Film. “1917” di Sam Mendes: per condannare la guerra e i suoi orrori

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1917 [giudizio 7/10] Condannare.

Sam Mendes condanna la guerra narrandone gli orrori. Non è certo la prima “storia” che ascoltiamo né il primo film che vediamo dedicato all’indecenza dei conflitti. Mendes ne parla in modo nuovo: coinvolgente, ma – come dire – girando intorno alle cose, alle persone, ai disastri, alle tragedie. Qui sta il senso del “piano sequenza” infinito (dura due ore) gestito con notevoli accorgimenti linguistici e grande apparato tecnico (vedi qui: 1917 le riprese) ed è anche la dimostrazione cinematografica di quanto si possa partecipare (alla visione delle cose) senza prendere le distanze (né dalla storia, né dalle cause).

È la vicenda di due giovani caporali, inviati più o meno al massacro (ma non vi era altro mezzo) dal Quartier generale inglese (siamo sul fronte Fiandre – Belgio). Hanno l’incarico di fermare l’attacco contro i tedeschi (in ritirata, ma che in realtà hanno teso una trappola) ed è una vicenda lineare e breve. Si tratta di attraversare la “terra di nessuno” comunque cosparsa di insidie e – orribile! – di cadaveri. L’incarico sarà svolto con determinazione e crescita di responsabilità e sempre maggiore consapevolezza. Mendes sembra dire: nella massa disastrata dei soldati sfiniti anche l’impegno del singolo sviluppa la forza morale necessaria per raggiungere un obbiettivo (ovvero: vincere!).

La storia del film è vera o meglio, è verosimile in quanto unisce i racconti di guerra del nonno del regista (cui il film è dedicato) però ampliandone il respiro (che sarebbe stato troppo personale e ridotto all’evocazione di un viaggio tanto impossibile quanto necessario) che così diventa a tratti “corale”. Insomma: la guerra non si fa da soli.

Alla vicenda – dunque – è chiamato a partecipare lo spettatore come “altro occhio” e per questo Sam Mendes (soggetto, co–sceneggiatura e regia) non giudica, ma impone di riflettere portandoti dentro e lungo l’azione. Insieme, si attraversano le claustrofobiche trincee. Sono i campi desolati, le rovine traballanti, i fiumi in piena, i trabocchetti… ma – si noti bene – non le persone (soldati di truppa e graduati e ufficiali) che quasi non esistono (benché l’apparato scenico, nel suo insieme, abbia coinvolto qualche migliaio di figuranti). E il nemico non si vede mai o quasi (e non è certo dimenticanza) perché la paura, il disagio, la sofferenza, l’odio possono essere indirizzati ad entità “altre” che non hanno forma, consistenza. Tuttavia, il disprezzo per i “crucchi” (nominati spesso con disprezzo) è evidente.

Tanto splendore di tecnica, di suono, di ricostruzione scenica e di narrazione cinematografica (nonostante l’apparente assenza di montaggio) porta tuttavia Mendes a sorvolare sulle caratteristiche dei personaggi (storia personale, qualità, sentimenti… restano appena accennati); il distacco epico potrebbe avvicinare il film alla serie dei videogiochi dove la “soggettiva” è solo illusione di poter cambiare tipologia, modalità, approccio, destino… Purtroppo – si sa – non è così.

Tutto si svolge in meno di due giorni: dalla partenza alla meta e quel che succede è un talmente vasto repertorio di nefandezze e dolori che alla fine, solo i fiori della primavera che inizia, sembrano donare un poco di speranza. Nonostante i fiori, però, i cannoni sono ruggini e la condanna (dell’indecenza della guerra) è definitiva.