Como. Tradizioni: Il bacio del Crocefisso

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Settimana santa a Como: da cinquecento anni il “bacio” è un rito per la città


Tizio e Caio sono alla chiesa del Crocefisso a Como, seduti in mezzo alla folla dei devoti che aspettano il turno per baciare il Simulacro. È un’antica tradizione che coinvolge credenti, ma anche non credenti. Per i comaschi è un appuntamento irrinunciabile ogni Settimana santa. Tizio ragiona, ma Caio è molto scettico.


Fuori dalla Chiesa del Crocefisso: pedoni, auto, vigili che organizzano il traffico. Oltre il viale Varese, sotto gli alberi, la Fiera di Pasqua accoglie centinaia e centinaia di persone. Il tempo è incerto, come quasi sempre. Dentro la chiesa, seduti su una panca, Tizio e Caio osservano il lungo e lento serpentone che procede dagli ingressi fino al “calvario” di legno.

Caio– Saranno centinaia – e indica la fila umana composta da donne e uomini d’ogni età. Anche da bambini. Pochi i ragazzi.

Tizio– Direi migliaia. È un rito sentito e molto partecipato in tutto il territorio della provincia di Como; pure in quelle vicine e oltrefrontiera, in Canton Ticino.

C– Ancora oggi, mi pare, a guardare la lunga fila di gente.

T– È un rito che va oltre l’adesione alla fede cristiana; che supera i dubbi; che coinvolge tutti, come vedi: persone d’ogni età.

La vasta chiesa del Crocefisso non sembra un luogo di rappresentazione del lutto; semmai è momento di festa. È illuminata a giorno dai fari elettrici e scaldata dalla luce delle candele che, a migliaia, testimoniano la richiesta di una grazia o sono la semplice “accensione” di una preghiera resa visibile dalla fiamma.

Caio si accorge che Tizio guarda lo spazio delle candele, all’inizio dell’unica navata. Sono metri quadri di lucine tremolanti organizzate da addetti e ben tenute, pulite, efficienti: – Non ho mai acceso una candela in vita mia… – dice sinceramente.

Tizio lo guarda ridendo: – Beh, ne hai del tempo, davanti…

C– E lei? – chiede a Tizio certo alludendo alla visibile differenza d’età.

Tizio incrocia le braccia e sospira, quasi pensando la risposta: – Mai. Neanche quando ero giovane. Non ho mai colto il senso simbolico della candela accesa; è un gesto estraneo al mio comportamento, ma piace tanto ai bambini, per esempio. – Molti genitori, infatti, si stanno prodigando attorno al perimetro della zona candele per farle accendere ai loro figli: – Come vedi è un divertimento per i piccoli – conclude Tizio.

La gente è tanta. Tizio e Caio stanno seduti a confabulare osservati con fastidio da qualche fedele che ritiene la loro presenza non consona al momento. Si capisce, con molta evidenza, che i due non stanno pregando. Altri, invece, poco lontano sono inginocchiati, col capo chino. Un paio recitano preghiere sottovoce sgranando lentamente il rosario. C’è chi va e chi torna, ma l’uscita dei pellegrini è dall’altra parte della chiesa; non si torna indietro. Tutto l’insieme è un grande e organizzato apparato scenografico.

Tizio– Guarda bene: durante la Settimana santa, questa chiesa si trasforma in una sorta di Gerusalemme. È la rappresentazione di una grande città animata.

C– Anche un po’ mercato, mi sembra.

T– È vero. Ma devi notare il cambiamento delle persone. Entrano in modo rumoroso, poi lentamente si trasformano, lasciano perfino la carrozzina del bimbo piccolo e poi lo tengono in braccio. Lo portano addosso e lo inseriscono nel serpentone umano; gli fanno condividere un’esperienza di silenzio, di riflessione.

C– È vero. Bastano pochi metri e sembrano persone diverse. Un miracolo?

T– Non scherziamo. Qui non c’è alcun miracolo. Almeno non credo. Stiamo solo vedendo un cambiamento… d’umore.

C– Poi sopraggiunge la tristezza?

T– Che c’entra. Vi è, in molti, il bisogno di isolarsi, almeno per un momento, dal frastuono circostante. Qualcuno direbbe: dal mondo.

C– È questo il senso di tutta la messinscena?

T– Non essere riduttivo. C’è un aspetto teatrale, ma non sarebbe durato cinque secoli; né qui né altrove.

C– Allora è davvero un miracolo.

T– Tu sposti l’esperienza dal piano umano a quello del soprannaturale, presunto, ovviamente…

C– Ma scusi: questo silenzio è costruito, è voluto. Non è, per forza, sincero.

T– Ma neanche è falso! Per questo uso la parola “umano”.

La fila delle persone non diminuisce. Lentamente procede dalla destra della navata fino all’altare maggiore. Una salita di legno porta al centro dello spazio alto qualche metro sopra il pavimento. Quello che in teatro si chiama “praticabile” qui è il luogo deputato per la rappresentazione di una crocefissione. Un calvario. In cima al calvario sta la croce con l’effigie del Cristo morto.

Tizio– Vedi. Non c’è nient’altro che una rappresentazione del calvario, la croce, un drappo che nasconde l’altare maggiore, i confratelli che accolgono i pellegrini, la croce e il Cristo. Basta.

Caio– Mi sembra una, come dice lei, rappresentazione, abbastanza semplice, povera.

T– Non è un apparato barocco come altri, artisticamente bellissimi, che montano in alcune chiese in questi giorni. Là trovi luci, candele, sfarzo: è il trionfo della morte. Qui c’è discrezione, silenzio, umanità…

C– Scusi, ma sembra una predica.

T– Lo è, infatti. Non ti puoi sottrarre al senso di forte spiritualità che la “messinscena del Crocefisso” riesce a trasmettere a chi vi partecipa. È uno spettacolo non ingannevole.

C– Ma non è vero, non è reale.

T– Non deve per forza essere vero. Importa che sia coinvolgente e qui, come vedi, sembra esserlo.

C– Per questo ci sono credenti e non credenti?

T– Penso di sì. Ad una rappresentazione non si partecipa perché la si crede vera, ma perché la si spera coinvolgente, emozionante, toccante…

C– Ma qui non siamo a teatro, siamo in chiesa. Un luogo che è considerato “sacro” almeno da chi crede…

T– È uno spazio, la chiesa, progettato e realizzato per creare la giusta atmosfera adatta alla riflessione, all’emozione spirituale, alla preghiera. Nessuno si può sottrarre a questa sorta di condizionamento voluto. Molti edifici religiosi non sembrano adatti a nulla, a nessuna liturgia e annullano il raccoglimento. Altri, invece, dispongono meglio alla calma: è la luce, è l’architettura. Forse le decorazioni. Anche i momenti particolari, come questo, in questa chiesa, in questi giorni…

Caio si guarda in giro e coglie il mormorio diffuso: – Mi sembra una “fiera” sommessa, non tanto differente da quella che sta fuori, sul viale alberato…

Tizio– Oggi non riesco a farmi capire.

Caio– Forse perché parla di spiritualità.

T– Che non è riservata solo ai credenti. Ricordatelo. L’umanità è anche “altro” rispetto alla materialità.

C– Mi sembra, questo procedere verso un calvario immaginario, verso una croce di legno, verso una figura crocefissa, che è una scultura, mi sembra un modo poco razionale di vedere le cose.

T– Ora, io non credo. Non sono un credente; soprattutto che le statue rappresentino una qualsiasi divinità. Belle, magari, ma opere da ammirare, non da pregare.

C– Allora perché sta giustificando tutto quello che qui vediamo.

T– Non lo giustifico e perché mai dovrei essere io a farlo? Cerco solo di comprendere la forza coinvolgente di questo rito annuale scoprendone gli aspetti non visibili.

C– Miracolosi…

T– Non essere sciocco.

C– Migliaia di persone, ogni anno, salgono la salitella del calvario e baciano i piedi di una statua di legno…

T– Che tra l’altro neanche è quella del miracolo.

C– Cosa intende?

T– Che la croce originale, quella portata dai confratelli nella processione del Giovedì santo del 1529 non è quella che sta ora sull’altare.

Caio ha un gesto di sconforto: – E dunque?

T– Quella originale è nella cappella lì a sinistra. È protetta da una cornice dorata…

C– A forma di croce?

T– Esatto.

C– E perché mai?

T– Per proteggerla dal tempo e dall’uso. Le cerimonie, le processioni, le esposizioni rovinavano il legno e così s’è pensato di custodire l’originale e metterne uno nuovo, più solido, al suo posto. Entrambe sono portate in processione il venerdì santo: la più antica apre la processione che è chiusa dalla più moderna effigie che è messa sotto un baldacchino su ruote, spinto dai confratelli.

C– Un falso storico nell’inverosimile!

T– Oggi sono io a trovarti indisponente. Devi cercare di cogliere lo spirito dell’insieme e non fermarti ai particolari. Anche se sembrano sconcertanti.

C– Infatti, lo sono. Sono anche stupito che tutta questa gente vada a baciare una croce che è… che è una copia.

T– Tu credi che vadano a baciare l’effigie di un uomo morto credendola il Cristo vero e vivo?

Caio non sa cosa rispondere e Tizio lo guarda in silenzio per alcuni secondi: – Mi sembra tutto così strano – dice il ragazzo.

T– Perché non sai staccarti dalla concretezza delle cose. Guarda la realtà; guarda la reazione della gente. Chi crede e chi non crede sta compiendo un’esperienza importante. Magari breve, ma essenziale in un momento come questo, in un tempo come il nostro privo di capacità di vere emozioni.

C– Ci risiamo. Queste “emozioni” le posso trovare anche altrove; in un bosco, per esempio, davanti a un bel panorama…

T– Certo, certo. Ma qui è più facile e, per molte di queste persone, è più utile per aiutarsi a riflettere sulle proprie necessità; o sui propri limiti; o sui desideri irraggiungibili. Non è una lotteria, stai tranquillo. Non è una compravendita di grazie.

C– Mi pareva. Un po’ utilitaristico, comunque.

T– Solo necessario per cercare dentro di sé l’aiuto ai propri problemi. È un attimo breve di umiltà: l’individuo davanti all’uomo crocefisso. Uomo contro uomo. Dolore condiviso. Non è difficile da vedere.

C– Magari complicato da comprendere.

T– Facile da vivere in questi pochi minuti di fila verso il calvarietto di legno. Una breve rappresentazione liberatoria che consente di riflettere, con o senza rassegnazione, sui problemi che si stanno vivendo e sul modo per venirne fuori.

C– Qualcuno si aspetta risposte? Altri ne hanno ricevute?

T– Che ne so. Non ho io l’elenco dei problemi e delle soluzioni e non credo che tale elenco esista. Si possono notare, questo è visibile, i cambiamenti di atteggiamento che, dopo il bacio e la discesa dal calvario, sembra essere diverso da prima, più sereno. Indica che qualcosa è stato accettato, magari capito, forse risolto? Chi può dirlo.

C– Mi sembrano fantasie.

T– Dovresti provare.

C– A “baciare”? Neanche per sogno.

T– Sei più scettico di me.

C– Ma non ha senso. Le sue parole non hanno senso. Non sono spiegazioni, ma suggerimenti d’interpretazione. Non ci sono prove.

T– Non è un delitto. Non stiamo analizzando una situazione reale; stiamo osservando il comportamento di migliaia di persone davanti, o meglio, dentro un rito collettivo. Questo dovrebbe interessarti o almeno incuriosirti.

C– Insomma, questi fedeli cercano consolazione…

T– Può essere e forse trovano il momento giusto. L’attimo non più sfuggente…

 C– In un rito collettivo?

T– In un momento condiviso che coinvolge tutta la città o quasi…

C– Anche se tutto questo rito… è una messinscena?

T– Anche se i momenti di eccesso non sono mancati.

C– Cosa intende dire con “eccessi”?

T– Un esempio. Per chi non crede è un’esagerazione affidarsi al Crocefisso per salvare la città nei tempi di guerra. Così è avvenuto con un voto durante la seconda Guerra mondiale. Questo è possibile giudicarlo un rito propiziatorio, una grazia richiesta, distraente dal vero senso di fede che coinvolge chi crede.

C– Grazia concessa?

T– Più o meno. Che cosa significasse la protezione non è chiaro: della città? della provincia? dei cristiani locali o dei cristiani nemici? dei fascisti o dei partigiani? Se leggiamo la storia di questo territorio sappiamo che la città non è stata distrutta, questo è vero, ma che azioni belliche, di terra e di cielo, non sono mancate. Qua e là…

C– E anche morti, immagino.

T– Infatti. Questa forma antichissima di chiedere alla divinità una grazia esclusiva per se stessi, per la propria famiglia o comunità o territorio…

C– … ma è sempre questa la forma, la formula, direi.

T– Ma non è questo modello di rapporto tra individuo e divinità al quale risponde il Crocefisso, il bacio e la processione del Venerdì santo. Quali miracoli dovremmo chiedere?

C– Una vita migliore per tutti?

T– Certo. Migliore sanità, assistenza pubblica efficace, scuole, case. Lavoro per tutti.

C– Mi sembra un programma politico.

T– Infatti. Il benessere sociale non è dentro questa sfera di rapporti. Sarebbe banale e anche volgare. L’umanità deve sapersi arrangiare e chiedere “grazie” non ha senso. Soprattutto quando la grazia richiesta vorrebbe condizionare la storia. Impossibile.

C– Su questo concordo.

T– Meno male. Possiamo considerarlo un miracolo. Che si completerebbe se tu facessi l’esperienza del bacio…

Caio guarda Tizio con vero fastidio: – Non insista. Non lo farò mai. Non credo e non ha senso. Su questo non ho dubbi.

T– Non mi permetterei mai d’insistere, ma solo volevo mettere il tuo scetticismo assoluto davanti ad un dubbio.

C– Che sarebbe?

T– Se questo che stiamo vedendo ha un senso. Se il rito collettivo che coinvolge un’intera città è solo frutto di suggestione. Se dobbiamo porci domande o accettare le cose solo perché si son sempre fatte… Tutto qui.

C– Come se fosse semplice.

Tizio scrolla le spalle e si alza dal sedile: – Andiamo. Il profumo delle frittelle sta arrivando fin qui. – Caio si alza e lo segue divertito mentre Tizio infila la porta d’uscita della chiesa lasciandosi dietro un migliaio di persone in fila. Il rumore del traffico è forte; la gente parla ad alta voce e intanto un vigile urla per fermare una coppia che attraversa diagonalmente la strada, incurante del rischio. La Fiera di Pasqua è a pochi metri. Il profumo dei dolci si fa intenso e un palloncino rosso sfugge dalle mani di un bimbetto che lo guarda volare verso il cielo. Il piccolo è così sorpreso che neanche piange.