Artisti. Betto Lotti maestro di paesaggi e figure

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    Betto Lotti: disegnatore, incisore, pittore e docente

    Segno, forma, colore. Tutti in una vita. Così, un artista discreto, ma molto determinato  s’è formato e confermato nel tempo seguendo un percorso non esattamente lineare e tuttavia sempre ricco di suggestioni. Betto Lotti pone al centro del suo mondo le cose, le persone e la natura; la realtà e il sogno. Con la precisione dell’osservatore attento e quasi implacabile.

    Lotti sapeva – e lo dimostrano ancora oggi le sue opere – catturare l’ambiente circostante e tradurlo in un segno, in un insieme di forme, in visioni a tanti colori. Forse – ma è un azzardo interpretativo ed anche semplicistico – sceglieva il modo più efficace, più consono e più utile alla trasposizione di quel momento: fosse un paesaggio, un interno, una figura.

    Non era tipo da lasciarsi andare ad una convenienza – nel senso di vantaggio – o ad una moda – nel senso del gradimento. Lavorava sul rapporto tra soggetto e oggetto; tra ispirazione e realizzazione; tra accadimento e necessità di raffigurarlo.

    Difficile dire quante opere (acqueforti, disegni chine, acquerelli, illustrazioni, olii) Betto Lotti abbia realizzato in oltre cinquant’anni (neanche i discendenti forse lo sanno), ma la bella mostra comasca [San Pietro in Atrio, giugno 2016] è riuscita a riportare tale lavoro continuativo dimostrandone l’efficacia anche oggi.

    Bisogna guardare il segno (preciso, secco, graffiato sul foglio) che si sviluppa poi in un disegno che può essere apparentemente narrativo quando tratteggia barche, marine, concerti, danze insomma figure ferme o in movimento.

    Molto più descrittivo, preciso, anche pieno tale segno diventa nell’illustrazione per la pubblicità e per l’editoria che ovviamente pretendono definizione esatta delle situazioni, molta fedeltà, poca evocazione senza mai tuttavia mancare di personalità e originalità.

    Betto Lotti è ligure di nascita, fiorentino di formazione, comasco d’adozione, ma per capirne la maestria o – come si sarebbe detto una volta – la scuola bastano pochi accenni: Liceo artistico a Venezia e solida formazione a Firenze, Accademia Belle Arti. Poi  le frequentazioni e le amicizie con Carrà, Boccioni, Soffici e soprattutto Rosai.

    Le fondamenta della sua pittura si basano proprio su quei contatti giovanili, sui continui confronti, sulle discussioni intorno all’arte, sulle unioni d’intenti e sulle inevitabili separazioni provocate da sentimenti che mutano e stili che si perfezionano.

    La vivacità del mondo artistico del primo Novecento è indiscussa. Ma Betto Lotti è figlio di Vincenzo, preside scolastico (ma anch’egli pittore e insegnante di disegno) e di una nobildonna Vittoria dei Marchesi Curlo e sono ascendenze impegnative eppure determinanti nel formare una personalità che si rivelerà incapace di mediazioni.

    Anche per questo l’intera opera di Betto Lotti è il “catalogo” di un rigore ininterrotto e sempre riconoscibile che trova, soprattutto nella forma pittorica, una spontaneità essenziale e che riesce a mantenere a fuoco la realtà in cui vive: sia lo studio del pittore come un paese di mare. Tutto con pennellate sicure dove persino l’amato disegno (che è rigore) diventa solo forma e colore (che è libertà). Senza perdersi mai perdersi nell’ovvietà.


    Ps. Una nota personale.

    Ho avuto il professor Lotti come insegnante di disegno alla Scuola Media Parini di Como. Non so dire quanto sia stato importante per le mie scelte “artistiche” successive, ma certo la sua visione della realtà mi è stata trasmessa con chiarezza; almeno così credo.

    Non ho vissuto quel tempo come un momento di creatività (non si usava) bensì come un’esperienza concreta, come un punto di vista delle cose e necessità di disegnarle con rigore. La luce e le ombre (dei “maledetti” solidi che impolveravano i cavalletti) ho poi capito che erano la rappresentazione del mondo (fissato con maniacale tratteggio). Di un mondo che avrei trovato fuori da quella grigia scuola.

    Però, se ancora oggi, m’illudo di saper vedere la realtà e le cose (ma non più di saperle raccontare con tecniche pittoriche) e di poter tenere decentemente in mano una matita… beh lo devo al professor Lotti. Burbero fin che si vuole, ma benefico per aver saputo guidare alcuni di noi, adolescenti impauriti, dentro le stanze dell’arte.