Carnevale. Le avventure di Tizio e Caio: Schignano

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 Tizio e Caio a Schignano: un paese inscena una baraonda spettacolare

Tizio e Caio si fermano in una piazzola. Scendono. Guardano la Valle d’Intelvi che si allarga verso il Lario e la Punta di Balbianello che quasi chiude il percorso. Dietro il promontorio si vede Bellagio e il puntino bianco della Villa Melzi. È una giornata fredda, bellissima: l’ultimo giorno di Carnevale (secondo il Rito romano). Caio è affascinato dal panorama. Risalgono e riprendono il viaggio. Mancano quasi quattro chilometri alla meta. Le auto si fanno più numerose mentre si avvicinano a Schignano. Tizio decide improvvisamente di parcheggiare.

CAIO- Il navigatore indica che mancano ancora quasi due chilometri…

TIZIO- Credi di andare al parcheggio di un iper? Vedrai che bordello e i posti sono limitatissimi.

Posteggiano e si incamminano verso il paese. La strada è leggermente in salita, il sole è caldo. La camminata dura pochi minuti. Si vede, su tutto il percorso che collega le frazioni lontane, un brulicar di gente.

C- Ma che succede?

T- Tranquillo. Stai entrando nello straordinario Carnevale di Schignano.

La Strada provinciale termina in uno slargo; non una vera e propria piazza. Lo spazio è già pieno di gente: schignanesi e turisti e auto che vanno e vengono, regolate da polizia locale e volontari.

T- Come ogni anno. È sempre così e qualche volta è stato pure peggio. Quando piove o nevica, soprattutto.

Caio si guarda intorno perplesso: – C’è sempre questa confusione?

T- Ricordi? È l’ultimo giorno di Carnevale e questo è speciale, davvero originale, strano: antico, tradizionale e anche attuale. Vedrai. Molto anticonformista.

Un gran colpo alle spalle separa i due. Tizio ride, Caio si secca. Un personaggio mascherato li divide. Fa qualche mossa e poi sembra accasciarsi in un incavo, tra strada e parete di una casa, raggomitolato, in posizione fetale. Caio è perplesso.

T- Hai avuto il primo incontro con un Brüt. Un Brutto, insomma una maschera del Carnevale di Schignano. Non aspettarti gentilezze. Preparati a botti e ruzzi e qualche benedizione!

C- Benedizione?

T- Non temere. Niente di sacro e neanche di blasfemo. Comunque, è una specie di rito collettivo. I Brüt provocano la gente con le loro moine e poi li benedicono, ma è acqua innocua… non fa bene né male. Saliamo in piazza.

La strada porta verso un nucleo del paese, quel-lo centrale dove sta la chiesa di San Giovanni. Turisti, schignanesi e maschere la percorrono nelle due direzioni. Molte maschere sono ricchissimamente abbigliate, con colori sgargianti di tessuti preziosi, con ricercati pizzi, con piume, passamanerie, bottoni, fronzoli, e una pancia enorme, ingombrante, esposta con magnificente arroganza.

T- Quelli sono i Bej, i Belli, i Ricchi. Quelli che hanno, che possiedono: lo mostrano, lo espongono, lo ostentano. Almeno una volta l’anno sembrano sinceri. Non ti pare?

Caio è senza parole; la ricchezza di quei costumi è straordinaria: – Li avevo visti in foto, ma dal vivo sono ancora più belli. Belli e Brutti si contrastano?

T- Non sempre, non proprio, non è detto. Fanno parte della stessa storia, dello stesso sistema. Percorrono insieme la stessa strada…

C- È questo il significato?

T- Non cercare per forza un senso, un significato. Non sono simboli. Direi che sono immagini di una condizione sociale.

Un Bel attraversa la strada con lentezza offrendosi all’obiettivo dei mille fotografi. La maschera di legno nasconde i suoi reali sentimenti, ma i gesti sono lenti e ampi, signorili.

T- Quando dico immagine intendo rappresentazione di sé o di quello che oggi vuole raffigurare.

C- Cioè la ricchezza?

T- Direi più propriamente benessere. Che non esclude ovviamente la ricchezza, ma è anche un modo di essere, di prendere la vita. Altrimenti perché sprecare tutta quella materia prima necessaria per i costumi, per mostrarsi? Forse una ricchezza interiore…

C- Non si direbbe, viste quelle pance mostruose.

T- Rigonfie, innaturali. Ti faccio notare che non sono vere, ovviamente. Una volta erano sacchi di foglie di castagno; oggi magari anche qualcosa di meno naturale, più leggero. Guarda, guarda…

Passa una maschera elegantissima, con costume che sembra seta, pizzi, piume. Una decorazione che comprende tutti i colori possibili scelti con grandissima attenzione alle combinazioni e alle sfumature e agli effetti.

T- Guarda che cura dei particolari. E l’ombrello è già in sé un capolavoro. E poi la maschera vera e propria: una scultura d’artigianato locale.

Caio deve ammettere che l’effetto è notevole: – Sembra molto difficile, complicato. Richiederà tempo e impegno.

T- È un lavoro di preparazione che dura settimane, già dall’autunno precedente. Ufficialmente dalla notte dell’Epifania la cosiddetta “Dodicesima notte” e tutta la famiglia è coinvolta. È la chiusura di una festa, la Vegéta, e l’apertura del carnevale. Ovviamente, di anno in anno, non si butta via niente, ma tutto si rimette in modellazione. Così ogni volta è o sembra differente.

C- A dir la verità io mi vergognerei un poco a combinarmi in quella maniera.

T- Tu pensi come un cittadino, un estraneo, uno straniero. Questa è una comunità che allestisce insieme un’esperienza drammatica, “teatrale” in senso antico.

C-  Ci sono un copione, una regia… non sono attori, mi pare.

T- Infatti. Quel che fa diverso il Carnevale di Schignano è l’anarchia. Non mancano le regole, ma in corso di giornata sono disattese continuamente. Questo è il bello. È la combinazione delle tante parti che crea lo spettacolo d’insieme.

C- Spettacolo?

T- Mi sono espresso male. Vieni.

I due hanno raggiunto la piazza del paese. Una piazzetta in verità lunga circa cento metri e larga al massimo una quindicina, sbilenca. Non c’è ancora molta gente.

C- Anzi, la piazza è quasi vuota.

T- Aspetta, abbi pazienza. È ancor presto. A poco a poco arriveranno tutti: maschere e spettatori anche se è improprio chiamarli così.

I pochi spettatori aspettano. Non c’è un programma e dunque non sanno quel che succederà. È la prima non regola. La piazzetta è leggermente inclinata ed è comprensibile che ci si vada a mettere sui pochi rialzi: la scalinatella della chiesa e un paio di rialzi davanti alle case. Molte sono le abitazioni vuote, le persiane sbarrate. Un po’ triste. Il suono dei campanacci è costante e in crescendo. I Bej ne portano quattro; i Brüt anche di più, ma pesano: sono come campanili umani deambulanti.

T- Senti? Questa è la colonna sonora del Carnevale di Schignano in aggiunta alla bandella, la Fughéta che accompagnerà il corteo e i tre tentativi di fuga del Zep.

C- Zep?

T- Diminutivo quasi vezzeggiativo di Carlisep: Il fantoccio del Carnevale. Un fantoccio strano, malconcio, abbastanza ubriaco, protetto da un ombrello sconquassato… eccolo lì – e Tizio indica a Caio un fantoccio seduto, legato su una seggiola scalchignata, appesa a un balcone, pericolante.

C- Un fantoccio che scappa?

T- Poi vedrai, non avere fretta.

Caio, intanto, viene preso di mira da un piccolo Brüt che ha intinto uno straccio rosso nell’acqua gelida della fontana in centro alla piazza. Caio si scansa, ma il Brüt è tenace e insiste finché non gli lava – quasi – la faccia.

C- Ma che schifo…

T- Cerca di divertirti, siamo nel cuore del carnevale – ride Tizio però nascondendosi dietro un enorme Bel con un cappello immenso e – quasi – un altro sfacciatello Brüt gli sferra una martellata sul piede: mancato! Infatti, è tutto uno scherzo e solo l’acqua bagna davvero e anche la paglia di cui son fatti alcuni mantelli dei Bej s’infila nelle sciarpe dei turisti. Ma tutti si divertono.

Una donna (ma è un maschio) tutta pitturata e urlante si fa largo tra la folla. Impreca contro un Bel che la trascina con una corda. Grida frasi in dialetto – comprensibili solo agli schignanesi – ma il cui senso è chiaro: è arrabbiata con il Bel che la sta rimorchiando. Reagisce con forza strattonandolo e la battaglia, tra i due, a tratti è quasi violenta.

C- Ma che dice?

T- Protesta. È la Ciocia. È stufa di lavorare e di subire le angherie di quel marito bello e tronfio. È la donna che fa tutto in casa e fuori, che fa figli e che tiene insieme la famiglia anche quando il marito è lontano per lavoro, magari all’estero. Gli sta dicendo che non bastano i soldi che ha fatto… che è stufa.

C- Ma lui sembra fregarsene.

T- Infatti. Per questo il contrasto è forte.

C- Un momento… sta parlando!

T- Vero. È l’unica maschera del Carnevale di Schignano che può parlare; forse perché “sa parlare”. Le altre maschere sono silenziose, mute. È la condizione – in genere – dei maschi: zitti e noiosi. Almeno un tempo.

Un paio di “ottoni” scendono da una strada laterale con lo strumento sottobraccio. Non passano inosservati e sembrano lanciare un segnale. Lasciano la piazza e s’avviano alla zona bassa del paese. I turisti s’accorgono che a poco a poco le maschere, Bej, Brüt, Ciocia e tutto il caravanserraglio rumoroso della piazza si sta calmando e lentamente lasciano il luogo. La piazza si spopola.

C- Che sta succedendo?

T- Questo era il prologo; l’apertura della sfilata che riunisce tutti dall’altra parte del paese e che riporterà tutti qui per la sceneggiata vera e propria. Dobbiamo seguirli.

Tizio e Caio e tutti gli spettatori s’avviano al seguito della lenta e giustamente disordinata sfilata di carnevale che si sta portando dall’altra parte del paese, dove il gruppo delle maschere si raduna. La camminata è poco più di un chilometro. Si ascoltano i suoni di campanacci, le grida dei bambini, i richiami e qualche nota delle trombe. Tutta nella strettoia di Auvrascio, pigiati e festanti. Un baccano infinito.

TIZIO- Tra poco partiranno per ritornare in piazza.

CAIO- E quelli chi sono? – indicando due marcantoni coperti di pelle, la faccia nera nera e un copricapo inquietante.

T- Sono i Sapeur. Sempre in coppia. Come i carabinieri… sono armati di una specie di scure di legno e controllano che tutto vada per il meglio. Ricordano gli avamposti delle truppe napoleoniche. Le maschere, guarda bene, stanno agli ordini del personaggio con mantello e visiera che è al centro. Lo vedi?

C- Quello senza maschera?

T- La Sigurtà. L’unico che non si maschera e si pittura appena. Deve essere riconoscibile e rappresenta l’ordine costituito. Un tempo garantiva per tutti ed era l’autorità morale del paese. Perciò il suo viso è riconoscibile. Oggi ci sono la Pro loco, i Carabinieri, la Polizia locale; tutta un’altra storia. Ma la Sigurtà rimane impassibile davanti a tutti questi eccessi carnevaleschi.

Il corteo s’avvia e la Fughéta dà il ritmo alla discesa che è lenta e disordinata. C’è chi scende e chi ritorna in continuazione; chi trascina carretti, un paio di lettucci con rotelle, culle di vimini con fantoccini, motorini fracassoni e petulanti (ma che divertono un sacco i bambini), stendardi, bandiere, ombrelli di tutti i colori, nastri e lacci. Il sole cala d’un colpo e siamo solo a metà del pomeriggio a rischio freddo intenso. Un paio di tappe per strada per una birretta (non manca mai) e un bicchiere di vin brûlé e qualche panino con salsiccia. La festa continua anzi è agli inizi. Finalmente si arriva in piazza della chiesa.

CAIO- Ma siamo in pochi. Dove sono gli altri?

TIZIO- Nei bar, nelle case. Anche a riposarsi. Fare il Brüt, da stamattina, è una fatica tremenda. Correre avanti indietro e buttarsi per terra… Ma anche per i Bej, tutto il giorno con quel panzone addosso e il cappello, e gli aggeggi intorno e le campane e l’ombrello…

La piazza, effettivamente, non è piena di gente; turisti a parte (che non sanno né dove andare né cosa succederà).

T- Guardati intorno. Non noti niente?

Caio guarda, fa il giro della piazza con lo sguardo, ma non capisce: – Che c’è?

T- Che cosa NON c’è! Guarda bene.

Caio s’impegna: – Non c’è il fantoccio del Zep. È sparito.

T- Infatti. Mentre eravamo tutti altrove il Zep è scappato. Questo sarà il momento centrale del Carnevale: la ricerca, il ritrovamento, la cura del Zep e il suo tentativo di fuga.

C- E riappare?

T- Questo è il punto. Quando? Non si sa. Ora, dopo, tra due ore… Il Zep scappa; sa di essere un condannato; e i giovani vanno a cercarlo e si sa che tra una birra e uno scherzo… la ricerca potrebbe essere lunga.

La piazza è calma. Il sole è sparito. Il freddo si fa più intenso e i pochi Bej e Brüt rimasti cercano di rallegrare l’ambiente. Una Ciocia al seguito del suo Bel compare e scompare. Si attende. Il Carnevale di Schignano è fatto così. Potrebbero passare davvero due ore, ma il povero Zep – per fortuna dei presenti – ricompare in un tempo umano. Un gran fracasso ne annuncia l’arrivo a bordo di una scala non proprio a norma, sostenuta da una squadra di allegra soldataglia. Con nessuna cautela la scala è posta in diagonale su una panca in modo che sia (abbastanza) visibile da tutti.

CAIO- Ma non è un fantoccio! – quasi urla il giovane.

TIZIO- È un ragazzo che lo interpreta; una parte molto ambita. Tra poco la squadra cercherà di rianimarlo e lui scapperà una, due, tre volte; sempre riacchiappato e riportato, fissato, legato. Pronto per il sacrificio finale.

La Fughéta continua il suo valzer triste in forma di marcia funebre e le maschere bambini s’aggrappano ai genitori. Chi sarà più stanco? Qualcuno parla del falò di mezzanotte.

CAIO-Un rito paganeggiante come in molti carnevali?

TIZIO- Un sacrificio. Reale e simbolico al tempo stesso. Guardalo con gli occhi degli emigranti costretti a partire in cerca di lavoro e in terre lontane. C’è un fondo di tristezza…

C– Per questo i Bej hanno un fazzoletto in ma-no. Piangono?

Il Zep sparisce definitivamente dalla piazza portato dai “guardie e medici” e pronto per ritornare dopo la festa da ballo. La piazza lentamente, molto lentamente, si svuota. Chi torna a casa, chi al bar, i turisti storditi e divertiti vanno verso le loro auto. Ormai è sera e quasi buio.

T- Andiamo ad Argegno. La festa ora è per gli schignanesi. Balli e divertimenti erano “Mutuo soccorso”; ora sono nel salone del Ristorante Carpigo. Appartengono alla comunità. Non sono esclusi spettatori, ma è meglio restarne fuori.

C- E il rogo finale?

T- Poi ceneremo e torneremo prima di mezzanotte. Vedrai: saremo molti meno di oggi pomeriggio e potremo mischiarci senza dare nell’occhio. Sarà un momento molto suggestivo con suoni, danze, girotondi intorno al fuoco. Non mancherà – ancora – qualche scherzo.

C- Scherzare col fuoco?

T- Più o meno. Un momento coinvolgente che segna il passaggio definitivo dall’inverno ai primi caldi; anche la speranza che il fuoco scacci la neve, sempre possibile da queste parti: benedetta e maledetta. Così era, almeno, tempo fa. Oggi il rischio è minore.

C- Così il Carnevale muore.

T- Così si cancella anche l’eccesso dei giorni “grassi”, delle pance gonfie, delle abbondanze inutili, del bere eccessivo, del sesso…

C- Anche il sesso?

T- Tutto questo pavoneggiarsi dei Bej ricchi e pomposi è anche un richiamo. Non ti pare? E la pena, il dolore, la fiacchezza dei Brüt non sono forse l’impossibilità – anche – di appagarsi? Di godere? Non solo di cibo. E pure – un tempo, ovviamente, non oggi – la totale assenza di donne, di femmine, se non per lagnarsi e inveire? Perciò tutto questo dev’essere arrostito, bruciato, ridotto in polvere.

È mezzanotte. Suona la campana della chiesa di San Giovanni Battista.

C– Finito?

T–Tutto è compiuto. Si spegne il falò, le campane delle maschere tacciono, si torna a casa. E domani è il “giorno delle ceneri”, appunto: ripensamento e penitenza. La chiesa che oggi è sbarrata domattina presto riaprirà.

Tizio e Caio ringraziano le maschere di Schignano e  in particolare  Stefania Pedrazzani per la preziosa collaborazione.