Addii. Oscar Tajetti, musicista, musicologo. Un testimone della cultura musicale di Como

Un punto di riferimento per tante persone. Un amico. È morto improvvisamente la sera dell’8 ottobre 2020

529

Caro Oscar,
caro vecchio amico e compagno di tante avventure e di innumerevoli litigate. Ci conosciamo da quasi sessant’anni e non abbiamo mai smesso battibecchi e discussioni. Alcuni veramente pretestuosi, altri inventati tanto per parlare ed era un modo di stare insieme.
Per quasi dieci anni ci siamo frequentati quotidianamente. Ricordi? Ci si vedeva al tuo rientro dalla scuola, prima, e dal lavoro, poi, e si riprendeva il confronto dove l’avevamo interrotto. Anche quando il ragionamento si era fermato in un momento di eccitazione, sfiniti. Chiacchieravamo soprattutto per strada, accompagnandoci alle nostre abitazioni: io verso casa tua e viceversa; una, due… dieci volte. Se le moltiplichi per le poche centinaia di metri (trecento per l’esattezza) fanno la circonferenza del mondo che era poi il soggetto principale di quelle discussioni.
Parlavamo davvero di tutto e anche molto a sproposito, immagino, e don Aldo (il don Pini come lo appellavi tu) ci prendeva in giro “Da Dio all’infusorio” diceva, citando un suo professore che lo metteva in guardia dall’aprire troppo il ventaglio del cicaleccio. Insomma, avevamo l’ambizione di passare dal Massimo (Dio, di cui già io mettevo in dubbio la presenza…) al Minimo (il microbo invisibile).
Tu eri scettico, ma ritenevi che la fede fosse necessaria o comunque che facesse parte delle tradizioni da mantenere e osservare. Era già il tuo essere “conservatore” di quei valori indispensabili per la sopravvivenza di ciascun individuo dentro la società. Non eravamo d’accordo su questo, ma il mio pensiero di allora e di oggi – sulla questione –conta poco o nulla. Tuttavia, è proprio la “fede” che ci ha tolto la quotidianità. Ammettiamolo: non avremmo potuto discuterne fino all’eternità…

Caro Oscar,
non sarò breve perché tante sono le cose che devo dirti. Quei quasi dieci anni sono stati per me arricchenti e credo che anche tu, sempre dubbioso dalla nascita, ne abbia ricavato una spinta verso un’amicizia duratura. Eravamo diversi e abbiamo finalmente dovuto ammetterlo.
Ricordi quando ci siam visti la prima volta? 1962 estate, giorno di san Lorenzo, festa a San Fermo della Battaglia. Il nuovissimo vicario don Sandro Bonacina porta i ragazzi alla festa del paese, a piedi, ovviamente. Tu, sconosciuto a tutti, t’aggreghi al gruppo. Abbiamo sempre scherzato sulla tua intromissione perché non avevi fatto con noi la gavetta: catechismo, comunione, oratorio dei bambini, cinema a La Lucernetta, cantare nel coro a Natale e tutte quelle cose che si facevano e che erano materia per aggregazioni, amicizie, separazioni.
Se ci pensi bene, abbiamo trovato, sul nostro cammino di quegli anni lontani, un bel numero di persone tolleranti. Monsignor Dolcini, il parroco, (ci ha sempre trattato alla pari concedendoci di litigare con lui, ma ti pare? Era avvocato, giudice della Sacra Rota, teologo e noi chiedevamo il confronto) o don Sandro Bonacina: tollerante e scattante. Ci ha insegnato l’arte della comunicazione visiva (prima di fare il prete era disegnatore tessile). Eravamo adolescenti: io e Mario Longatti, tredicenni; tu un anno di più e poi abbiamo avuto nel gruppo il Tino Proverbio, un poco più grande.
Ci hanno lasciato fare, sperimentare, agire. Abbiamo fatto i sagrestani ogni mese d’estate, suonavi l’armonium a orecchio (poi sei andato alla Ceciliana, anni dopo diventandone docente) e l’organo di straforo (a chiesa chiusa). Ne abbiamo combinate delle belle – in quella antica basilica – che qui non posso dire (ma che tu ricordi benissimo). Eravamo un gruppetto affiatato e molto arrogante. Da “piccole voci bianche” siamo passati di grado vocale spingendoci dentro il vecchio coro aumentandone le ambizioni. Era arrivato don Aldo (aveva 26 anni) che da sensibile musicista non vedeva l’ora di cimentarsi in un’esperienza corale diversa dal solito gruppetto sufficientemente intonato per cantare una messa a voce sola…
Abbiamo “cacciato” i vecchi del coro (io avevo dentro due zii e un padre, di 48 anni!) liberandoci dalle voci cosiddette virili, impostate sul modello tra l’Opera e il Perosi, giammai! Abbiamo chiamato a raccolta le femmine (escluse fino a quel momento dal presbiterio) e creato un coro serio, importante, di buon livello musicale, con l’impegno della liturgia (era lo scotto da pagare) e l’eccitazione dei concerti: non so quanti in quei sette anni. Ci siamo divertiti.

Caro Oscar,
eri davvero bizzarro.
Conservatore nell’abito: raramente senza cravatta; sempre con la giacca. Ricordati che una volta (forse anche due o tre) abbiamo camminato fino al Palanzone (a piedi da Como, aborrivi la funicolare) noi sciamannati e tu vestito come un impiegato. Poi un poco ti sei adeguato alle norme montanare. Infatti, venivi alla Fiera di Milano (una meta annuale immancabile) vestito come un alpino e con lo zaino pieno di cibo per nutrirti durante il viaggio (a Milano… in treno). Le cinque settimane in Spagna, tu diciottenne, con Carlo Mauri, Carlo Brunati e me) le hai passate dormendo sempre sotto un albero. Dicevi che la tenda era una concessione al modernismo. Per la stessa ragione non hai messo l’acqua corrente nelle tua celebre (e frequentatissima) dimora montana di Provego, in val di Livo: sostenevi che ci si dovesse lavare solo alla fonte. È ancora così?
Il Gigi Meroni (e poi tutti gli altri) ti ha soprannominato “Bac(c)o” con il doppio richiamo alla bevute e alla tua amatissima grappa (con camomilla) e a Bach, Giovanni Sebastiano, che è stato il confine umano, musicale, storico, direi morale della tua espressione musicale.
Sembravi serio anzi serioso, ma in verità ti piaceva il divertimento, soprattutto cantato. Erano tempi in cui le nostre voci ancora elastiche ci consentivano di esibirci nei brani solistici del “Magnificat” di Bach originariamente per soprano, contralto, tenore e basso. Parodie, ovviamente, come il “Tuba mirunt” dal “Requiem” di Mozart o con imitazioni degli Swingle Singer vocalisti “a cappella” che jazzavano il classico (e che tu, incredibilmente, accettavi nel nostro repertorio corale improvvisato).
Erano divertimenti estremi come “La santa Caterina…”, filastrocca per solisti e coro, in cui interpretavi la Santa (in falsetto) che è stata – diciamo così – sempre sceneggiata e recuperata anche in cene o pranzi recenti. Finivano ogni volta col “Soffrite e tacete”, canzone morale dal testo spaventoso, con musiche del nostro comasco Francesco Spagnoli Rusca (un autore del XVII secolo che tu poi studierai a lungo). A proposito: con chi mai più la canterò?
Cantare è l’azione che più ci ha uniti. Con don Aldo e Tino noi due ci siamo lanciati in un quartetto dal Gregoriano al Cinquecento. Non oltre. Non eravamo poi male. Già da prima, un paio di volte la settimana, pedalavamo dopo cena fino a Urio in casa del don Felice Rainoldi che ci è stato maestro di cultura musicale. Ci piazzava in mano un paio di LP e gli spartiti per seguire quel che aveva scelto per quella “lezione” serale. Così è andata avanti per anni cementando un’altra amicizia duratura; era un burbero, ma affascinante personaggio che – a me – ha lasciato una qualche conoscenza musicale.

Caro Oscar,
ricorderai che son state quelle esperienze a far di te, giovanissimo studente di musica, il musicista apprezzato e competente che poi sei diventato. La tua ricerca di antichi e dimenticati spartiti nasce proprio in quegli anni quando già, ma per altri scopi, il tuo altro maestro Luigi Picchi cercava nell’Archivio del Duomo le dimenticate musiche dei suoi predecessori.
Il Coro di San Fedele serviva a riproporre proprio quel repertorio (tra Seicento e Settecento) che in te si configurava come il tempo ovvero il limite della tua ricerca e passione. Abbiamo tutti sperimentato la tua idiosincrasia verso la musica dell’Ottocento e per non parlare di quella del Novecento. Alla proposta di una divagazione “contemporanea” (in un programma sul “Laudate dominum”) hai opposto tutte le tue resistenze. Non te l’ho mai perdonato.
Questo eri e tale sei rimasto nei successivi cinquant’anni, ma non è per questo che ci siamo allontanati. Il distacco s’è consumato (circa dal 1971 in poi) perché avevamo compreso la distanza che ci separava da troppi argomenti: la politica, innanzitutto (ma non sto a ripetere quel che ben sai); la musica, anche, e in particolare la mia visione della fede che s’allontanava dalle calde sicurezze delle tante cose che abbiamo fatto con semplicità e senza pensarci troppo. Non accettavi l’abbandono – inevitabile per me – del gruppo, del coro, del fare quotidiano, delle sonorità che in una chiesa sono il contorno molto efficace per sentimenti e spiritualità.
Tu poi hai fatto carriera: musicista, concertista, ricercatore, docente, conferenziere, trovando finalmente la giusta e meritata collocazione nell’ambito della ricerca musicale (antica, ovviamente) assumendo diverse responsabilità, sempre brontolando, ma con impegno e forza: caratteristiche indiscutibili del tuo carattere.

Caro Oscar,
non ti ho mai visto pregare, ma certo lo hai fatto, alla tua maniera ovvero cantando, suonando, dirigendo, ricercando, organizzando, borbogliando, cercando la perfezione, mischiando suoni e strumenti. Lo hai fatto impegnandoti per oltre quarant’anni nel tenere insieme un Coro in continua trasformazione (perché gli anni passano per tutti), ma sempre conservando quel tratto di disponibilità che ti ha fatto mantenere forti rapporti di simpatia e amicizia.
Non ci siamo perduti di vista, mai, in questo mezzo secolo. Ma non ci siamo più cercati. Mi spiace, ovviamente, dirlo ora che non so se mi stai ascoltando, eppure la consapevolezza di un passato forte e solido ci ha lasciato un alone di amicizia che si è mantenuto anche in mancanza di quotidianità. Forse c’eravamo già detto tutto allora. Chissà?

Caro Oscar,
in questi ultimi anni per te disgraziati e complicati da una inenarrabile serie di disastri personali, umani e di salute hai tuttavia mantenuto vivo il rapporto con altri amici e amiche che ti hanno seguito e, ammettilo, anche molto protetto. Perché testone eri e tale sei rimasto, fino alla fine, ma anche generoso e disponibile e capace di “attrarre”. Una dote rara che ti ha tenuto al centro di una comunità che tu non hai mai abbandonato e che per questo ti ha restituito affetto e amicizia. Non so in che misura, ma abbondante.

Caro Oscar,
ho finito.
Ora, che so che non ci sei più, mi mancherai, davvero; e tra tutto quello che non ci siamo rivelati c’è proprio un sentimento profondo che ci ha legati per decenni: con semplicità. Di nuovo pronti al battibecco, alla prima, prossima occasione.

Con immutato affetto, Gerardo