Como. Una rabbia dal profondo

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 Claudia Margadonna. Le fatiche di Sisifo

Piccole e grandi cose, troppe, aumentano il dispiacere

 

Piccole e grandi cose fan scattare la rabbia: un parcheggio rubato, un prezzo che sale, il lavoro perduto, un treno mancato, i mendicanti che chiedono, un salario abbassato… ma anche la protesta (legittima) con violenza (illegittima) dei giovani senza futuro; gli scienziati che scappano, lo Stato incapace, la burocrazia complicata, gli inglesi che non capiscono, gli austriaci che chiudono, i tedeschi che pretendono, le pessime idee che circolano, i comuni che non funzionano, le amministrazioni che non decollano, i politici che poco sanno fare; che non realizzano.

I comaschi che non reagiscono. Che rabbia!
Si lamentano di tutto e tutti, ma senza un’idea precisa in testa. I comaschi come tanti altri, ovviamente.
Taluni pensano che non sia compito dei cittadini (i comaschi in questo caso) definire l’esatto processo – il percorso – che permetta il passaggio dalla necessità o anche dall’idea alla loro realizzazione concreta. Sarebbe compito – dicono – della politica. E dei politici. O degli amministratori.

Sappiamo che ciò è vero solo in parte.
Col voto avremmo a suo tempo deciso a chi affidare il presente e il futuro della città. Può andare bene (difficile di questi tempi) o male. Come di fatto è. Tuttavia il voto non esaurisce il compito di lavorare per il bene comune e collaborare (e controllare) che l’amministrazione in carica stia svolgendo il compito al meglio.
Ma i comaschi, cittadini, brontolano e s’arrabbiano. Ma non fanno altro.
Preferiscono non impegnarsi direttamente e lasciar fare a coloro che li rappresentano attendendoli al varco (ovvero a progetto concluso) e rimestando i malumori nel quotidiano esercizio alla critica (legittimissima) che si espande dai giornali (con l’invio di lettere sempre più noiose) ai social. Qui la buona educazione non esiste e la critica è pure feroce, diretta, persino volgare e certamente basata su scarsa informazione. Rivela però la rabbia di chi scrive e raccoglie quella di chi legge.

Ogni giorno la stessa storia.
La crescita di una società che si dice (e vuole essere) civile e democratica passa attraverso la consapevolezza diffusa dei problemi che l’affliggono e che devono essere risolti. Magari in breve tempo.
Qui si parla – invece – di anni e anni: per l’ex Ticosa, per l’ex Ospedale sant’Anna, per l’ex OPP di san Martino (ma quanti ex!), l’ex Danzas e per le mille altre cose pensate e non realizzate che in tanti decenni e innumerevoli amministrazioni (dal 1980 ad oggi, almeno) non si è saputo o potuto completare. Tanti sogni lasciati sulla carta.
Come risolvere? Per qualcuno (migliaia!) è bastata una firma su una cartolina per entrare in politica. Non fa venir rabbia?
Per un altro prendere dalla televisione la boccata di saggezza evaporata dalla sapienza di qualche critico d’arte che ripete a mo’ d’eco: rivolgiamo il nostro lago. Che irritazione!

Per qualcun altro ancora andare altrove, emigrare, trovarsi (non sono pochi) un’isoletta ospitale e a basso costo. Che spreco.
Per troppi è bastato chiudersi nel proprio giardinetto (o anche orto) e coltivare piccole e innocenti passioni che si vedono crescere (i pomodorini, il basilico, le zucchine…) e maturare. Che si potranno mangiare.

Tutto ciò fa venir rabbia perché la vita, la comunità, la politica e persino i sogni dovrebbero essere altra cosa dalle nostre cosucce quotidiane: i gattini, i cagnolini, i nipotini e le ricette non bastano e persino avanzano dal dibattito necessario e utile per mandare aventi la città, la provincia, il paese. Per dare una mano in diretta a coloro che ci governano (qui e laggiù) e tenerli sotto lo sguardo attento che ci vuole per far andare aventi le cose. Altrimenti si fermano e chissà quando si realizzeranno.

Vuol dire che le Paratie, la Ticosa, gli Ospedali vari, le strade, le buche, le mense, i trasporti son cosa di tutti. Dei cittadini distratti, di quelli efficienti, dei tanti inconsapevoli e dei non molti che non si lasciano prendere (solo) dal malumore. Ma che pensano e progettano. Che fanno.
Altrimenti la rabbia consumerà il corpo sociale rendendolo cattivo e inutile. Non è questo che vogliamo.