ a quel mondo da commedia all’italiana; quella che noi tutti ricordiamo attraverso un certo tipo di film.

Una ricerca quasi storica…
Cercando, ci siamo imbattuti in un capolavoro della cinematografia quale è Divorzio all’italiana di Germi, dal quale, non dimentichiamo, è nato il termine “commedia all’italiana” e ci siamo accorti che era esattamente quello a cui ambivamo; cioè quel tipo di comicità che descrive un mondo che è un microcosmo, ma anche un macrocosmo poiché, oltre a raccontare una vicenda ambientata in Sicilia negli anni 60, parla anche di un argomento di tutta l’Italia in quegli anni: il delitto d’onore. Ricordiamo che è stato eliminato dal codice penale nel 1981, ovvero solo dopo l’approvazione di divorzio e aborto.   

“Venga a prendere il caffè da noi”; la vicenda deriva da un libro, il quale diventa un film, ritorna e diventa teatro. Ora siamo ad un percorso diverso, giusto?
Sì, poiché il mezzo espressivo per noi è indifferente; quello che ci interessa è la storia e il mondo che viene raccontato. Certo, Venga a prendere il caffè da noi ha fatto un passaggio in più, essendoci il film tra il romanzo e lo spettacolo teatrale; in realtà anche nel caso di Divorzio all’italiana era presente un romanzo, Delitto d’onore, cui si è ispirato Germi per scrivere la sceneggiatura del film. Quindi, allo stesso modo, vi è un’origine letterale, che però per noi è di secondaria importanza quello che interessa è proprio l’atmosfera, la situazione, la lievità, i personaggi un po’ d’epoca, magari, ma introvabili nelle commedie dei giorni nostri.

Comunque una denuncia.
Certo: non manca un substrato forte; è un argomento su cui non si può scherzare stupidamente poiché  il delitto d’onore, tramite il meccanismo dell’ironia di Germi, venne denunciato insieme a questa situazione di assoluta arretratezza dell’Italia negli anni Sessanta. Ricordiamo anche che il delitto d’onore è stato eliminato nell’81, ma siamo nel 2017 e le donne vengono uccise ugualmente.

Nelle tue scelte, sei sempre attenta alla condizione femminile nelle sue varie età e diversità di situazione; che cosa è cambiato rispetto a mezzo secolo fa?
Non è cambiato nulla, o poco. In precedenza esisteva una norma che “legittimava”: il coniuge veniva punito con massimo tre anni di carcere, nel peggiore dei casi, dunque tanto valeva legittimarlo ad ammazzare la consorte. L’unica differenza - da allora - sta nell’aver eliminato la norma dal codice penale, ma oggi, per la donna, all’interno soprattutto di alcune famiglie - che poi sono il laboratorio della società -, nulla è cambiato.

Che cosa significa?
Siamo una società profondamente e radicalmente patriarcale, per cui esiste la patria potestà e la donna, è ancora un oggetto di proprietà, percepito magari in maniera inconscia.

Con quali risultati?
Per quale motivo ci sarebbero ancora tante donne ammazzate, stuprate, picchiate? Perché sono considerate un oggetto della parte maschile dell’universo.  Dunque, a mio parere, nulla è cambiato, se non l’eliminazione una norma dal codice penale.

Ma il vostro spettacolo non è una tragedia!
No, vuole essere una commedia. Il fatto che sviluppi un argomento così importante è - per noi -fondamentale, ma la ricerca rimane quella dell’umanità varia che si può incontrare dentro il microcosmo della commedia.

Sviluppandolo in che modo?
Con una scelta particolare: il film si svolge in un paese immaginario della Sicilia all’inizio degli anni Sessanta, quindi abbiamo volutamente mantenuto quel tipo di ambientazione, con anche riferimenti geografici, ma la maggior parte degli attori parlano senza inflessione siciliana. È stata una scelta molto ponderata, data dal fatto che quella situazione di arretratezza legislativa riguardava anche il paesino della Sicilia orientale, ma non solo; poteva riguardare Urbino, Genova o Rovigo. Da qui l’intento di non calcare l’accento sulla sicilianità.

Nel film, l’identificazione con un paese specifico, una regione tipica dell’Italia, consentiva di allontanare il problema; di portarlo distante da un mondo – quello cosiddetto più moderno - che non viveva quella situazione. Tutto riconduce, tuttavia, ad un universo repressivo nei confronti delle donne.
Sì. Una situazione analoga la raccontiamo in “Barbablù” [altro spettacolo di Laura negretti, Ndr]: in quel caso si è scelto di ambientarlo ai giorni nostri, in una ricca provincia del nord tra due persone che non hanno problemi economici, poiché viene spontaneo pensare che certe cose avvengano solo al sud tra persone poco acculturate e con problemi economici, ma non è così, non c’è differenza. Ed è lo stesso motivo per cui abbiamo scelto di mantenere la sicilianità da cartolina, quella ci interessava, ma allo stesso tempo volevamo che fosse una storia emblematica, non solo della Sicilia e non solo in quegli anni.

È questa la motivazione su cui si è questa vostra scelta?
Emergerà soprattutto a livello visivo: sarà il bianco e nero che proveremo a ricreare in maniera teatrale, lavorando sulla gamma dei grigi. Quando si guarda un film non a colori, l’occhio non percepisce il bianco e il nero, ma tutta la gamma e le sfumature del grigio. Ogni cosa, dalle scenografie ai costumi fino alle luci, sarà giocata sulle sfumature. È una dichiarazione d’amore verso un tipo di cinema che non c’è più.

Una ricognizione nelle vite della gente comune del Regno Lombardo-Veneto tra 1818 e 1862, basata sui verbali dei processi inquisitori, custoditi presso l’Archivio di Stato di Como. Storie tanto lontane nel tempo, ma che appaiono ancor oggi molto vicine.

 

Ricco corredo iconografico; rigore scientifico e alta leggibilità. L'intera vicenda del Teatro comasco: architettura, artisti, spettacoli. Una storia lunga due secoli.