I capitali di Como: 02_3.2 Alta formazione

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 alta formazione e capitale umano a como: cosa si sta facendo, cosa si potrebbe fare

Il saggio è tratto dal volume Il capitale umano. Raccolta di saggi e ricerche a cura del Centro Studi Economia pubblicato dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Como.

Introduzione

La condizione essenziale per mantenere la competitività e promuovere lo sviluppo di un territorio, una collettività, un sistema di imprese è far crescere il capitale umano dei giovani che si apprestano a divenirne i protagonisti.
Oggi più che mai è indispensabile sviluppare sinergie tra il sistema dell’istruzione e della formazione, il mondo del lavoro e la società civile affinchè le scelte che i ragazzi compiono nel loro percorso siano giuste, e ciò a vantaggio della loro crescita personale, del nostro sistema produttivo e della società in cui tutti viviamo. Una forte alleanza tra tutti gli attori capace di mettere in gioco competenze, sensibilità e ruoli diversi ma complementari può consentire al nostro territorio di intraprendere un nuovo percorso di rilancio.

Dirimente è il mandato che sapremo affidare all’alta formazione, all’integrazione disciplinare, alla crescita culturale ed allo sviluppo della creatività. È nelle nostre possibilità – e tra i nostri doveri – contribuire alla formazione di un nuova classe dirigente.

Chi voglia farsi un’idea su come il nostro paese prepara il proprio capitale umano dispone di diverse fonti.

Tra queste vi è un rapporto che contiene molte informazioni e rifl essioni e che propone azioni per aumentarlo [3].
Lo scopo principale del lavoro è di offrrire materiali per ancorare il dibattito sul sistema formativo italiano a dati quantitativi, comparabili sia in chiave internazionale, attraverso il confronto con i principali paesi europei, che in chiave di evoluzione temporale.

Dall’esame complessivo emerge un quadro poco incoraggiante rispetto alle sfide del futuro: il nostro paese ha un sistema formativo che fa sempre peggio man mano che si sale negli ordini di scuola, dalla materna all’università, fino alle attività di ricerca e sviluppo.

Come ha notato D. Checchi su “lavoce.info”, di questo quadro sono responsabili diversi fattori: la distribuzione sbilanciata della spesa pubblica, una politica di reclutamento di insegnanti e professori che ha seguito pratiche di natura corporativa, un contesto povero culturalmente (basta guardare la scolarità della generazione degli attuali cinquantenni), un’assenza di valutazione ed incentivazione del corpo docente, la scarsa partecipazione finanziaria delle famiglie agli investimenti in istruzione, la ridotta dimensione di impresa che limita la domanda di competenze.
Il rapporto indica una sorta di agenda di lavoro, nella consapevolezza che l’istruzione è un bene pubblico su cui è necessario operare secondo logiche condivise e non con interventi dirigistici.

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