Cultura. Le Associazioni chiamate a raccolta

Senza soldi, sempre o quasi, ma con qualche idea?

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Si discute di organizzazione della Cultura: un tema scottante. A margine dell’incontro (giovedì 27 novembre 2019) promosso dal Comune di Como, Assessorato alla cultura e voluto dall’Assessora Carola Gentilini, alla presenza della dirigente Maria Antonietta Marciano e di Franco Brenna, presidente della Commissione cultura) si possono portare alcune considerazioni: di quanto sia difficile il rapporto tra associazioni ed ente pubblico; di quanto sia poco il denaro circolante per far Cultura; di come siano vecchie le modalità per affrontare le difficili sfide (coinvolgere i giovani, per esempio); dei pochi luoghi disponibili per far riunire coloro che vorrebbero partecipare; di quante siano tante (tante? chissà perché?) le occasioni giornaliere. Per finire: di quanto siano “antiche” le Associazioni culturali… e poi: ha senso parlare di Turismo e Cultura, insieme?

Da decenni si parla di Cultura in tutte le città italiane e dobbiamo ricordare quanto sia stato difficile portarla dai banchi della classicità (per pochi) alle panche della contemporaneità (per le masse). Con risultati non sempre pregevoli, va detto.

Tuttavia, almeno due punti sono ancora da chiarire: quale debba essere il compito dell’Ente pubblico nei rapporti con la Cultura e quale l’indirizzo delle Associazioni che, della diffusione della Cultura, hanno fatto una missione.

Il dibattito o meglio l’incontro tra Comune e Associazioni (detti “Stati generali”) ha posto in evidenza il solito limite che, aldilà della gentilezza, della disponibilità e dell’attenzione (reciproca, s’intende) non può portare a risultati concreti. Non c’è la materia del contendere perché in mezzo secolo, a Como come altrove, si fan le cose solo quando ci sono i soldi e/o quando la forza di volontà di singoli e associazioni supera le difficoltà finanziarie e organizzative. Non c’è un metodo, un regolamento, una legge che possano guidare la grande massa delle iniziative culturali che nascono perché qualcuno le ritiene necessarie o magari utili (a sé e agli altri).

Le divisioni (ideologiche e culturali) sono palpabili e riconoscibili ogni volta che il rappresentante di un’Associazione apre bocca in pubblico e il Comune non ha la capacità né la possibilità di guidare la massa abbastanza scomposta delle Associazioni.

Del resto, almeno per divertimento, dovremmo chiederci: esiste una via “comasca” alla cultura? Non c’è niente da ridere in una domanda del genere e la risposta – sempre che se ne trovi una – dovrebbe essere altrettanto seria. Comunque, la risposta è no. Non esiste, non è mai esistita e, se va avanti così, mai esisterà.

Vi sono stati tentativi, episodi, figure, occasioni e momenti in cui, per una straordinaria coincidenza d’astri, sembrava (è sembrato) che sulla nera e profonda e spesso lugubre (perché paludata e austera) grotta della Cultura comasca splendesse la stella cometa dell’Idea geniale. Poi, dispersi i gas della coda, buio come sempre.

Per finire, propongo un articolo che ho scritto nel 2002, pubblicato su “La Provincia“. Era tempo di campagna elettorale, ma il tema era lo stesso. Sono passati quasi quattro lustri eppure sembra oggi. Buon divertimento.

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[aprile 2002] Si dibatte intorno alla Cultura; come medici al capezzale di un quasi estinto, molto caro, c’è chi scuote la testa: vivrà? Non vivrà? Gli operatori – perplessi – guardano agli esperti come ad oracoli dai quali aspettarsi un vaticinio che non giungerà mai. Impossibile esprimersi con chiarezza. Inoltre, poco importa alla gente di questa Cultura di cui si sa poco, se non che costa e che spesso – si dice – è ideologica o lontana o settoriale o incomprensibile o inutile. Però è stagione di campagna elettorale e – almeno in questo tempo – bisogna pur rispondere alle domande. I candidati sindaco si danno da fare, ma ignorando le risorse future del bilancio comunale vagheggiano sugli investimenti. Di questi – invece – il pubblico riunito (coi quattro candidati alla gogna) al dibattito sul futuro della città e affamato di verità voleva sentir parlare: quanti soldi al Sociale (nel senso del teatro), quanti al Politeama (altro bel regalo alla città), quanti a musica, teatro, cinema, manifestazioni, associazioni, presepi viventi, balocchi, spettacolo di strada, voli pindarici e – naturalmente – sport. Tutto è Cultura che, tradotto in cifre, vuol dire niente.

Il dibattito che ha chiamato tante belle forze cittadine ha così rivelato il limite dell’argomento: non si può parlare di Cultura. O meglio: bisogna evitare di farlo se la questione è posta solo in termini economici (perché mancano sempre i fondi), di programmazione, di organizzazione (ancora è saltata fuori l’ennesima Consulta per la cultura, già vecchia di un paio di decenni), di qualità (cosa vale di più? Musica, teatro, sport?. Se tutto è cultura, tutto è lecito.

Ad ogni campagna elettorale rispunta l’elenco dei musei: della seta, del razionalismo, dell’astrattismo e la cosiddetta “riappropriazione” degli spazi. Prima in lista è la Casa del fascio (un vero tormentone) e poi la solita Ticosa e Villa Olmo, bella, ingombrante e inutile. Si sono dimenticati – per puro caso – della ex Caserma De Cristoforis (vuota), dell’ex Distretto militare (vuoto) e dell’ex Manicomio (sarà vuoto?) che già quattro e otto anni fa erano stati soggetti privilegiati dei sogni e delle promesse del sindaco che fu. Poco male. Il futuro aspetta una “Città della musica” (benissimo, ma non abbiamo un auditorium degno della funzione) e, per stare più a terra, non c’è neppure uno stadio degno del nome.

Il risultato di questa situazione è l’assoluta anarchia delle proposte che sono vissute come il massimo dell’espressività e della creatività, ma che andrebbero studiate per la loro evidente disperazione. Ciascuno (privato, gruppo spontaneo o associazione) si arrangia come può, spillando all’avaro comune un tozzo di sopravvivenza. Del resto, finché s’intende e si sostiene la cultura del “fare” (sognando sempre il grande evento, invidiando la città vicina, sognando sponsor inesistenti eccetera) non si arriverà mai alla cultura “dell’essere”. Finché si cercheranno soldi che non ci sono (e che quasi nessuno degli amministratori in carica è sembrato capace di ritrovare) è inutile far domande al sindaco futuro; finché s’intende la cultura come profitto o come investimento economico i risultati saranno sempre quelli che abbiamo sperimentato in tutti questi anni. Per l’Ente pubblico investire è importante, ma non l’unica responsabilità verso la Cultura.

Dovrebbe – anche – saper ascoltare le vibrazioni che molti generano lavorando quotidianamente nei tanti ambiti dell’impegno culturale (biblioteche, associazioni, gruppi musicali, di teatro) e anche sportivo e dunque del tempo libero. Un lavoro che, per come sono andate le cose in questi anni, si presenta difficilissimo, ma non impossibile. Basta saper ascoltare.

[A seguito del dibattito sul futuro di Como organizzato dal Teatro Sociale e da “La Provincia“, con la partecipazione dei quattro candidati sindaco: Bruno Ma gatti, Giovanni Moretti, Stefano Bruni e Silvano Bussetti. Inoltre: Alberto Longatti e Bruno dal Bon. Moderatore Giuseppe Guin. Teatro Sociale, venerdì 19 aprile 2002]