Bologna Como. 2 Agosto 1980

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Sabato 2 agosto 1980, alle ore 10 e 25, una bomba esplose nella sala d’aspetto della Stazione centrale delle Ferrovie dello Stato a Bologna. Ottantacinque furono le vittime, centinaia i feriti.
L’atto terroristico – mai rivendicato, mai punito con assoluta certezza – fu l’ultimo di una serie che insanguinò l’Italia, ma non fu l’ultimo nel mondo. Altri attacchi, altre esplosioni, troppe guerre continuarono – e continuano – a coinvolgere popolazioni ignare, provocando migliaia di morti e molte centinaia di migliaia di feriti.
Tra le vittime di Bologna fu annientata una famiglia comasca, la famiglia Mauri: padre, madre e figlio di sei anni. Erano i miei più cari amici; a loro ed a tutte le vittime del terrorismo ho dedicato molte parole scritte, molti ricordi.
Le morti di Carlo, Anna a Luca e di tutte le altre inconsapevoli ed innocenti vittime a cosa sono servite?
Ancora oggi – trentasei anni dopo – le nostre grida di dolore sembrano soffocate dall’indifferenza e dall’assenza di speranza. Forse ci salverà solo la nostra indistruttibile indignazione.

Brano tratto dal volumetto di Gerardo Monizza intitolato 2 Agosto 1980. Bologna Como. Diario doloroso (NodoLibri)

[Memoria necessaria]
Memoria. Non è un meccanismo, non un archivio, non un sistema di ricordi. Memoria è cervello; è pancia; è tutto. Così è apparso subito dopo la Strage di Bologna. Anche una città freddina e avara di sentimenti com’è Como ha reagito d’istinto; ha liberato la passione che nasce dal dolore.
La memoria è una necessità degli adulti che hanno bisogno per “non dimenticare”; dei giovani – invece – è la consapevolezza degli errori di un vicino passato e la determinazione per non compierli più. I giovani non hanno dunque bisogno di memoria, ma di conoscere quei fatti che hanno sporcato la nostra memoria e – insieme – quella degli Stati. La memoria è immateriale mentre le bombe sono fuoco concreto, distruttivo, che ha fatto del male e che ancora – a tutti – fa ancora male. Questa allora è la memoria necessaria.
Nei silenzi quasi spaventati dei giovani, coinvolti nelle manifestazioni di ricordo, c’è più stupore che condanna. Meraviglia per il tempo passato dagli adulti e dai politici a lamentarsi (e a non capire) e pena per l’incapacità – son passati decenni – per non aver ancora trovato tutti i colpevoli ed i mandanti di violenze e stragi.

[Memoria indifferente]
Perché ricordare? Perché rivangare – anno dopo anno – un dolore? Perché continuare a scavare nella sanguinante piaga che rimane sempre aperta? Ciascuno, alle sollecitazioni della memoria, dà una risposta differente e il tempo non riesce sempre a cancellare il segno che il male lascia; mentre la collettività – a poco a poco – la memoria la perde. Non vuole più ricordare.
Non voler ricordare è anche un modo per non vedere la contemporaneità; per staccare ieri da oggi e non impegnarsi, non credere nel progresso, nel miglioramento; è un modo per separare i sentimenti personali dalla superficialità con cui il gruppo (collettività, cittadini, istituzioni) tratta i fatti che lo hanno coinvolto direttamente.
Il dolore collettivo allora si dissolve. La memoria si smarrisce.
Il dolore personale si esprime in vari modi: nel coinvolgimento degli altri, nel distacco dalla quotidianità, nel silenzio. Si alimenta nel ricordo della vita vissuta assieme alle vittime, ai morti, ai sopravvissuti e si accende continuamente al confronto con altre tragedie, sia vicine che lontane.
La collettività non manifesta – né potrebbe farlo – un vero dolore.
Nel rito cadenzato, annuale, delle cerimonie celebrate alla o per la memoria agiscono solamente e molto spesso elementi di convenienza politica o sociale.
Una lapide – di solito – è la tomba ufficiale del dolore sincero ed è il prezzo pagato dalla burocrazia e dalla politica alla sincerità di un dolore che richiama sentimenti diventati oramai lontani. Le lapidi non sono memoria di un dolore, ma sigillo di un ricordo dimenticato.
Il dolore vero deve nascere da un sentimento immateriale, che supera la storia, la quotidianità e la realtà e che si perde nella memoria generale di un evento drammatico che ha coinvolto diversi individui, persone, famiglie, intere collettività e anche paesi o nazioni. Ricondurlo alla consistenza di fatti e azioni risulta spesso banale o, peggio, inutile.
Il dolore sincero è un sentimento puro che difficilmente esce dalla sfera dell’individuo per trasmettersi ad altri. Diventerebbe, in tal caso, rappresentazione, imperfezione. Deve essere vissuto con silenziosa dignità perché resti incontaminato e immortale. Il dolore non pretende la vendetta in quanto non conosce mandanti, indagini, giudizi o condanne. La ritorsione – infatti – non lenisce il dolore, ma ne scatena gli aspetti di violenza.
Se il dolore di ciascuno è dunque astratto e vago, la memoria deve essere concreta, precisa, esatta.
Per coloro che sono stati colpiti direttamente da un’azione luttuosa e improvvisamente si sono trovati protagonisti di una tragedia immane la memoria diventa una necessità della parte che stanno vivendo. Il fatto accaduto, l’evento capitato trovano nella memoria delle persone un posto determinante che fisserà per sempre i loro comportamenti e le loro vite.
L’esperienza di tutti questi anni di terrorismo, di lotte, di omicidi con numerosi feriti e vittime ha creato un clima pesante di fastidio, paura, sofferenza. Ha creato anche un’indifferenza verso la ricerca della verità. Sapere – per molti – non serve.
Non si ricorda attraverso il dolore, ma con lo studio attento dei fatti. È impegnativo e pure faticoso; pretende attenzione continua e capacità di saper vagliare l’esattezza delle ricostruzioni e la giustezza dei fatti narrati; obbliga ad una verifica continua ed anche a dover mutare opinione. Non tutti ovviamente sono in grado di rinnovare la propria memoria, di adattarla a nuove scoperte, di renderla capace di agire positivamente sui comportamenti.
Memoria e dolore possono rimanere paralleli nel lungo viaggio verso la serenità: quando la memoria diventa precisa e quando il dolore s’acquieta è come se il respiro diventasse meno affannoso e il corpo prendesse un ritmo più tranquillo.
Separare memoria e dolore è una reazione comprensibile nella singola persona, ma disdicevole per la collettività. Soprattutto quando la collettività diventa gruppo istituzionalizzato, organizzato e con responsabilità che entrano nella sfera della politica, dell’amministrazione, della cultura.
Qui sta il punto cruciale del rapporto tra la storia e la memoria, tra l’esistenza e il dolore.
È dunque compito della pubblica amministrazione ricordare? e con quali percorsi o iniziative? Non è forse più semplice, pratico e persino più giusto che l’entità amministrativa si adoperi affinché siano messi a disposizione dei singoli e delle comunità tutti gli strumenti culturali e tecnici affinché lo studio degli eventi si trasformi in ricordo sincero e vero?
Troppo spesso la memoria pubblica si manifesta con riti di nessun o poco valore e con manifestazioni magari di massa che tuttavia spostano l’attenzione a fatti di contingenza politica. In molti di questi casi la memoria che scaturisce sembra essere indifferente alla vicenda che l’ha generata e si lascia superare da emozioni fasulle che perdono di vista l’origine e le cause di tanto dolore.
Possiamo dimenticare i numerosi accomodamenti che si cerca di mettere in atto rivedendo la storia del terrorismo – in Italia e nel mondo – da angolature distorte, collocando in evidenza documenti separati dal contesto e chiamando a testimoniare individui di non provata onestà intellettuale?
Possiamo fingere che tutta la violenza del passato appena trascorso sia il frutto di un preciso disegno politico intelligente, rivoluzionario e non – invece – di una aberrante volontà criminale?
Vogliamo per forza dimenticare quel che è costato in vittime, fatiche, impegno e dolore la serie di attentati che hanno punteggiato di rosso sangue la nostra storia recente?
Proviamo invece a ricostruire con maggiore e diversa attenzione il percorso culturale, politico, sociale (e potremmo dire persino religioso) che ha portato ad insanguinare le piazze, le strade e le stazioni d’Italia. Dimenticare tutto questo è un’azione criminale che molte istituzioni pubbliche compiono con inconcepibile incoscienza lasciando alle nuove generazioni, agli studenti, ai giovani solo un senso di amarezza. Anche di ignoranza.
Come reagire?
Ritornando indietro con la memoria e non lasciandosi trarre in inganno dai falsi profeti, dagli imbonitori che attraverso la potenza e l’invasione dei media possono addirittura creare un clima di fastidio nei confronti della verità. La memoria non può essere indifferente.
Teniamoci stretto il nostro dolore, ma lavoriamo perché ogni tassello della nostra storia torni al posto esatto cosicché l’insieme di ciò che lentamente si va componendo serva a ricostruire un’idea più giusta e più vera delle tante violenze del passato e perché tutto quel dolore che ne è nato non abbia più motivo di ricrearsi.
Le troppe vittime e le sconquassate vite dei superstiti sono numeri ed esperienze che si possono contare semplicemente con l’aritmetica oppure con la cognizione di un dolore che è personale e universale.

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