Como e provincia: Feste e fiaschi

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feste e sagre: proposte di qualità e occasioni mancate

L’autunno è alle porte e i primi freddi porteranno la chiusura delle feste popolari, quelle all’aperto che hanno deliziato migliaia di comensi da giugno fin qui.

Il bilancio numerico, a sentir gli organizzatori, non è del tutto negativo pur considerando l’estate trascorsa una delle peggiori del secolo. Ma oramai le feste e le sagre stanno in gran parte sotto i tendoni che rassicurano per le uscite e proteggono la serata.

Dunque. C’è qualche problema? Sì, se vediamo i costi, la concorrenza “sleale” e la qualità dell’offerta.

Cibarsi e divertirsi ad una sagra estiva è costato mediamente il 10percento in più (del 2013) e non è poco, ma nell’insieme familiare – con menu variabili per bambini e anziani – la spesa è stata ancora contenuta: meno che al ristorante o pizzeria, si dice.

La “concorrenza sleale” è un problema sollevato da Confesercenti a seguito di un indagine territoriale al fine di individuare quelle feste o sagre che non rispettano la regola principale: volontariato per scopi sociali o culturali. Insomma tutto il guadagno deve essere indirizzato al bene comune e non al vantaggio dei soci. L’abuso non è frequente, ma la regola va rispettata.

Infine la qualità: è il punto fondamentale dell’offerta provinciale che si presenta sempre più uniforme. Han perduto – feste e sagre – l’identità originale, le caratteristiche specifiche, le lavorazioni casalinghe che ne facevano il punto di riferimento per appassionati gastronomi. In quanto al vino, non è mai stato di gran qualità.

Se togliamo dall’elenco negativo quelle due o tre occasioni che la provincia di Como ha offerto ai comensi e ai turisti (non si nominano per non dover allungare di contro la lista nera) resta la banalità dei primi (lasagne, pasticci, orecchiette sorde, penne arrabbiate, trippe scialacquate… ma santocielo); secondi da lasciar senza respiro (mammamia le costine bruciate, le bistecche suolate, gli spiedini uguali di qui e di là  – ma con nomi esotici differenti: “messicani, abruzzesi” alla “cilena”, persino). Per non parlar delle fritte patatine e dei dolci standard.

E la tradizione? E il piatto regionale siciliano, pugliese, tirolese, veneto e persino padano, lariano, lacustre, brianzoeu? Tutti persi nella fretta di scodellar numeri, di staccar scontrini, di accasar famiglie numerose e affamate.

Così non va. Se vogliam catturare qualche turista e accontentarlo e ritrovar qualche indigeno sarà il caso di ripensare il tutto: dal prodotto (anche locale) al modo di cucinarlo e presentarlo. Abbiamo migliorato l’organizzazione (poche file e pulizia discreta) ora tocca alle cucine. Il piacere della Tavola viene da lì.