Teatro. Il divorzio: teatro per pensare

 

Teatro in Mostra porta in tournée "Il Divorzio"

Con Antonio Grazioli, Laura Negretti, Gustavo Lavolpe, Sacha Oliviero, Silvia Ripamonti
Drammaturgia
Magdalena Barile
Scena
Armando Vairo
Regia
Luca Ligato

Divorzio, divorziare, divorziati son parole della modernità. Non fan più paura e tantomeno scandalo. Non fanno neanche storia. Quasi quasi sono persino escluse dalla cronaca (rosa). I circa sette mariti di Liz Taylor appartengono oramai al genere sette re di Roma: mitologia pura degli Anni sessanta. Insomma il divorzio non è più un problema. 

Lo era nel mondo mezzo secolo fa, soprattutto in Italia dove tra leggi, tradizioni, ipocrisie e chiesa cattolica l'esperienza dei coniugi afflitti poteva diventare penosa, un dramma o anche una tragedia. Colse il senso Pietro Germi che portò la complicata vicenda di un delitto d’onore sul grande schermo in un memorabile film [Divorzio all’italiana, 1961] con Mastroianni e la Sandrelli.

Poi le leggi, le tradizioni, le ipocrisie e la chiesa cattolica cambiarono - magari un pochino e in meglio - e il divorzio divenne una prassi consueta nel rapporto di coppia che dura o non dura secondo il caso, l'ambiente, la storia e l’amore. Resta tuttavia l’atmosfera (pesante e grottesca) di quel tempo ormai lontano che si conserva intatto allo sguardo e all’indagine, mostrando ancora di che pasta eran fatti gli italiani e le italiane e permette di capire, guardando dal buco della serratura, perché oggi si comportano così o quasi.

Il senso del’operazione avviata da Teatro in Mostra sta proprio nell'aver compreso che il vicino passato magari non ritorna - e per fortuna - anche perché sarebbe stato li ben fermo e fisso nelle sue squinternate situazioni. Il Divorzio (atto unico, drammaturgia di Magdalena Basile) nasce da un'idea giuridica (la necessità di adeguare le leggi al cambiamento della mentalità moderna), poi cinematografica e infine arriva al teatro con un progetto di Laura Negretti. Un viaggio non inconsueto per Teatro in Mostra qui espresso con elegante sintesi e sicura semplicità. Molto d’effetto che piace e diverte.

Diverte perché il grottesco supera la realtà facendo accettare (o almeno sopportare) quei tipi o personaggi o miserabili individui che punteggiavano la società del tempo.

Siamo negli anni del Boom. La Seconda guerra mondiale ha ovviamente lasciato segni anche nel paesino (immaginario, ma non meno reale) del sud Italia dove si consumano (nell’ordine): farsa, commedia, tragedia. Tuttavia, poco importa, sembra dire Luca Ligato il regista che ha portato in scena la vicenda: sembra tutto ancora così possibile. Il meccanismo narrativo è perfetto.

Così lontani e così vicini, vien da leggere tra le battute dei personaggi che freneticamente si muovono nella storia neanche tanto assurda. La scena (Armando Vairo, essenziale, efficace, in bianco e nero…) è una piazza, è chiesa, è appartamento, giardino, tribunale dove il racconto ha inizio. L’Avvocato (Sacha Oliviero, perverso quanto basta, burattinaio consapevole) gioca anzi si destreggia con le arance (segnale di quel che succederà) perché conosce bene sia le persone che le leggi. Un avvoltoio.

Gustavo Lavolpe è il prete che confessa, che sospetta (ma fa finta di niente), che consiglia (servile), che s’azzarda in area politica e democratica (cristiana), che censura il film La dolce vita (scandalo in paese), che s’approfitta (le arance finiranno a lui…); ma l’attore è anche Carmelo, l’amato amante di Rosalia moglie di don Fefè.

In questo gioco delle parti partecipa Angela, sensuale (senza volerlo?), ragazzina scatenante, moderna senza saperlo cui dà corpo un’esuberante Silvia Ripamonti, mutevolissima e affascinante. Esattamente il contrario dell’altro personaggio che interpreta ovvero la moglie triste e cupa e persino bruttarella di Calogero (che poi trasformerà la tragedia in un disastro).

Don Fefè è Antonio Grazioli davvero un impunito, sfacciato e amorale. Un uomo (nobilastro) tutto del suo tempo e che sa manovrare a suo piacimento ogni situazione. Grazioli è molto efficace nel portare in scena la negazione dell’onestà intellettuale, rendendo simpatico il suo personaggio che, a dirla tutta, ha per moglie una petulante, noiosissima, bigotta, devastante donna Rosalia.

Bravissima Laura Negretti ad indisporre lo spettatore con toni che porterebbero chiunque all’omicidio, persino il più benevolo dei coniugi. Interprete matura e ormai capace di immedesimarsi in ruoli anche contrastanti (basti scorrere il repertorio delle ultime commedie) ne Il Divorzio sceglie il tasto della quasi follia, dello scarto tra la consapevolezza (ci è o ci fa?) della donna in vista, della primadonna nel paese, della donna guardata e invidiata… della donna carica d’amore e mai amata da don Fefè eppure mai dimenticata da Carmelo. La sciagura sarà inevitabile. Quindi: divertimento e piacere; riflessione e originalità che conquistano il pubblico. Applausi sinceri.