Como. La Fiera di Pasqua

Doppio successo: il Bacio del Crocefisso e le bancarelle. Niente di blasfemo: solo tradizioni secolari che resistono.

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L’esposizione del Crocefisso (nella chiesa omonima) per concederlo al “bacio” dei fedeli è una tradizione irrinunciabile per migliaia di comaschi e circonvicini. Da oltre mezzo millennio (dal miracolo) è un’abitudine che supera ovviamente il simulacro ligneo (quello antico e quello rifatto) per raggiungere la sfera della speranza luogo “altrove” dove tutto può avvenire: anche l’impossibile.

Ma attraversata la trafficatissima strada (viale Varese) si passa facilmente dallo spirito alla materia con un balzo che riesce ad appagare ogni possibile micro, colorato, inutile desiderio e speranza dei comaschi. È la Fiera di Pasqua: striscia di bancarelle che attrae e attira migliaia e migliaia di devoti verso il nulla (commerciale s’intende).

È una Fiera davvero ultra-millenaria che, con molti adattamenti di date (da agosto ad aprile…) e diversi spostamenti di luogo, con molti cambiamenti di merceologie, occupa un’arteria vitale (per traffico e posteggi) senza sollevare reazioni. I residenti son felici, i commercianti del centro non si sentono in concorrenza (tanto la massa comprante si moltiplica), le polizie locali si divertono, persino. Pure i soliti consiglieri comunali specializzati in appunti e misure, risorgono e lascian correre… è Pasqua!

Sociologicamente parlando, la Fiera di Pasqua contraddice le moderne teorie dei “non luoghi” ovvero di quegli spazi che, pur offrendo tutto (tipo i centri commerciali) non “danno niente”: perché sono tutti uguali, colorati allo stesso modo, distribuiti secondo logiche di marketing, con prodotti simili qua e uguali di là… prezzo a parte.

La Fiera di Pasqua è, per pochi giorni (dal giovedì al Lunedì dell’Angelo), un luogo magico anche se non compri nulla o se – peggio – sei pochissimo interessato. È come l’Olimpiade: basta partecipare.

Vince sempre e comunque l’offerta che non è mai o quasi non più una vera novità. È tuttavia il “polso” della cultura dell’oggetto: in Fiera c’è quel che non serve, ma che si potrebbe desiderare. Attrezzi d’ogni misura e colore per pulire soffitti e la parti oscure dei caloriferi (irrinunciabile azione domestica) lunghi come la lancia di Lancillotto. Imperdibili i pulipavimento semoventi a ruote retrattili e aspiratore ecologico incorporato; di tutte le specie i mocci, gli stracci, le canne retrattili per innaffiare balconi e giardini; infinite le tipologie di lame e coltelli e strumenti para chirurgici d’incerta funzione. Cuscini molli, morbidi, con o senza legacci, anatomici e anche duri (!); palloncini in forme animalesche e pure spaventose che tendono al cielo e che lo raggiungono appena passati di mano ai fanciullini.

Cibo: in quantità più che industriale e da ogni regione del mondo, isole comprese. Quello del cibo è una costante della Fiera di Pasqua e, nella sua distribuzione logistica con super camion attrezzati, diffonde un repertorio di odori e profumi che sa d’enciclopedia olfattiva: passeggiando s’impara la cucina del mondo.

Quel che più sorprende, in Fiera, è la quantità dei banchetti di borse: per signore, ovviamente. Dall’alba al tramonto tali e non pochi banchi sono presi d’assalto da femmine solitamente normali che, nel tempo della Pasqua e sarà per la concomitanza della Primavera, sono prese dalla sindrome del marsupio. Si tratta di una malattia non passeggera che colpisce il lato femminile dell’umanità che coglie, nel contenitore con manici (plastica o pelle conta poco) forse un desiderio di maternità o certo di protezione. Si sa che la borsa femminile è una bolgia oscura che ha ispirato da Dante a Mary Poppins e che in Fiera, a Pasqua, trova il momento di liberazione e senza aver alcuna pena di contrappasso. Vederle tastare, schiacciare, manipolare, annusare, pasticciare dentro e fuori è un godimento. Persino per i maschi che sanno – saggiamente – di non dover mostrare reazione alcuna; la coltelleria è proprio lì di fianco…