Discussioni a Como. Una Piazza contesa

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Dalle assemblee cittadine ai mercati;
daL traffico invadente al vuoto preoccupante.
Un progetto d’arredo urbano alimenta polemiche

 Intervento di Fabio Cani e Gerardo Monizza

La città murata sta lentamente riqualificandosi. Molto lentamente. Tuttavia, prendere decisioni e partecipare ai vari progetti non è facile anche per i diversi ambiti che vi sono coinvolti: sociale, turistico, commerciale, economico, storico e religioso. La politica fatica molto a districarsi in tale labirinto di muri storti. Volutamente separati e a far da barriera allo sviluppo dell’insieme. Tra i tanti progetti (piazze Cavour, Volta, Gobetti, Verdi, del Popolo e Roma) emerge ora quello della piazza Grimoldi: sghemba, incerta, frutto di demolizioni e non di un progetto iniziale. Si vede, soprattutto dopo l’esclusione delle auto. Libera, ma non bella: una zona di passaggio. 

Ridisegnarla è un’impresa, soprattutto mancando i fondi necessari a sostenere un vero e stupefacente disegno… Bisogna accontentarsi.

[Progetto vincitore]

Dunque: la piazza è centralissima eppure priva di carattere e altrimenti non sarebbe possibile se consideriamo schematicamente la sua storia. Innanzitutto è “finta” e le foto ci aiutano a visualizzarla. Uno spazio vuoto diventato quasi inutile dopo l’apertura (alla metà dell’Ottocento) della parallela grande via Plinio.

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Una sottopiazza ricavata, prima ancora, dalla demolizione di quella che oggi riteniamo la “splendida” chiesa di San Giacomo. Parzialmente distrutta alla fine del Cinquecento sotto lo sguardo non vigile e certamente interessato del vescovo Gianantonio Volpi. Era il 1580.

Liberato lo spazio, quella nuova piazza continuò a ospitare tante diverse funzioni, in quell’inestricabile groviglio di situazioni e avvenimenti che è tipico del mondo preindustriale e che oggi si fa così fatica a riportare alla mente: le processioni del vescovo si mischiavano alle grida dei venditori, tanto che il nome storico della piazza si riferiva sia “al vescovato” sia al “verzaro” (e alla fine prevalse quest’ultimo), fino a che il mercato (della verdura, poi del pesce, poi della polleria, poi di nuovo della verdura) venne trasferito, non senza proteste da parte dei commercianti della zona, prima al centro della Cortesella e poi al Mercato coperto. Ma da quest’ultimo trasloco, è bene ricordarlo, è passato meno di un secolo.

Piazza Grimoldi è quindi – oggi – l’esito di molte attività, di superate esigenze e di molte storie.

La piazza Grimoldi connette il Palazzo vescovile (erede di una tradizione storica millenaria, centro del “potere” per molti secoli, oggi non utilizzato per tali funzioni) con la Cattedrale (luogo simbolico quant’altri mai). Li unisce solo perché è stato fatto un vuoto…

A quest’asse “religioso e rappresentativo” si intersecava un altro asse, quello del potere politico (Broletto e Pretorio, quest’ultimo ormai scomparso), e la loro intersezione formava una piazza a corte: a ovest Broletto, a sud Cattedrale di S. Maria Assunta, a est Pretorio, a nord S. Giacomo (probabile, anzi quasi certa, seconda Cattedrale); la piazza era il “brolo” originario dove il potere – all’epoca essenzialmente ecclesiastico, anche quando assumeva il ruolo civile – riuniva la città; accanto, poi, sorse il “Broletto” (il piccolo Brolo).

La piazza Grimoldi aveva originariamente, in relazione con questa “corte”, un ruolo di collegamento tra luoghi altamente simbolici, ma consentiva anche una funzione commerciale, di ampio perimetro libero ai margini del grande quartiere dei mercati cittadini, dove trovavano naturalmente posto altre bancarelle e venditori.

In epoca medioevale era un vero e proprio suq e – come tutti i suq – aveva bisogno di servizi di sfogo (basta andare a Fez o a Marrakech per capire come funzionano). Anche il suq di Como è scomparso; è finito il mercato del pane (ai margini della Cortesella) ed è distrutta la “stretta dei Sangeleri”, dove avevano sede tutti gli orafi comaschi. Ma prima di scomparire il suq aveva contaminato gli edifici rappresentativi: le botteghe si erano attaccate al muro di cinta con elegante portale archiacuto del palazzo vescovile (c’è un bellissimo acquerello di inizio Ottocento che le mostra) e si erano attaccate alla facciata di S. Giacomo (anche se, forse, era la Cattedrale).

Questo complesso sistema in età moderna entrò progressivamente in crisi: le sedi del potere civile vennero progressivamente svuotate di significato (il Pretorio, però, ancora per qualche tempo fu il Carcere della città) e quelle del potere religioso venivano ridimensionate.

S. Giacomo fu accorciata alla fine del Cinquecento, poiché la si ritenne troppo grande e troppo costosa da mantenere; un pezzo venne abbattuto, ma un’ala (corrispondente a parte della navata meridionale) fu trasformata in botteghe: col reddito prodotto si contribuiva al mantenimento della chiesa.

La relazione tra Palazzo vescovile e Cattedrale è quindi, storicamente, una relazione mediata, non lineare (anche visivamente e processionalmente: per andare dall’uno all’altra un certo giro bisognava pur farlo).

Nel corso dell’ultimo secolo, alle funzioni “politiche”, ormai inutili, si cerca si sostituirne altre: non a caso intorno alla piazza (ormai unica, dopo la demolizione dei relitti delle navate di S. Giacomo e di quelli del Pretorio) si insediano una banca, uno dei primi grandi magazzini (Mantovani) e – soprattutto – il traffico. Il riscatto lo si cerca nel decoro e nella rappresentanza. Negli anni Venti e Trenta, si rinnovano gli edifici: è soprattutto l’architetto Federico Frigerio il protagonista. Suo è il progetto della Banca Commerciale (1924-1927), sua (in buona parte) la ricostruzione del 1926-1927 della torre del Broletto (ma l’architetto avrebbe voluto mantenere il relitto della facciata di S. Giacomo), sua l’integrazione revivalistica della facciata cinquecentesca di S. Giacomo (1939), sua la facciata neomanierista del Vescovado (1939-1940).

È evidente, in questa fase, il ruolo propulsivo del vescovo Alessandro Macchi, ma non si può dimenticare che l’operazione è puramente di facciata (in senso stretto). Le funzioni faticano a sedimentarsi. A parte l’uso dello spazio per il traffico veicolare e la sosta.

Piazza Grimoldi è pura scenografia.

A Como, forse la burocrazia, forse l’economia, forse la mentalità non aiutano a sviluppare quella necessaria condivisione dei percorsi progettuali e le reazioni alle proposte di una nuova sistemazione di piazza Grimoldi (che è parte del progetto di piazza Roma) si sono incanalate nel consueto torrente di polemiche torbide che forse è una roggia.

Peccato. Il percorso tuttavia sembrava corretto e ben ha fatto il Comune a promuovere un concorso di idee dal quale è emerso il criticato progetto vincitore. Bene ha fatto a rendere noti i risultati (una schematica mostra in Biblioteca nel settembre 2014) per tentare di coinvolgere la cittadinanza. Meglio avrebbe fatto ad aprire una serie di dibattiti pubblici (in uno scambio virtuoso tra storici, professionisti, cittadini, operatori) anche se ben sappiamo che tali occasioni di dialogo possono lasciare il tempo che trovano (vedi quelli sul monumento di Libeskind).

Come la guerra non va lasciata in mano ai generali così l’architettura non va discussa solo tra architetti. Nel campo malumori e gelosie non si contano eppure il dialogo tra esperti può anche avere una sua utilità. 

La partecipazione degli organi competenti della diocesi era altrettanto necessaria e il parere assolutamente interessante [Settimanale della Diocesi]. Ma la storia ci ha mostrato quanto siano cambiate le cose nei secoli e quanto – oggi – il disegno della città sia da collocare su molti tavoli, non solo comunali o ecclesiali. Non è dunque una questione di processioni (basterebbe allungare il giro per via Macchi e percorrere via Plinio (con maggior fasto e miglior effetto devozionale). In quanto al degrado ipotizzato pare più una questione di polizia (o pulizia) che di urbanistica o arredo urbano.

Del resto si son fatti passi da gigante dagli anni Settanta ad oggi; dallo spaccio di droga alla luce del sole (o all’ombra) dei portici, alle escandescenze di una mezza dozzina di poveretti alcolizzati. 

Ecco che pianticelle e fontana (ipotizzate nella variante del progetto vincitore) non sembrano essere il meglio possibile neppure per una piazza di poco valore estetico; inoltre bisognerebbe capire che cosa fare della chiesa di S. Giacomo.

Bella chiesa, ma mezza e vuota e utilizzata (con grande disponibilità di Capitolo e Arcipreti che l’hanno conservata in questi anni) troppo poco. Non ha più riscaldamento funzionante e nessun grado di sicurezza. È tutta da ripensare e l’uso liturgico è modesto rispetto al suo impatto sulla piazza e sull’immagine del centro città. 

Forse pensarla come sede del Museo diocesano potrebbe essere la soluzione di tanti sogni circolanti da tempo. Certo mancano i soldi, ma non le idee. Un complesso museale di tale importanza vicino al Duomo, con una facciata riadattata alla funzione e con un ingresso degno del luogo, darebbe a piazza Grimoldi un ruolo mai avuto ed a cultura e turismo una forte spinta.

Sogni, certo. Intanto accontentiamoci di qualche pianta con panchina e d’una rinfrescante fontanella che, se proprio proprio finisse con l’annoiarci, potremmo sempre vendere a qualche Zoo straniero. Pesci rossi compresi. Come fecero i nostri nonni con la fontana di piazza Cavour. 

Fabio Cani
Gerardo Monizza

 

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