Como Capitale Cultura. Frangi: Abbiamo idee

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Le argomentazioni di Fabio Cani nell’articolo Da Como a Expo per Como capitale non sono piaciute a Mauro Frangi. Il presidente della Fondazione Volta difende le scelte e le strategie alla base dell’operazione.

«Credimi, Fabio, qualche idea ce l’abbiamo.
E, forse, anche qualche idea non banale.
Sulla cultura, sull’economia e sul modello di sviluppo del nostro territorio, sul suo futuro…

A meno che tu non sia tra coloro che considerano “non-idee” le idee diverse dalle proprie, se concludi il tuo articolo sul workshop di sabato scorso ad Expo affermando che “le idee bisognerebbe averle”, il problema è tutto nostro: non siamo riusciti a comunicartele.
Forse c’entra qualcosa anche il fatto che “ci sei venuto senza entusiasmo” – e, forse, consentimelo, con qualche pregiudizio – ma poco importa.
Tocca sicuramente a noi essere capaci di comunicare le idee ed il progetto che ci muovono.
Mi spiace e provo a rimediare.

Iniziando a chiarire, però, il “campo di gioco”.
Se il gioco è quello del “ci vorrebbe ben altro” io mi fermo qui.
Banalmente perché condivido.
In questo come in tanti altri casi (la coesione sociale, la qualità della vita, l’ambiente, l’amore per il prossimo, il cibo che si è appena cucinato ….) sempre si può fare di più e di meglio.
E sempre, in nome “dell’ottimo”, si può ed è relativamente semplice discettare, chiosare, ironizzare, evidenziare limiti e lacune….
Sport nobile. Quando è esercitato, poi, dall’alto di una storia personale e di una intelligenza come le tue, diventa anche facile riscuotere successi, simpatie, apprezzamenti…
Ma è uno sport che non mi interessa praticare. Lo lascio ad altri.

Il “campo di gioco” nel quale voglio stare è un altro.
Credo di averlo spiegato anche sabato.
È un terreno caratterizzato solo dalla volontà e dalla scommessa – e da una serie di azioni conseguenti, quelle almeno che attengono ai ruoli che mi sono stati affidati e di cui sono capace – che sia possibile mettere in campo dei processi e delle azioni che fanno fare passi avanti alle cose.
In questo caso al sistema della cultura e della creatività del nostro territorio e, con tanta ambizione in più, al nostro territorio nel suo insieme, alla sua economia e alla sua capacità di essere “attrattivo” e non solo in chiave turistica.

Abbiamo cercato di farlo, con qualche sistematicità ed organicità, dando vita alla Fondazione Alessandro Volta. Solo lo scorso gennaio.
Provando ad immaginare che le eredità quasi trentennali di due prestigiose Istituzioni comasche – che qualche risultato lo hanno raggiunto nel tempo lungo della loro esistenza – non costituissero solo “ceneri da adorare” ma “un fuoco” da rimettere in circolo per generare innovazione.
Il Piano Strategico che i Soci della Fondazione si sono dati lo scorso maggio è li a testimoniare quale sia il disegno, l’ambizione, la sfida che abbiamo proposto alla città e al territorio.
E abbiamo deciso che valesse la pena, per realizzarlo, di cogliere tutte le occasioni che la vita, il caso, le leggi o la voglia di fare di questo o quello ci offrivano.
La candidatura a Capitale della Cultura nasce dentro questo percorso.
È un ‘occasione colta. Un autobus che passava.
Su cui salire non con lo spirito “della gita scolastica”, ma con la consapevolezza che sarebbe stato utile per fare, più rapidamente, un pezzo di strada.
Abbiamo immaginato la candidatura – l’abbiamo detto chiaramente sabato sia io che l’Assessore Cavadini – come un acceleratore di un progetto.
È merito – e, insieme, gusto per la sfida – dell’Amministrazione Lucini avere fatto propria questa volontà.
Avere deciso di mettere in campo la candidatura di Como a Capitale Italiana della Cultura. Avere rischiato le critiche – tra cui le tue e quelle di tanti altri con te – pur di provare a misurarsi con un obiettivo ambizioso e sfidante.
Con una sfida che – per la sua portata – sicuramente avrebbe aiutato, per il solo fatto di essere giocata, a fare qualche “passo avanti”.
Sarebbe stato più semplice dire non ce la faremo mai, essere capitale della cultura richiede soldi, tradizioni, Istituzioni prestigiose… oppure non ha senso provarci visto lo stato in cui si trova il lungolago…
E, invece, siamo arrivati a giocarci “la finale” con altre 9 città italiane.
Risultato che, oggi, tu e tutti date per scontato e assolutamente irrilevante.
Basterebbe usare google e ricercare cosa si è detto all’indomani dell’annuncio della candidatura e della serata di presentazione in biblioteca qualche mese fa per togliersi qualche soddisfazione.
Ma anche questo, come l’altro, è sport che non mi appassiona.
Magari non ce la faremo e arriveremo solo “terzi”.
Sono assolutamente convinto che sarebbe stato sicuramente peggio se non ci avessimo provato.
Provo ad argomentare con qualche “perché” quest’ultima affermazione.

In primo luogo perché in questi ultimi anni molta strada è stata fatta a Como.
Dai suoi attori culturali e dai suoi soggetti istituzionali.
Non mi dilungo su questo perché credo sia sotto gli occhi di tutti e, quindi, anche dei tuoi.
Cito, solo per sostenere questa argomentazione, le esperienze del “Canto della Terra”, sul fronte delle iniziative culturali, o “di spettacolo” come diresti tu, e, quella, strettamente connessa e, anzi, da cui molte di quelle cose dipendono, di “Sistema Como 2015”, sul fronte del modello organizzativo e della collaborazione sinergica tra le Istituzioni (Camera di Commercio, Comune capoluogo, Provincia) e tra queste e gli attori culturali e sociali.
Quando si è fatta tanta strada due sono gli stati d’animo possibili.
Fermarsi e compiacersi, battendosi le mani sulle spalle oppure darsi nuove sfide.
Un territorio ed un sistema istituzionale maturi scelgono sempre il secondo.
E con la candidatura questo è stato l’atteggiamento che si è scelto.

In secondo luogo perché mi è assolutamente chiaro ciò che serve per fare dei “salti in avanti” ulteriori.
Servono sicuramente tante cose, ma, ai miei occhi, tre su tutte.
Serve un progetto.
Lo sintetizzo nell’idea di “Como città della conoscenza, della cultura, della creatività”.
Città capace di coniugare qualità della vita, un sistema manifatturiero capace di eccellere nel mondo per qualità e creatività, un ambiente e un paesaggio straordinario e unico, investimenti in cultura, conoscenza e capitale umano.
E, grazie a questo, una città e un territorio capace di attrarre.
Turisti, talenti, persone, imprese…

Serve, poi, un modello organizzativo.
Un progetto di sviluppo territoriale come quello delineato non fa passi avanti stabili e permanenti senza un luogo organizzativo che si fa stabilmente carico della sua attuazione. Che si attrezza, con professionalità, competenze, idee, risorse, umane e non solo, connessioni sovra territoriali e internazionali … per tradurre gli obiettivi in processi, le sfide in risultati e realizzazioni.
Che è capace di suscitare la convergenza di tutti gli attori economici, sociali, culturali ed Istituzionali del territorio.
Che attorno al progetto generi convergenze, impegno, assunzione di responsabilità.

E, infine, servono risorse economiche.
Che, nel tempo della spesa pubblica “esaurita”, non possono più venire – ci piaccia o meno – dai bilanci sempre più asfittici e vincolati delle Istituzioni Locali.
E, quindi, occorre diventare capaci di utilizzare le risorse pubbliche come leva, volano, moltiplicatore di energie e risorse private.
Sapendo che senza sostenibilità nel tempo, senza capacità di produrre le risorse, anche economiche, necessarie al proprio sviluppo nessun progetto culturale può immaginare di durare davvero.

Progetto, modello organizzativo, risorse.
La candidatura, comunque vada a finire la competizione, sono certo che farà fare al territorio passi avanti importanti su tutti e tre questi fronti.
A me non sembra proprio poco.
Se, come tu hai osservato, “Como capitale della cultura” deve essere la creazione di “un ambiente” e non solo di “un calendario”, a me queste paiono caratterizzazioni importanti – quelle davvero decisive – di quell’”ambiente”.

E, infine, assumere la sfida di candidare Como a Capitale della Cultura è stato positivo ed utile per l’interesse e la voglia di mettersi in gioco che la candidatura ha generato.
Le modalità di partecipazione che hai tanto criticato, perché compresse nel tempo (imposto dal Ministero e dal Bando) e negli strumenti (la “call” via internet, i 500 caratteri, l’uso dei social, le “gite scolastiche”), hanno generato proposte, voglia di mettersi in gioco, protagonismi di soggetti nuovi, in larga parte fatti di giovani e di esperienze innovative.
Sono quelle “facce sconosciute” su cui ironizzi, sedute a fianco agli “imperdibili”.
Facce a cui è stata data cittadinanza, possibilità di esprimersi e mettersi in gioco, dire la propria.

Senza che questo abbia portato a dover mettere qualcuno nella lista dei “perdibilissimi”.
In quella lista è entrato solo chi ci si è messo da solo e per propria scelta.
Chi, anziché mettere in campo proposte e progetti, ha scelto di fare altro.
Di raccontare gli insuccessi del passato o i limiti dell’oggi.
A Como non abbiamo “Festival” con tradizioni pluridecennali e budget milionari, non abbiamo torri pendenti e nemmeno siti archeologici che mecenati miliardari hanno scelto di qualificare e far diventare il punto più avanzato della sperimentazione delle modalità di valorizzazione dei beni culturali, come hanno altre città candidate al titolo di Capitale della Cultura.
Quale altra leva abbiamo su cui puntare se non l’estro, la creatività, la voglia di fare e di mettersi in gioco della nostra gente, dei nostri talenti?
Dei giovani – magari un po’ ingenui e con pochi risultati alle spalle – e dei soggetti collettivi che in questi anni sono nati, sono cresciuti, si sono radicati. E di quelli che lo faranno da domani.
Ci critichi perché il coinvolgimento poteva essere maggiore e più esteso. Bene.
Intanto sin qui siamo arrivati. Non mi sembra poco.
E soprattutto da qui continueremo.
Il Comune di Como per le ragioni e con le modalità che ha illustrato sabato l’assessore Cavadini, la Fondazione Volta per la missione che i suoi Soci le hanno attribuito e che sono esplicitate nel suo Piano Strategico.

Se queste sono le ragioni per cui, a me pare almeno, la scelta fatta dall’Amministrazione di Como – cui si sono unite quella di Cernobbio e di Brunate – abbia alle spalle qualche motivazione non banale e non superficiale – “ci sia qualche idea dietro”, insomma – consentimi di concludere con due ultime considerazioni.
La prima.
Tra le poche idee che anche noi abbiamo, sicuramente c’è quella che una candidatura a capitale italiana debba fondarsi su una visione e una caratterizzazione “forte” e capace di essere comunicata e percepita.
E che, necessariamente, una simile visione debba essere capace di partire dal passato e “farsi presente” e, soprattutto, aggiungo, futuro.
Costruire e rendere fatto collettivo di una intera comunità simili visioni non è cosa da poco.
Su questo si è ragionato a fondo.
La lettura del dossier finale consentirà di misurare la strada fatta anche da questo punto di vista.
Con l’ambizione che la strada fatta potrà essere sufficiente a rendere Como meritevole del titolo per cui si è candidata.
Con la consapevolezza che, se così non sarà, comunque qualcosa di importante avremo consolidato anche da questo punto di vista.

La seconda, più che una considerazione, è il vero rammarico che posizioni come la tua mi suscitano.
Sono tra quelli convinti che non si possa generare sviluppo – quale che sia l’ambito a cui ci si riferisce – senza visioni strategiche, capacità di innovazione, coesione tra i soggetti in campo.
Il rammarico viene ogni volta che alle ragioni per cui fare coesione attorno a un progetto di sviluppo territoriale prevalgono altri atteggiamenti.
Legittimi, magari anche causati da limiti ed errori, ma sicuramente meno fecondi e generativi.
L’auspico è che le ragioni per generare coesione territoriale – “indossare una maglietta e fare squadra” – anche a Como crescano con l’impegno di ciascuno di noi.
Grazie, comunque, dei tuoi contributi». [Mauro Frangi, presidente della Fondazione Alessandro Volta]

P.S.: Noterai che ho tralasciato ogni commento specifico sul tuo resoconto della giornata di sabato ad Expo.
Un resoconto figlio delle tue convinzioni e del tuo vissuto, ma, consentimi, poco rispondente alla realtà.
Era – lo abbiamo dichiarato chiaramente nella convocazione e in apertura dell’incontro – essenzialmente un momento di ascolto.
Degli “imperdibili” e delle “facce sconosciute”.
Così l’avevamo immaginato e così l’ho personalmente vissuto.
Forse per te non “c’era alcun bisogno perché tutto si sapeva già”.
Io ho imparato, diversamente da te, tante cose.
Ho visto potenzialità e registrato limiti.
Ho percepito strade necessarie da perseguire e conosciuto difetti pericolosi da superare.
Mi sono convinto della necessità di rafforzare e qualificare il lavoro comune.

Di costruire una metodologia di lavoro capace di costruire sinergie stabili e permanenti (forse l’espressione sintetica “fare squadra” non rende abbastanza).

Di darsi un progetto e di chiedere, su questo condivisione, proposte, ma anche impegno e assunzione di responsabilità.

Di – per dirla con le parole di Serena, che ha voluto essere con noi non per una “comparsata di cui avrebbe volentieri fatto a meno”  ma per la sua voglia di testimoniare che i successi individuali sono sempre figli di un ambiente e di un territorio di qualità – “osare di più”.

[Leggi anche la risposta di Fabio Cani]