Immagini. Il Compianto di Caspano di Civo

 

Conservato a Caspano (Sondrio) è il Compianto del Cristo morto

La Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e il Museo Valtellinese di Storia e Arte del Comune di Sondrio, in collaborazione con le Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano, organizzano per il giorno giovedì 15 giugno alle ore 17.00 presso la Sala dei Balli di Palazzo Sertoli a Sondrio la conferenza sul tema del Compianto ligneo di Caspano di Civo e del suo restauro.

Alla serata interverranno, in veste di relatori, Francesca Tasso, conservatore responsabile delle Raccolte artistiche del Castello Sforzesco di Milano; Angela Dell’Oca e Silvia Papetti, ricercatrici e storiche dell’arte; Fabio Frezzato, storico delle tecniche artistiche e Coordinatore del Centro Ricerche sul Dipinto di CSG Palladio di Vicenza.


Quanto dolore e amore, tristezza e pena; quante lacrime versate e quanto sangue sparso sulla nuda terra. Quanta meraviglia e confusione da quegli sguardi disperatamente vuoti.

Sette figure attorno ad un cadavere. Il colpevole o forse il condannato è steso in attesa della sepoltura; il suo corpo rigido nella morte è troppo piagato e lascia intendere un accanimento, una brutalità, un eccesso di violenza e tutto riporta i segni ormai secchi delle percosse ricevute. Lunghe strisce di sangue gli rigano la pelle tirata sulle ossa non spezzate; le costole si possono contare una ad una. Il costato è stato trafitto da un colpo di lancia e ne deve essere uscito sangue misto ad acqua; le ginocchia sono scorticate; le gambe rigate dal siero che colava durante le ore di agonia, mentre era appeso alla croce; i piedi forati dai ferri arrugginiti e così anche le mani, scarne e ora  definitivamente abbandonate lungo i fianchi.

Le labbra socchiuse non hanno l’espressione dura della morte violenta e sembrano voler accennare un soffio, una supplica, un perdono, una parola estrema. L’uomo è appena stato deposto. Tutto è fermo nell’attesa – forse – del permesso, che ancora manca, per i riti della sepoltura, per il lavacro con i profumi.

Chi conosce le colpe di quest’uomo, appena sfiorato dal tocco amoroso delle mani delle donne, non ancora avvolto nel sudario? Tutto è sospeso. Le figure stanno immobili nel tempo a rimestare il dolore accumulato nei giorni della condanna e nei momenti dell’agonia. Esprimono tutta l’impotenza di chi non è riuscito a strappare un uomo alla morte.

Due figure maschili osservano un po’ distaccate. Uno sulla sinistra – con un ampio mantello - sembra consapevole della necessità di provvedere in fretta alla sepoltura; da come osserva la scena ha certo provveduto ad acquistare il sepolcro dentro il quale l’uomo verrà trasportato. L’altro sembra un uomo dubbioso, ansioso di capire, ma curioso di partecipare fino in fondo ai tragici eventi.

Un terzo uomo, più giovane, è al centro e non sembra aver bene compreso i fatti, ancora. Sta discosto e il suo volto è segnato dal pianto, le narici sono tese, la bocca allargata in una smorfia di compassione e dolenza. Che sia un figlio, un giovane amico, un devoto dell’uomo steso per terra? Che sia pure parente di quella donna che è al centro e che tende dolente verso l’uomo condannato? È un giovane elegante, ben pettinato che sembra incapace di reagire; che non sa che fare, come intervenire: la mano alzata e aperta mostra preoccupazione e paura.

Quattro donne piangono. Una prega: le mani giunte escono dal manto che le copre la testa e che scende fino a terra; è una donna semplice, in abito da lavoro. È inginocchiata. L’altra donna è alla testa dell’uomo disteso e sembra volerlo sorreggere, ma inutilmente; ormai è rigido. La donna ha il capo coperto da un velo bianco e il mantello che le copre le spalle è trattenuto da una spilla, come per le donne maritate; ha le braccia aperte ed esprime un dolore incontenibile.

Così è anche il sentimento della donna che sta ai piedi del morto. È giovane – la più giovane e la più bella; è vestita da una sopratunica preziosa, che si apre sull’orlo, bordata sulla scollatura, arricciata alla vita e trattenuta da una cintura. Ha i capelli lunghi che sfiorano la terra, sciolti e disordinati, ma ricci e fini. Non ha avuto tempo per curarli, per pettinarli. Gli occhi sono socchiusi e appena, le palpebre, trattengono le lacrime con le quali sembra voler lavare i piedi all’amico, al fratello e forse vorrebbe, coi lunghi capelli, asciugarglieli, ma solamente li sfiora con le mani, quasi non volesse toccarli, tanta è la pena che quel corpo inanimato esprime.

Nessuna delle tre donne osa ancora avvicinarsi al corpo martoriato. Solo quella che sta al centro dimostra tanto coraggio, possiede una tale forza. Ha il capo coperto da un lungo mantello dal colore del cielo cupo e trattenuto da una spilla, come le vedove. Certamente è la madre. L’età più avanzata lo farebbe credere e soprattutto la confidenza con la quale vorrebbe sostenere il capo all’uomo morto. È un ultimo tentato abbraccio d’amore, prima della chiusura dentro il sepolcro. Nulla dice, con le labbra che sono aperte tese e tirate fino allo sforzo di un grido soffocato. Quella donna tutto esprime con lo sguardo vuoto di occhi senza lacrime. Ma i suoi occhi vedono dove nessuno sembra poter guardare e vanno oltre quella povera carne e quelle misere ossa piagate nella consapevolezza che ogni cosa compiuta avrà certamente avuto uno scopo: deve aver avuto un senso! Altrimenti, perché tutto questo è successo così in fretta, perché tanto dolore e tanta pena? Perché così tanto sangue graffiato da quel corpo scorticato e indifeso?

La donna dolente, la madre sofferente sembra chiedere una spiegazione che non aveva mai domandato; vorrebbe una risposta che non aveva mai osato pretendere. Ma dal suo figlio, fisso nella morte, nessuna parola oramai esce dalle labbra. Neanche un soffio.


 

Scheda: Compianto sul Cristo morto

Nella parrocchiale di San Bartolomeo, a Caspano in Valtellina, vi è un “Compianto sul Cristo morto” databile 1500-1510 e attribuito alla bottega dei fratelli De Donati. È un’opera lignea restaurata da Luca Quartana (dal 2007 al 2010) con finanziamento del Ministero dei Beni e le attività culturali con supporto del Credito Valtellinese; sponsor tecnico Global Assicurazioni.

Dal restauro [2011] appare una nuova figurazione più vicina alla composizione originale, severa, controllata nelle espressioni dei personaggi, certo meno drammatica e “popolare” rispetto alle trasformazioni ottenute  con l’intervento di Eliseo Fumagalli [1887-1943] che nel 1929 ridipinse e ricompose completamente il gruppo scultoreo.

Nel “Compianto sul Cristo morto” i De Donati hanno rappresentato: Nicodemo (a destra); Giuseppe d’Arimatea (a sinistra). Al centro: San Giovanni; inginocchiate Maria di Cleofa (destra). Maria di Salomè (sinistra). A destra la Maddalena. Al centro, sopra la figura del Cristo morto, la Madonna.