Teatro Artigiano. Il realismo magico

 

realismo magico a quattro mani

Nella terra umidiccia del Teatro Artigiano, fin dalle origini, sono spuntati due germogli: Elio Tagliabue, attore, fondatore e collaboratore infaticabile (dal 1969) e Franco Coffani (dal 1998), strimpellatore indefesso e autore delle musiche di alcuni spettacoli tra i più importanti. Nessuno dimentica i canti e i lamenti dell’Alcesti di Euripide che, ancora oggi, vive nel nostro cervello e nei nostri cuori.

Sviluppandosi, i due germogli hanno dato vita a una collana letteraria di fantasia, di diari, di racconti, di ricordi, di spaccati di vita.

“La scrittura, come gli altri linguaggi, oggettivizza la nostra soggettività, la reifica per usare un termine caro a certa filosofia. Se la scrittura diventa stampato altri possono leggerla e rivivere sogni di altri. Possono, se vogliono, capire meglio anche la propria vita, i propri desideri, le proprie fantasie. Tra scrittore e lettore si instaura una relazione dove si riceve e si dona”.

Così ricorda Peppo Peduzzi, da sempre nostro amico e critico letterario.

Elio e Franco, prima di tutto, sono affezionati, hanno molte esperienze comuni, dal lavoro alle attività nel sociale, al teatro. Una vita ricca, dove gioia e sofferenza si fondono continuamente come i colori sulla tavolozza.

La domanda più frequente che è stata posta da me e dagli amici, e spesso nel corso delle presentazioni dei libri, è sempre la stessa: “Come fate a scrivere in due?”. La legittima curiosità presupporrebbe una risposta fantasiosa. In realtà il loro metodo è molto semplice. Dallo spunto iniziale, dell'uno o dell'altro, inizia il cammino per un percorso non preordinato che non ha neppure chiare mete da raggiungere. Dopodiché all'affondo di uno segue il rimpallo all'altro che legge, rivede, taglia, aggiunge e prosegue per poi rimandare di nuovo all'altro il lavoro in un alternarsi di contributi fino alla stesura della prima bozza. A quel punto si procede alla revisione con il sostegno di amici benevoli, ma anche e giustamente critici, per arrivare alla stesura finale.

Bibliografia con qualche commento.

E' andata così con ‘LA DECIMA’ (Cantù, La Strada, 2001): prende lo spunto dalle vicende personali di alcuni teatranti e ne fa un profilo. Poi ‘L’ULTIMO PRATO’ (Cantù, La Strada, 2004): la storia di un uomo che ribalta la sua esistenza grazie all'irrompere nella sua vita di una sconosciuta.

Più individuali i racconti ‘NEI DINTORNI’ (Cantù, La Strada, 2002) e ‘IL RESTO E’ VENTO CHE ACCOMPAGNA’ (Cantù, La Strada, 2009): il primo un libro-diario con riflessioni e aneddoti tratti dalla vita lavorativa (ma con un occhio alla figlia che diventa donna libera), e il secondo ricco di racconti dell’imprevisto.

L’ultima serie contempla ‘IO AMO I CESSI’ (Cantù, Libri Furtivi, 2013): Incontri paradossali con i water, e ‘RACCOLTA DI VARIE E STRANE VISIONI’ (Cantù, Libri Furtivi, 2015): chi non ha mai scritto poesie o testi per canzoni?

Elio Tagliabue ha anche curato l’edizione di ‘TEATRO ARTIGIANO …una strada lunga più di trent’anni’ (Cantù, Associazione culturale Teatro Artigiano, 2005) e Franco Coffani ha scritto ‘L’OSPITE DI TREVISO’ (Cantù, Garage edizioni, 2014). Bene ha detto Giampaolo Mascheroni: “Un brevissimo racconto su un tema spinoso come quello della malattia, in cui l'ironia della scrittura gettata a piene mani sulle ferite del corpo sa essere un medicamento portentoso”

Franco sostiene che: “Elio non ce l’ha mai fatta a tenersi dentro tutto, tanto da immaginare che se egli fosse un pittore, dipingerebbe una sola, unica, enorme tela per tutta la vita, a macchie, ad ombre, a sputi di colore, a graffi e la farebbe vibrare di pulsioni accorate e tremare di paure inconsce, la ingabbierebbe con un intreccio di cavi, filamenti, cunicoli e se la caricherebbe sulle spalle per recarla in mostra a tutti quanti. Fino al giorno in cui la porterebbe sulle rive del mare, la poserebbe sopra una zattera e addio. E se per ipotesi, in una fredda notte d’inverno, la tela dovesse malauguratamente andare a fuoco, si può stare certi che anche nella costernazione, egli vi scorgerebbe qualcosa di buono, magari il semplice fatto che qualcuno si è potuto riscaldare e rinfrancare, fosse anche per una notte sola”.

In mezzo a questo turbinio di volti, luoghi, immagini, sogni e stramberie, Franco si muove a suo agio, arricchendo i racconti, a volte piegandoli a nuove vie, con precisione, profondità e tocchi poetici. Franco impone la pausa (tanto cara al nostro teatro), il fermo immagine, l’attesa.

“La vita è come lo yogurt. Ha una scadenza, entro la quale deve essere consumata. Con tutti quei fermenti, così vivi, così laboriosi, destinati, ahimè, ad inacidire. Nella logica dello yogurt c'è il deterioramento. E' inevitabile, è il suo destino. Bisogna consumarlo prima che ciò avvenga, entro poche settimane. Nell'esistenza, succede qualcosa di simile, anche se in un tempo molto più lungo. E' scritto, incancellabile. Perché? Io ci ho capito poco, anzi, niente, come tutti, a meno di trasferire tutte le aspettative su un piano extraterreno, allora c'è un senso. Questa è una cosa interessante, anche intelligente, direi. Ma è risaputo. Chi ha una fede e chi no”.


Elio, com’è suo stile, commenta: “La linea è un insieme di punti. La vita è un insieme di storie. Come i punti che formano la linea si confondono nell’insieme, anche se può capitare di notare un tratto più forte o più debole, così molte delle vicende della vita si perdono, mentre alcune rimangono impresse indelebilmente. Nel notare un tratto più forte o nel ricordare meglio una storia, gioca a tutto campo il nostro io (o il subconscio). Niente è osservato davvero e messo nei cassetti della memoria se questo ‘super-centro’ che abbiamo dentro non lo vuole, se decide di non considerare quel certo episodio e di conservarlo.“Le parole entrano ed escono” dice un proverbio, ma quelle che ci interessano fissano la nostra mappa mentale. Che cosa interviene per far sì che si imprima nella mente un fatto rispetto ad un altro resta un mistero. Ma è anche vero che particolari contesti, periodi speciali, certe situazioni di contorno… hanno il loro peso. Fatto è che alcune cose restano e altre volano”.


Entrambi amano il dubbio come scelta consapevole di essere parzialità. Per loro il dubbio non è incapacità di scegliere, non è incertezza di vita, non è il rintanarsi e non avere il coraggio di agire sulla maniglia della porta, ma il lasciare un pezzettino di cervello sintonizzato sull’altra via (come se fosse un remoto silente, un piccolo led nascosto tra le infinite pieghe della massa cerebrale) che si attiva alla percezione di una condizione, di un evento. Se ascoltato, ricorda di essere sempre in debito con chi ti è più vicino, con chi ti vuole bene, ti ama, ti è amico. In tal modo si può comprendere che i debiti sono insanabili. Solo così non si diventerà creditori di chissà quale pretesa o prestazione nei confronti di quelle persone, perché quando s’incomincia ad essere creditori si finisce per diventare usurai dell’amore.


Nei libri di Franco e Elio si impone con evidenza la diversità di argomenti, di stile, di ritmo, il tutto  espresso con un periodare vivace, incalzante, che rende con estrema intensità il momento delle scene descritte, e una riflessione pacata e coraggiosa, tragica ma al contempo fiduciosa ed esistenziale, sullo stile da imprimere alla propria vita. Attraversano l’universo intero dell’esperienza e sanno dialogare con stili, linguaggi e situazioni differenti. E’ la vita nella sua interezza che viene messa sotto la lente d’ingrandimento e viene amata, lodata, cantata, bestemmiata. La finezza psicologica, la gustosa e sana umanità che si sente ribollire sotto le parole, la profonda passione per voler trasmettere la propria lettura della vita che raggiunge il lettore dritto al cuore: tutto ciò avvince ed appassiona e impedisce che la lettura di un loro libro possa protrarsi a lungo. In apnea, senza riuscire a staccare gli occhi dalla successione degli eventi che vengono narrati, il libro viene consumato in brevissimo tempo.

Molte le persone che hanno viaggiato accanto a loro, con un contributo, una rilettura, una critica o con un disegno: Carlo Marelli, Peppo Peduzzi, Lorenzo Morandotti, Aurelio Porro, Ecclesio Cappelletti, Francesca Barbina, Andrea Oltolina, Chiara Giussani, Giampaolo Mascheroni, Luigi Cornacchia (Stilo), Lorenzo Morandotti, Davide Casoli, Stefano Brenna, Federica Rossi, Silvio Dotti, Giovanna, Irene e Marta Tagliabue, Luigi e Tommaso Tettamanti, Loredana Bianchi…

(Chiara Giussani - STILO - Aurelio Porro)

Elio e Franco sono talmente fuori dalla logica dell’immagine che nessun libro riporta una loro foto.

Molto legati alla libreria e casa editrice ‘La Strada’, con la quale hanno pubblicato i loro primi quattro racconti, dopo la chiusura si sono inventati ‘Libri Furtivi’, in attesa di nuovi porti per navigare. Le loro ultime fantasie hanno già sostanza e nomi concreti, si tratta solo di restare in attesa.




L’articolo per Canturium è pronto, eppure, manca sempre qualcosa…

Un giorno, venerdì 15 ottobre 1993, scoppia una bomba e il frastuono arriva lontano. Esce mezza pagina su REPUBBLICA del nostro “Edipo a Colono”, con foto centrale, la più bella recensione che mai abbiamo avuto firmata da Franco Quadri. “…Edipo siamo noi vittime del fato. Ed eccoli in otto in un androne spoglio come un’officina, disseminato di oggetti poveri: di legno come la cassapanca che evoca un altare, o le picche che servono da bastoni e da armi, o la statua di Edipo (o di Cristo) svelata nel finale; di ferro arrugginito come le fibbie ricurve con cui il protagonista si trafigge gli occhi, le pentole… ma c’è anche la terracotta delle anfore e la pietra, magari usata per dipingerci sopra gli occhi, come accade ad un cumulo di sassi raccolti dal greto di un fiume... Tutti applauditi, questi attori… “ E Quadri alla fine del pezzo li cita in ordine per nome. Tutti tranne uno: Elio.

“Ma non aveva detto che erano otto? E io dove sono? Dove madonnina bona sono io? Non so se vi è chiaro, mezza pagina di Repubblica, foto centrale, recensione di Franco Quadri, e io non esisto. Non esisto nemmeno nella foto, infatti si intravede soltanto un pezzo di braccio, è il mio braccio ve lo garantisco, ma per il resto niente, la dimenticanza, il buio, l’annullamento”

Il tempo è tiranno, soprattutto se si è anche un po’ narcisisti.
Ridacchiamo di quell’evento grazie alla freschezza della scrittura. Questo articolo vi pone rimedio.

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