Cultura. Como: una città divisa

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 Tizio e Caio a Como: Discutono di Cultura davanti alla facciata del Duomo

Tizio e Caio s’incontrano davanti al Duomo: sotto il pilone della luce, nel mezzo della piazza.

CAIO – Che posto, per incontrarci: una piazza.

TIZIO – Non capisci? Questo è il posto centrale della città di Como; un luogo direi… stregato, magico. Carico di energia.

Caio guarda il pilone, che sorregge tre fari, ficcato su un basamento di granito. Non particolarmente attraente: – Magico?

Tizio insiste: – Non vedi l’energia positiva che da lontano, dallo spazio intorno, dalle strade, dalla chiesa, dal Broletto si concentrano in questo palo d’acciaio vagamente sagomato in forma di sacro candelabro? Linee energetiche periferiche che dal “tutto” finiscono in questo “uno”, centrale?

Caio riguarda con sufficienza e si sente preso in giro dall’ironia – davvero fuori luogo – del suo Accompagnatore.

T– Non vedi, ovviamente. Perché non vuoi vedere. Perché non sai capire, non cogli la forza dell’invisibile, lo spessore delle idee, la valenza dei sogni…

Caio finalmente intende: – Mi sta prendendo in giro?

Tizio s’appoggia al palo e ride divertito: – Ovviamente. Ma siccome non sei grullo hai impiegato meno di 30secondi per rimettere in carreggiata la tua intelligenza…

C– … e dunque?

T– La mia, vorrebbe essere una dimostrazione scientifica; più o meno. Questa è una città che crede in un palo come centro del mondo; poi, quando s’accorge che il palo è un palo, magari si sposta altrove. Vedi quell’altro?

Tizio indica l’altro pilone in piazza Duomo: – Potrebbe essere quello o un altro ancora. Siamo pieni di pali e piloni e pilette…

C– Divertente, ma capisco poco. Non dovevamo parlare di Cultura, con la C maiuscola?

T– Infatti, stiamo parlando proprio dell’idea che quaggiù abbiamo di cultura e perché immaginiamo che tutto si debba concentrare in quello che siamo noi, che facciamo noi, che immaginiamo noi. Noi siamo il centro…

C– … del mondo?

T– Noi siamo il palo. Esatto. Ti pare credibile?

C– Non proprio, non credo. Ma allora?

Tizio si siede sul basamento del pilone: – Siediti.

I due, seduti vicini, quasi si sfiorano con le spalle e Tizio parla rivolto alla facciata del Duomo: – Vedi la facciata?

Caio ruota un poco il busto: – Ora la vedo.

T– Capisci? Per vedere una cosa che ti ho indicato hai dovuto fare un lieve movimento del corpo. Niente di straordinario, ma un cambiamento necessario dalla tua posizione originale. Altrimenti avresti continuato a vedere i portici Plinio e forse, lontano lontano, il lago. Insomma, hai dovuto accettare, ovvero “condividere” un’altra posizione. – Tizio sottolinea la parola condividere.

C– Questa sarebbe la cultura?

T– Questo sarebbe un atteggiamento di attenzione alla complessità dei rapporti, innanzitutto umani. Poi, magari, arriviamo alla cultura.

C– Come quella facciata che sta difronte.

T– Più o meno. Non precipitiamo le cose. La condivisione è importante per saper cogliere le istanze, scusa la parola, che provengono da altri.

C– Istanze come “richieste” o “bisogni”?

T– Più propriamente come “esigenze”. In una società bombardata da tutto e di più, la cultura si coagula nel momento in cui coglie l’esigenza di dover esistere. Altrimenti è semplice offerta: buona impresa, affari, dare–avere cioè economia.

C– E non basta?

T– Un libro, uno spettacolo, un film, un quadro, uno spartito musicale… non sono sempre cultura. Sono carta, movimento, pellicola, tela, note sul pentagramma; idee, magari, ma non necessariamente cultura. Perché si arrivi a quel livello di non semplicità, di non banalità ci vuole una forte concentrazione sul significato. Che non esclude la spontaneità, ovviamente.

C– Quindi, potrebbe persino mancare un progetto.

T– Non “mancare”, cioè non essere previsto, ma “non esserci un progetto” in quanto la scrittura, il gesto, la ripresa, la potenza di un segno sulla tela e un suono nell’aria… devono poter anche essere espressione di naturalezza, immediatezza o come diavolo vuoi tu.

C– Mi scusi, ma colgo una certa contraddizione.

T– Posso anche ammetterlo in quanto la cultura, quella vera, è spesso in contraddizione persino con se stessa. Ma guardiamo la facciata.

Caio si posiziona più comodamente: – Nel senso dell’architettura?

T– Nel senso dell’insieme che è architettura, cioè forma costruita, e anche esposizione di sculture e decorazioni. Osserviamola nella complessità del suo significato.

C– Che è segno o simbolo di “cultura”?

T– Che è segno di una volontà espressa da una comunità ampia, nel corso dei decenni, dei secoli.

Caio si alza e cerca di allontanarsi: – Così vedrò meglio.

T– Non serve. Si vede bene anche da qui. Non è fatta per essere vista da lontano. La piazza era, ed è, di queste dimensioni: non vastissima.

C– Però potrebbero cogliersi male l’insieme e le armonie delle diverse parti…

T– Non è questo il punto. Non stiamo analizzando la facciata del Duomo di Como.

C– Credevo fossimo qui per quello.

T– Siamo qui per comprenderne la complessità dell’elaborazione; dunque del progetto e della sua costruzione. Soprattutto della sua accettazione da parte della comunità.

C– Lei dice comunità e non comaschi o magari cittadini…

T– Per dare un senso più completo alle tante persone che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito alla realizzazione di un progetto; poi diventato cultura.

C– Ci siamo, finalmente.

Tito si alza e raggiunge il giovane: – Più o meno, ma non ancora.

Caio allarga le braccia, alza gli occhi al cielo e mormora quasi tra sé: – Non arriveremo mai al punto.

Tizio sente e risponde: – Eccolo, il punto. Da oltre sei secoli quella facciata è un biglietto da visita della città. Amata da tutti e anche da quelli che l’hanno scorciata un paio di volte e dai tanti che quasi mai hanno oltrepassato i portoni d’ingresso per entrare in chiesa. La facciata, con la sua storia, si mostra a tutti senza differenze di fede, religione e livello culturale.

C– È bellissima, armoniosa, luminosa…

T– Non fare il dépliant turistico. Non siamo qui a mettere una didascalia a tutte le cento statue e statuette, né a rilevare le ipotetiche forme geometriche su chi si sarebbe costruito il disegno dell’insieme. È roba per architetti e studiosi.

C– Non rischiamo, forse, di perdere il senso del tutto?

T– Non ci interessa oggi; magari un’altra volta. Quel che dobbiamo cercare di comprendere è: se il progetto iniziale, e la sua realizzazione durante i decenni e poi i secoli, abbia avuto ad abbia ancora un senso.

C– Se così non fosse?

Tizio guarda la facciata dalla cima alla base e poi ne ripercorre con gli occhi la superficie diverse volte: – Quando una comunità comprende la vera importanza di un progetto e, in un qualche modo, anche economico, vi prende parte… beh… quel progetto diventa importante perché è condiviso, sostenuto, difeso, mantenuto e poi poi restaurato. Come sta avvenendo nel nostro tempo.

C– Ma quella facciata, l’ha detto lei, non è un’opera che si è fatta in breve tempo.

T– Infatti. È il tempo lungo che consente ad un’opera di passare dalla quotidianità alla storia. Quanti comaschi e turisti e frettolosi viaggiatori saranno passati in questa piazza? E quanti avranno lanciato uno sguardo a quella o quell’altra o quella statua lassù? La vedi? Su in cima in cima? Neanche sapranno di cosa si tratti, ma ne avranno colto la presenza e l’essenza.

Caio guarda in cima alla facciata e poi osserva i tanti turisti che passeggiano e mai scordano di lanciare uno sguardo alla facciata: – Ma tutto ciò, a cosa serve? Se non comprendiamo, o se non sappiamo comprendere, il significato delle cose, dei particolari e magari ci sfugge persino l’insieme… allora a cosa serve?

T– Innanzitutto a godere di un’armonia. A poche decine di metri da qui c’è l’ex Casa del Fascio: neanche una decorazione. Solo armonia, materiali, colore bianco, equilibrio. Sulla strada c’è il Teatro Sociale: esternamente di semplicità sconcertante con un interno, invece, assai decorato.

C– Architetture differenti, ma interessanti.

T– Importanti. Per quel che sono rimaste oggi, ma soprattutto per quel che hanno significato al tempo del loro progetto e della costruzione: nel bene e nel male.

C– Espressione di una cultura legata al loro tempo.

T– Esatto. – Tizio prende Caio per un braccio e lo porta sotto la facciata del Duomo: – Guarda in su.

C– Si vede… poco.

T– … o niente. Il punto di vista è importante e, in questo edificio, non è certamente migliore a raso del muro che sta alla base perché non si vede niente. Chi l’ha pensata sapeva che la facciata avrebbe svolto una specifica funzione di fondale, peraltro laterale, della stretta piazza principale della città. Non se n’è preoccupato molto. Lo scopo era di “raccontare” attraverso forme nascoste, come i triangoli equilateri e i cerchi, e forme visibili, come i rosoni o le decorazioni delle parti scultoree. Una lunga storia fatta di tanti piccoli capitoli.

C– Ma saranno in pochi a conoscere il senso delle forme e l’attribuzione dei nomi alle stature.

T– Infatti. Non sono che dettagli. L’insieme, invece, rivela la complessità di un racconto che passa attraverso le figure di santi noti o notissimi e di personaggi persino sconosciuti agli studiosi.

C– Certo. Si riconoscono Maria, san Giovanni Battista, un Vescovo…

Tizio lo ferma: – Non distraiamoci; non facciamoci coinvolgere troppo dai particolari. Non è questa una visita guidata.

C– Ma l’osservazione porta proprio a questo.

T– Portandoci dentro l’oggetto, la facciata è un oggetto, e allontanandoci dal ragionamento sulla cultura.

C– Effettivamente mi ero perso.

Tizio e Caio ritornano al centro della piazza, vicino al pilone.

TIZIO– La cultura di questa città si è espressa in tanti modi. Qui, sul finire del 15esimo secolo, ha trovato concretezza nel fissare, attraverso il lavoro degli architetti, degli scalpellini, degli scultori e delle maestranze l’idea di una facciata complessa che rappresentasse, per il loro tempo e per il futuro, il senso di appartenenza di una piccola città al grande disegno dell’Universo.

CAIO– Urca! Presunzione?

T– Di chi voleva confrontarsi magari con Milano e il Duomo di laggiù appena appena iniziato. Certo: molta presunzione. Ma anche capacità di investimento e immaginazione.

C– Quanto sarà costato il tutto?

T– Difficile da calcolare; sia in denaro che in tempo e anche in vite umane. Son passati quasi sette secoli e ancora c’è lavoro da fare: manutenzione e restauri, soprattutto. Il denaro, è un pensiero anche dei nostri giorni, quando serve, quando ci vuole, quando è necessario, si trova. Allora, a quel tempo, l’hanno trovato.

C– Oggi sarebbe impensabile?

T– Costruire una facciata in tal modo? Anche inutile e un Duomo così grande? Forse impossibile. L’idea, che mi affascina, è che la comunità si sia impegnata per così tanto tempo in un progetto così complesso e anche stravagante. Chi metteresti, intendo personaggi d’oggidì, sulla facciata del Duomo di Como.

Caio ci pensa, ma Tizio lo frena: – Non dirmelo, grazie…

Tizio e Caio guardano la facciata affascinati: come se la vedessero per la prima volta. Il sole è al tramonto e una linea arancione, molto luminosa, divide diagonalmente la superficie.

T– Non è bellissima?

C– Capisco che tutti l’ammirino pur senza conoscerne un briciolo di storia, né nomi, né significati.

T– Dicendolo “alla moderna” è il frutto di un progetto enorme. Abbastanza condiviso…

C– Cosa intende?

T– Penso al verduraio, al pescivendolo, alle donnette del mercato che stavano qui dietro. Che avranno capito? Magari tutto. Per seguire un racconto non è necessario conoscere il significato etimologico delle parole, ma è sufficiente ascoltare la voce narrante che ti prende per il tono e l’interpretazione. Anche se non sai leggere puoi goderne. Non ti pare?

Caio sembra d’accordo, ma non risponde.

T– Chi ha voluto questa costruzione, chi l’ha progettata, chi l’ha realizzata? Qualcosa sappiamo, ma non tutto. Chi l’ha pensata? I vescovi che abitavano a duecento metri non avranno detto nulla? È poco credibile. E il capitolo della Cattedrale, i canonici, i cittadini, le confraternite e le congregazioni e chi ha prestato denaro per i lavori? Tutti silenziosi a veder crescere di anno in anno la muratura dritta su su fino al cielo e veder fissate, di tanto in tanto, statue di grandi dimensioni, statuette, vetrate, decorazioni e simboli? Non è possibile.

C– Sarebbe davvero incredibile. Almeno con la nostra moderna mentalità…

T– Anche allora le polemiche e le risse non mancavano. Ma il senso della comunità, del progetto comune, della bellezza condivisa ha permesso di realizzare quello che oggi avrebbe richiesto prove e contro prove, senza arrivare a nulla, magari.

C– Nostalgia delle procedure poco controllate del passato?

T– Affatto. Sensazione che un tempo vi fosse la capacità di riconoscersi in una comunità. Oggi non più. O con maggiore difficoltà.

C– Ho la sensazione, se ho capito bene, che la cultura non si costruisce in un attimo e neanche, o non solo, a tavolino. Ci vuole tempo?

Tizio si distrae e sembra contare le statue della facciata: – Ci vuole modestia.

C– Modestia? Ma questa facciata mi pare sia tutto tranne che “modesta”.

T– Modestia non significa solamente semplicità, riservatezza o discrezione. Ma misura e competenza. Non vanità di pochi e avventatezza di un gruppo, ma capacità di esprimersi attraverso un linguaggio personale comprensibile agli altri.

C– Mettendo un limite all’espressione, all’arte…?

T– Non intendo questo. Non mi riferisco all’arte: originale, eccessiva, dirompente, esagerata. Ma può essere esclusiva di pochi e rimanere tale. Un fatto legittimo che non necessariamente diviene cultura. Con la C maiuscola.

Caio guarda la facciata: – E questa facciata è arte e insieme cultura?

T– È certamente l’espressione di un lavoro complesso che ha tenuto conto di esigenze differenti; un linguaggio che è mediazione tra la tradizione e i personaggi noti; che è fede, con tutti i riferimenti alla divinità; che dà emozione con le vetrate colorate attraversate dalla luce del sole; che è racconto complesso eppure comprensibile a tutti. Settecento anni fa come pure oggi.

C– Tutto?

T– Quasi tutto, ma quel che non comprendiamo riesce ad emozionarci ugualmente. Incredibile.