Addii. Marzio Botta: tipografo editore. Dalla stampa ai libri, con sensibilità culturale

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Marzio Botta [Como 1936 – Torno 2020] è stato l’ultimo dei tipografi editori comaschi, magari il penultimo. Una categoria in via d’estinzione superata dalle tecnologie, dalla mentalità culturale, dall’atteggiamento degli autori e dal mercato. Marzio Botta era un tipografo di grande intuito e con un atteggiamento di disponibile curiosità verso la cultura che ha aiutato a diffondersi e a crescere. Non solo a Como.

Il “ponte di comando” della sua attività d’imprenditore non era il cosiddetto “ufficio” bensì la zona taglierina e piegatrice: luogo curioso, ma non troppo. Per chi fosse digiuno di nomenclatura tipografica la taglierina è una sorta di ghigliottina che taglia e squadra i fogli stampati preparandoli per la piegatura e la confezione. Marzio stava lì gran parte della giornata; lì riceveva ospiti anche di riguardo e postulanti ovvero autori in cerca di pubblicazione.

S’era messo in proprio nel 1973, in via Cosenz a Como, quando aveva 37 anni. Macchine da stampa a colori e di grande formato e tutto il processo produttivo (con la taglierina, appunto) fino alla confezione a punto metallico. Il resto era rilegato all’esterno. Aveva, Marzio, una particolare attenzione alla “composizione” che allora stava passando dalla linotype alla fotocomposizione: dalla manualità artigianale “a caldo” alla nuova professionalità della “scrittura” dei testi “a freddo”.

Aveva impiantato, al primo piano della palazzina, una macchina elettronica che consentiva la “trascodificazione” dei testi (dal manoscritto o dattiloscritto) in forma di “strisciata” su carta patinata. Una macchina enorme che stava a stento in una stanza usata da veri esperti (Olga e Andrea, per quel che ricordo). Una vera innovazione che avrebbe consentito ad autori totalmente digiuni di modernità (archeologi, professori, filologi, storici…) di trasformare il testo nella bozza di un libro. Marzio era molto orgoglioso di quel progresso che stava permettendo una riduzione dei tempi di produzione.

Conobbi Marzio Botta per questioni polemiche; era il 1975. Con l’intuito editoriale che non l’avrebbe mai abbandonato, aveva prodotto e realizzato Rete, un settimanale di informazione per la televisione e le radio, anche locali (che allora stavano nascendo). L’ideatore e direttore e forse unico redattore era un giornalista che Marzio aveva collocato in uno gabbiotto vetrato in area tipografia (spazio un tempo assegnato al “proto”).

Lì, andai a trovare i due; li ritenevo responsabili di una antipatica inesattezza (una forzatura, un giudizio ambiguo…) pubblicata sul loro periodico nei riguardi di RadioComo con la quale avevo iniziato a collaborare. Marzio (alla taglierina…) e col sorriso sornione sulle labbra mi mandò dal Parravicini che cercò di difendere l’articolo. Non ci capimmo, ovviamente. Fuori dai vetri, Marzio sogghignava, divertendosi. Uscii e passai comunque a salutarlo e mi invitò a tornare: le polemiche non erano il suo maggior interesse.

Tornai e la Radio avrebbe utilizzato la tipografia quale fornitore di servizi per manifesti, calendari, depliant… diventammo amici. Vedevo anche la sua produzione che passava dal grande al piccolo formato e che serviva importanti editori italiani.

Circolavano in tipografia illustri professori universitari di Milano e Pavia che avevano trovato – finalmente – un editore disponibile a seguire le pubblicazioni scientifiche e altamente complesse che riunivano studi di archeologia, storia, architettura…

Sarebbe stata determinante l’amicizia con Giorgio Luraschi [1942–2011], giovane archeologo e poi celebre storico del diritto romano e docente universitario, traghettatore del mondo accademico (pavese e milanese) nella tipografia New Press di Marzio Botta. Altro personaggio importante, molto amato dal Marzio, fu Matteo Gianoncelli [1913–1979] archivista e storico e – allora – massimo esperto e ricercatore di storia comasca.

Ricordare almeno questi due nomi (molti altri, ma più giovani, andrebbero citati) quali figure importanti della cultura comasca dei primi anni Settanta è un modo per far comprendere l’attenzione di Marzio Botta verso l’approfondimento delle ricerche e la diffusione del sapere; classico fin che si vuole, ma utile, necessario per aprire lo sguardo verso nuovi orizzonti.

Tali collaborazione avrebbero prodotto decine di titoli fondamentali per la storia comasca e del territorio: Como e la sua convalle, Microanalisi di una città, Foedus, ius Latii, civitas: aspetti costituzionali della Romanizzazione in Transpadana, tra i più noti e la collezione della rivista Athenaeum e poi ancora la ristampa di Lettura di una città: Como. Intenso il rapporto con gli Archivi dello Stato di Como e di Milano pubblicando volumi e cataloghi.

Un bel giorno, dopo tanto chiacchierare, era verso la fine del 1978, mi propose di “scrivere una guida di Como”. Discutemmo su come pensava di realizzarla, ma le idee non erano chiare. Con molta incoscienza gli feci una contro proposta: una “Storia di Como” e così fu. Coinvolsi immediatamente Fabio Cani e, per le fotografie, Franco Fietta (poi sostituito da Gin Angri) e iniziammo a progettare, ricercare, scrivere. Marzio era eccitatissimo perché immaginava di poter concretizzare un sogno ovvero di pubblicare qualcosa di fondamentale, di classico, di duraturo, di importante… Lavorammo a lungo e il libro non sarebbe stato (editorialmente, tipograficamente) esattamente la realizzazione di quel sogno, ma accettò il cambiamento perché si rese conto che il progetto e lo sforzo di realizzazione – pur diversi dalle premesse – fissavano un punto nuovo nella ricerca e nella scrittura della storiografia locale (avremmo preso anche un premio nazionale attribuitoci da Carlo Bo). Ne fu felicissimo.

Cito questo solo esempio – anche molto personale – proprio per descrivere Marzio Botta che non era tipo da facili entusiasmi, ma che dava spazio ai giovani ricercatori e studiosi (Luraschi, Stefano Della Torre, Sergio Lazzarini, Giancarlo Frigerio, Cesare Piovan, Mario Belloni, Gianfranco Caniggia, Mario Mascetti e tanti altri) spesso e volentieri sostenendo l’edizione di lavori complessi, talvolta difficili, anche fuori mercato eppure importanti per comporre quella grande biblioteca comense che sembrava essere il suo ideale.

Allora come oggi non si può dimenticare l’apporto della New Press alla Società archeologica comense e alla Società storica comense, tra le tante.

Questo era Marzio Botta, tenace e anche duro, talvolta, ma sempre disponibile; insopportabile quando si chiudeva in ufficio (una due volte al mese, di sabato facendo diventar matte le sue collaboratrici) a far piani di produzione, preventivi e fatture che erano indispensabili per condurre l’impresa che poi avrebbe lasciato ai figli che oggi la conducono.

Era, Marzio, una specie di pioniere capace di vedere oltre i limiti della tradizione locale per raggiungere mete non sempre certe, ma importanti almeno sulla carta. Era, è stato, un tipografo editore come ormai non ce ne sono più in grado di sostenere, anche finanziariamente, i sogni di una collettività intellettuale talvolta incapace di dialogo e di un confronto sereno. Marzio li ha riuniti tutti o quasi in una sorta di biblioteca comense ideale di cui, per quasi mezzo secolo, è stato l’artefice.